Quante piccole o grandi riforme sono accusate di essere se non dannose per lo meno inutili, che fanno troppo poco, arrivano troppo tardi? È una critica cui sono esposte oggi come in passato, fin dai secoli scorsi, da quando è stato possibile un certo grado di libertà di espressione e dibattito sulle scelte politiche.

Come Cisl abbiamo portato a compimento con successo un’iniziativa del tutto originale rispetto alla nostra prassi: il 24 aprile 2023 è stata depositata la proposta di legge sulla partecipazione nei luoghi di lavoro sostenuta da circa 400 mila firme raccolte dalla nostra organizzazione.

Con alcune modifiche questa proposta è divenuta legge due anni dopo.

A partire dal momento in cui è stata formulata la proposta, successivamente durante il suo iter parlamentare e ancor più dopo che è divenuta la legge 76/2025, le critiche sono state senza dubbio abbondanti, in alcuni casi anche severe.

E sono arrivate da diverse parti, anche da soggetti che sono stati vicini alla nostra organizzazione. Cosa che in alcuni colleghi ha generato un misto di sorpresa e mestizia.

Succede quando vedi colpito da accuse qualcosa o qualcuno a cui tieni e quegli attacchi provengono da persone stimate, dalle quali non te lo saresti aspettato. Vorresti un confronto fatto di ascolto e rispetto reciproco, invece hai la netta impressione che sia irrealizzabile, che quegli interlocutori vogliano solamente prevalere.

Oggi ci sentiamo coinvolti in prima persona, ma l’ostilità al riformismo ha una lunga tradizione. Ricorre a strutture volte alla persuasione che si ripetono nel tempo, pur applicate a contenuti differenti. Conoscerle aiuta a reagire e sostenere le proposte riformiste e la loro attuazione.

A questo scopo vi propongo i contributi di due economisti. Un articolo di giornale e un più corposo lavoro di ricerca.

Il primo è di Federico Caffè, grande economista e, soprattutto, un grande maestro.[1]

Federico Caffè assegnava allo studio della scienza economica una duplice funzione: comprendere e spiegare determinati fenomeni e far uso della conoscenza come guida all’azione per «l’edificazione di una civiltà possibile» frutto della «penetrazione graduale ed evolutiva delle idee tendenti al miglioramento sociale».[2] 

Esattamente quarantaquattro anni fa, a gennaio del 1982, pubblicò un articolo rimasto memorabile, La solitudine del riformista,[3] dove, con caparbietà venata di tristezza – portata del ricevere attacchi da soggetti che per molti aspetti consideri vicini, con ideali comuni – dichiarava che:

Il riformista è ben consapevole d’essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo.
La derisione è giustificata, in quanto il riformista, in fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematicamente distrugge. È agevole contrapporgli che, sin quando non cambi «il sistema», le sue innovazioni miglioratrici non fanno che tappare buchi e puntellare un edificio che non cessa per questo di essere vetusto e pieno di crepe (o «contraddizioni»). Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un «sistema», di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino; […]. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del «sistema».

[Sull’altro versante, quello “reazionario”] […] si aggiunge lo scherno di chi pensa che ci sia ben poco da riformare, né ora né mai, in quanto a tutto provvede l’operare spontaneo del mercato, posto che lo si lasci agire senza inutili intralci: anche di preteso intento riformistico.

[il riformista] […] è troppo abituato alla incomprensione, quali che ne siano le matrici, per poter rinunciare a quella che è la sua vocazione intellettuale. In questa non rientra, per naturale contraddizione, il fatto di dover occuparsi di palingenesi immaginarie.

Ritroviamo la malinconia del sentirsi incompresi e talvolta perfino derisi. E il persistere della volontà di andare avanti, l’impegno per costruire risultati parziali, imperfetti, eppure tasselli concreti di una maggiore giustizia sociale, di una riduzione degli squilibri di potere e benessere.

Gli attacchi al riformista arrivano da due lati. Sulla destra da chi considera giuste le diseguaglianze e ritiene che i privilegi siano sempre un proficuo motore sociale. Se non meritati, per lo meno giustificati. È dannoso criticarli, ridurli. Sul versante di sinistra, più o meno radicale, vive il principio che è risolutivo solo un mutamento totale del sistema, un completo e definitivo rovesciamento degli assetti di potere. Quindi occorre dire no ad ogni aggiustamento, colpevole di creare illusioni e mantenere in vita “il sistema”.

Affermazioni che ci portano al secondo contributo di cui vi voglio parlare. Nel 1991, una decina d’anni dopo l’articolo di Caffè, un altro economista, Albert Otto Hirschman, pubblica i risultati della sua analisi alle argomentazioni sostenute in opposizione a proposte e realizzazioni di riforme politiche, civili e sociali.[4]

Gli anni Ottanta del secolo scorso erano stati quelli del “riflusso” nel privato, quelli della rivincita del liberismo con i governi Thatcher in Gran Bretagna e Reagan negli USA. Hirschman aveva intrapreso lo studio come analisi della “retorica reazionaria”. La cosa lo ha portato a scoprire che gli stessi “imperativi dell’argomentazione” tendono, come dichiara esplicitamente, a «ricomprendere (non senza un certo senso di sorpresa da parte mia) la variante liberale o progressista».[5]

Albert Hirschman individua tre fondamentali retoriche reattive-reazionarie:

  1. la tesi della perversità, qualunque azione mirante a migliorare un qualche aspetto dell’ordinamento politico, sociale ed economico, avvierà un concatenamento di conseguenze non volute che produrrà l’esatto contrario dell’obiettivo proclamato e perseguito;
  2. la tesi della futilità, i tentativi volti a trasformare la società saranno vani o, comunque, non incisivi;
  3. la tesi della messa a repentaglio, la riforma ha l’effetto di danneggiare o annullare qualche preziosa conquista precedente.

La sua analisi prende in considerazione le tesi reazionarie nell’arco di oltre due secoli, dall’opposizione al riconoscimento delle libertà civili e dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, a quella al suffragio universale, prima maschile e poi alla sua estensione alle donne, infine l’offensiva neoliberista in contrasto al welfare state, cosa che prosegue tutt’ora.

Rileva che l’applicazione delle tre retoriche si ripete nei diversi contesti storici. La tesi della perversità è riferita prima ai diritti civili, poi a quelli politici e al suffragio universale, infine al welfare. Si affermava che sfuggiti al dominio degli inetti nobili si sarebbe caduti nel dominio della massa degli inetti, peggiore del precedente perché sono tali la maggioranza delle persone. E ancor più deleterio se i diritti civili e politici sono estesi anche alle donne. Un’accusa ai sistemi di welfare era che incoraggiano a vivere di assistenza, quindi generano povertà invece di ridurla. Trattare la povertà come colpa di cui vergognarsi stimola l’impegno ad uscirne, in questo modo si genera ricchezza invece di sprecarla.

La tesi della futilità nei due secoli considerati da Hirschman consiste nel sostenere che è immutabile la concentrazione del potere in una ristretta élite di privilegiati, chiusa nella tutela dei propri interessi e del tutto impermeabile. Al massimo ci può essere qualche nuovo entrante, la diffusa mobilità sociale e il miglioramento generalizzato sono illusioni, la divisione del potere e forme di controllo dal basso apparenze ingannevoli. Hirschman rileva che per i reazionari «l’azione progettata tenta di modificare caratteristiche strutturali permanenti (“leggi”) dell’ordine sociale. Essa è pertanto condannata a rimanere totalmente inefficace».[6] Ma i progressisti possono replicare che «L’azione progettata è sorretta da potenti forze storiche che sono già “in marcia”. Opporsi a queste forze sarebbe totalmente futile».[7]

La tesi della messa a repentaglio si basa su due punti: a) la nuova libertà metterà in pericolo una antica; b) l’antica è intrinsecamente più preziosa. «Presi insieme questi due argomenti – scrive Hirschman – costituiscono un’obiezione formidabile ad ogni modificazione dello status quo». Un esempio della retorica della messa a repentaglio è la teoria dell’incompatibilità fra progresso sociale e libertà: i fautori della seconda ritengono che debba essere sacrificato il primo, mentre i sostenitori della dittatura del proletariato fanno la scelta opposta. Al contrario, afferma Hirschman «L’interazione felice, positiva, che io chiamerò sostegno reciproco, è uno dei tratti distintivi della mentalità progressista. In contrasto con la mentalità della somma zero, del ceci tuera cela[8] dei reazionari, i progressisti sono invariabilmente persuasi che “Tutte le cose buone vanno insieme”».[9]

Le tre retoriche anti riformiste sono usate anche contro l’azione sindacale. Nel passato e ancora oggi. È un ambito che Hirschman non ha preso in considerazione. Possiamo farlo noi.

La tesi della perversità si ritrova nella dichiarazione “reazionaria” che la presenza del sindacato in azienda tutela gli scansafatiche, la rende meno competitiva e la farà soccombere rispetto alla concorrenza; oppure che un aumento salariale generalizzato porta all’aumento del costo del lavoro, quindi licenziamenti e riduzione del reddito aggregato dei lavoratori. Sul versante “radicale” la riconosciamo nella vecchia ostilità alla contrattazione di secondo livello, che divide la classe operaia e la rende più debole nello scontro generale con il padronato.

La tesi della futilità è riconoscibile in chi afferma che gli eletti come rappresentanti saranno comunque quelli più graditi alla direzione, rafforzandone il potere. Oppure che la contrattazione porta ad accordi con le controparti che li sottoscrivono solo nella misura in cui salvaguarda i loro interessi, e se c’è un vantaggio da parte datoriale non può che esserci un danno per i lavoratori. La soluzione per superare la necessità della mediazione con gli interessi della controparte è la conquista del potere politico da parte di un governo “amico” che permetta la emanazione di leggi favorevoli ai lavoratori imposte dalla forza dello Stato.

La retorica della messa a repentaglio si manifesta nel contrapporre contrattazione collettiva e individuale. Si afferma che la seconda dà alle singole persone la libertà di scegliere di rinunciare a certe tutele in cambio di altri benefici. In realtà la contrattazione individuale dei soggetti con maggior potere contrattuale trova spazio proprio perché ha come base di riferimento i benefici della contrattazione collettiva.

Oggi riconosciamo le tre retoriche nelle critiche, per lo più “radicali”, alla legge 76/2025. In alcuni casi espresse da soggetti e gruppi con approcci politico-culturali tradizionalmente ostili alla Cisl, ma anche da illustri accademici che in genere non possono essere considerati tali.

La perversità delle forme di partecipazione sostenute dalla legge 76/2025 è affermata dalla tesi secondo la quale esse illudono i lavoratori sulla disponibilità datoriale, velano la sua intrinseca avversità, ne favoriscono consenso e collaborazione senza reali contropartite, accrescendo il potere della direzione aziendale. In particolare la partecipazione strategica porta ad assumersi la responsabilità di decisioni, specie in casi di crisi e ristrutturazioni, che non siano acquisitive, ma comportino invece sacrifici per i lavoratori, indebolendo la loro identità e coesione come soggetto collettivo.

Più diffusa è la tesi della futilità: la legge 76/2025 forse non è dannosa, certamente è inutile. L’implementazione delle varie forme poggia sulla volontà delle parti, non impone obblighi e quindi non aggiunge nulla all’esistente.

Se deve essere solo la contrattazione collettiva a decidere se, in che modo, in quali ambiti, con quali poteri e limiti esisteranno forme di partecipazione la legge non porta nessun beneficio. Come esempio positivo viene contrapposta la legge 300/1970, lo Statuto dei Lavoratori, e le garanzie che ha istituito. Eppure anche quella legge ha protetto la libertà, la possibilità concreta di fare attività sindacale, non ne ha imposto l’esistenza. Esistono rappresentanze nei luoghi di lavoro solo se siamo capaci di costituirle, assemblee in orario di lavoro solo se siamo in grado di farle (e oggi sono moltissime le aziende in cui non si utilizzano tutte e 10 le ore disponibili), le bacheche restano vuote o con messaggi superati se non siamo in grado di tenerle costantemente aggiornate. Analogamente la legge 76/2025 presenta un quadro di possibilità: ancora una volta sta alla capacità del sindacato valutare caso per caso quali sono praticabili e avviarne la realizzazione.

Hirschman osserva saggiamente che «Il punto debole della tesi della futilità […] è che viene proclamata troppo presto. Ci si butta sul primo indizio che un programma non lavora nella maniera annunciata o attesa […] ci si precipita a giudicare e non si tiene nessun conto del processo di apprendimento sociale, delle possibilità di un policy-making incrementale, correttivo».[10]

La tesi della futilità ha comunque una componente tossica: può indebolire la costanza nel sostenere una riforma, favorirne lo svuotamento e l’abbandono. La critica che dichiara che non basta, che ci vuole di più, che bisognerebbe fare ben altro, qualcosa di più severo e radicale favorisce un esito gradito a chi si opponeva del tutto al cambiamento e accomuna critici conservatori e radicali. Queste argomentazioni degli oppositori radicali al riformismo hanno uno sbocco: meglio non fare nulla, tanto sarebbe troppo poco. Meglio evitare fatiche e rischi inutili. E così s’incontrano felicemente con gli oppositori reazionari.


[1] Ezio Tarantelli è stato suo allievo e collaboratore. Sono numerosi i suoi allievi che hanno proseguito con carriere prestigiose. Due sono divenuti governatori della Banca d’Italia: Ignazio Visco e Mario Draghi. Ha studiato con Caffè un nostro collega, Maurizio Benetti, e, grazie al suo tramite, Federico Caffè ha tenuto per anni lezioni di economia nei corsi di formazione della FIM presso il Romitorio di Amelia. Nell’immediato dopoguerra Caffè, in quanto capo di gabinetto al Ministero della Ricostruzione, è stato il mentore e poi amico di Franco Archibugi, il quale ebbe il suo primo impiego a quel ministero e rappresentò l’Italia per l’attuazione del Piano Marshall. In seguito Franco Archibugi divenne collaboratore di Giulio Pastore come responsabile dell’Ufficio Studi confederale dal 1951 al 1958 e, tra l’altro, curò l’acquisto della sede attuale del Centro Studi Cisl in via della Piazzola.

[2] Federico Caffè, Lezioni di politica economica, (a cura di Nicola Acocella), Bollati Boringheri, Torino, 2008.

[3] Federico Caffè, La solitudine del riformistain “il manifesto”, 29 gennaio 1982.

[4] Albert O. Hirschman, The Rethoric of Reaction. Perversity, Futility, Jeopardy, The Belknap Press of Harvard University Press, 1991 (trad. it. Retoriche dell’intransigenza. Perversità, futilità, messa a repentaglio, il Mulino, 1991).

[5] Ivi.

[6]Ivi.

[7]Ivi.

[8] Questo ucciderà quello (ndr).

[9] Ivi.

[10] Ivi.