Alleanza con le imprese e policy bundle. In questo strano intreccio semantico sta ultimamente l’efficacia degli interventi pubblici sulle tematiche complesse, come per esempio la sfida demografica. L’attore pubblico si accorge che il suo solo intervento non è sufficiente dal punto di vista pratico e metodologico: le poche risorse economiche a disposizione, l’impossibilità a conoscere fenomeni multi-fattoriali, la lontananza dai mondi di vita concreta delle persone sono solamente alcuni dei motivi che spingono a coinvolgere sempre più attori imprenditoriali e sindacali nella sfida complessa della natalità, proprio per mettere a fattor comune risorse, conoscenza e vicinanza spaziale. Ecco allora la prima necessità: allearsi, chiamare a responsabilità le aziende e le organizzazioni più varie. 

Inoltre, le sfide contemporanee – ambiente, digitale, natalità, immigrazione, almeno per citarne alcune – hanno natura stratificata. Intrecciano aspetti economici, organizzativi, legislativi, culturali. Non basta investire sugli asili nido per invertire la rotta della natalità. Non è sufficiente una campagna sui congedi parentali per aiutare le famiglie. Ecco perché sempre più necessitiamo di pacchetti di politiche integrate e diffuse che si sviluppino e abbiano risultati anche in tempi diversi (breve, medio e lungo).

Da queste consapevolezze, nasce l’utilizzo di una “spinta gentile” come la Prassi di Riferimento (PdR), standard volontario che fornisce linee guida operative, per coinvolgere le organizzazioni in uno sforzo interno di certificare le proprie modalità di lavorare sul tema della conciliazione lavoro-famiglia. Sulla scorta della PdR 125:2022 che interviene per strutturare sistemi di gestione aziendale riferiti alla parità di genere, la PdR 192, lanciata ad aprile 2026, certifica le organizzazioni, pubbliche e private, attente al benessere lavorativo delle madri, dei padri e di coloro che hanno carichi di cura verso familiari non autosufficienti. 

Il documento tecnico, elaborato da UNI-Ente nazionale per la normazione, Dipartimento Politiche della Famiglia della Presidenza del Consiglio e diversi stakeholder, mette “nero su bianco” buone pratiche condivise sul tema e le traduce in requisiti verificabili da terzi. La PdR chiede alle organizzazioni alcune scelte strutturali: il fulcro del processo è la definizione di una policy interna formale, approvata dall’alta direzione, che impegna l’azienda su maternità, paternità, cura e benessere familiare, diffusa all’interno e oggetto di formazione e monitoraggio. Per elaborare il piano strategico seguente alla policy interna, fatto di obiettivi, azioni, tempi e responsabilità, l’azienda si dota di una governance interna, un gruppo di lavoro multidisciplinare, con un responsabile nominato dalla direzione, che segue anche la raccolta dati e il monitoraggio. La PdR individua 7 aree di intervento, per ciascuna delle quali definisce indicatori di performance (KPI) qualitativi e quantitativi:

  1. organizzazione del lavoro e flessibilità oraria/spaziale (per esempio, smart working, part time reversibile, orari flessibili);
  2. supporto alla maternità (programmi informativi, check up, rientro dal congedo, valorizzazione delle competenze acquisite);
  3. supporto alla genitorialità, con attenzione al ruolo dei padri (quota di padri che usano congedi di paternità e parentali, giorni medi di congedo, programmi di “back to work” per entrambi i genitori);
  4. supporto agli impegni di cura (misure per caregiver, permessi aggiuntivi, accesso a servizi di assistenza);
  5. salute e benessere (campagne di prevenzione, supporto psicologico, iniziative sportive e culturali per famiglie);
  6. sostegno economico e servizi per le famiglie (piani di welfare aziendale, convenzioni per nidi, doposcuola e servizi family, reti territoriali condivise);
  7. sviluppo professionale e continuità di carriera (monitoraggio post congedo, accesso alla formazione, tasso di rientro post maternità, retention a 24 mesi).

Per ottenere la certificazione è richiesto un punteggio minimo sui KPI (50% per micro/piccole, 60% per medie/grandi) e diversi indicatori quantitativi soddisfatti, in proporzione alla dimensione. La conformità è verificata da organismi di certificazione accreditati secondo ISO 17021, con audit annuali e rinnovo triennale.

Per incentivare l’adesione, similmente alla prassi sulla parità di genere, alle imprese certificate è riconosciuto un esonero dal versamento dell’1% dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro. Inoltre, è attivo un accordo con Unioncamere per accompagnare le imprese verso la certificazione tramite assistenza tecnica e rimborso delle spese di certificazione. 

In concreto, la PdR 192:2026 trasforma la conciliazione in un sistema aziendale misurabile, non in iniziative spot: politiche, piani, indicatori e audit di terza parte. Così, si dà alle organizzazioni una “cassetta degli attrezzi” certificabile per politiche aziendali che sostengano maternità, paternità e carichi di cura, con un impianto di governance, un piano strategico e indicatori misurabili.

La PdR sulla conciliazione diventa più di un semplice standard: è un tassello di quell’alleanza tra attore pubblico, imprese e parti sociali che consente di costruire pacchetti di policy capaci di incidere davvero sulla vita quotidiana delle famiglie.