«Freedom to move, right to stay», con questa formula il 27 novembre, presso l’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei deputati è stato presentato il Rapporto Svimez 2025, che ha offerto un quadro articolato e complesso delle dinamiche economiche e sociali del Mezzogiorno. 

La libertà di muoversi è un diritto europeo, ma spesso per i giovani la mobilità si trasforma in una necessità dolorosa. Ed è questa la realtà italiana emersa dal resoconto: un Paese che cresce ma non trattiene, che forma talenti ma li cede, che investe, ma fatica a trasformare gli investimenti in diritti duraturi. 

Il Rapporto Svimez 2025 racconta un Sud che crea occupazione come non accadeva da anni, ma continua a perdere competenze, salari e prospettive. La ripresa economica, trainata dal PNRR e dagli investimenti pubblici, non basta a trattenere una generazione di giovani e laureati che cercano altrove stabilità, retribuzioni più alte e servizi essenziali. 

Secondo i dati tratti dal Report, tra il 2021 e il 2024 il Mezzogiorno ha registrato un aumento dell’occupazione che supera l’8%, con un ritmo superiore rispetto al Centro-Nord. Su 1,4 milioni di nuovi posti di lavoro creati in Italia, quasi mezzo milione si concentra nel Sud, trainato dagli incentivi edilizi e dall’avvio dei cantieri PNRR, oltre che dalla ripresa del turismo e dall’aumento degli organici nella Pubblica Amministrazione. Eppure, questa ripresa non basta: nello stesso triennio, 175mila giovani meridionali tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato la propria regione per trasferirsi al Nord o all’estero. Si tratta per metà di laureati, con una rilevante componente femminile. La dinamica migratoria, soprattutto quella qualificata, continua a svuotare il Sud di energie, idee e competenze, rendendo il ciclo di sviluppo fragile e disomogeneo.

Il rapporto dedica grande attenzione a quella che definisce «la trappola del capitale umano»: l’Italia forma giovani altamente qualificati ma non riesce a trattenerli. Il Mezzogiorno perde ogni anno circa otto miliardi di euro in termini di investimento pubblico cumulato sulla formazione dei suoi laureati che poi emigrano. Anche il Centro-Nord, pur beneficiando dell’arrivo di laureati meridionali, subisce una perdita di oltre tre miliardi per l’emigrazione qualificata verso l’estero. Ne emerge un processo di polarizzazione: il Sud forma e perde, il Centro-Nord assorbe e poi a sua volta perde verso l’estero, mentre altri Paesi diventano i poli di attrazione più forti. Non stupisce, quindi, che Svimez insista sulla necessità di rafforzare università, ricerca e politiche industriali, soprattutto nella formazione professionalizzante.

Anche sul fronte giovanile, i segnali sono ambivalenti. L’occupazione under 35 cresce complessivamente di 461mila unità, con un contributo significativo del Sud, che vede un aumento di oltre 100mila giovani occupati. Qui, addirittura, sei giovani su dieci tra i nuovi assunti hanno una laurea, molto più che al Nord. Tuttavia, la qualità del lavoro resta un nodo irrisolto. Il turismo rappresenta ancora la principale porta d’ingresso per i giovani, ma è un settore che offre retribuzioni basse e scarse prospettive di crescita. Accanto a questo emergono comparti come quello informatico e la Pubblica Amministrazione, stimolati dal PNRR, ma con una capacità di assorbimento insufficiente. 

La questione salariale rappresenta un’altra emergenza. Nel secondo trimestre 2025 i salari reali in Italia non hanno ancora recuperato i livelli del 2021, con un calo più marcato nel Mezzogiorno, dove la perdita di potere d’acquisto tocca il 10%. L’effetto combinato di retribuzioni stagnanti e inflazione più elevata aggrava la condizione dei lavoratori, facendo crescere il fenomeno dell’in-work poverty. Al Sud quasi un lavoratore su cinque è povero, contro meno di uno su dieci nel Centro-Nord. Questa situazione si riflette anche sulle famiglie: nel Mezzogiorno la povertà assoluta torna ad aumentare, con 100mila nuovi poveri solo nel 2024. Il lavoro, in molti casi, non basta a garantire condizioni di vita dignitose.

Sullo sfondo di queste criticità, il Mezzogiorno mostra una dinamica di crescita economica sorprendentemente positiva. Tra 2021 e 2024 il Pil meridionale aumenta dell’8,5%, superando quello del Centro-Nord. L’edilizia, sostenuta dal Superbonus prima e dal PNRR poi, è il settore che ha dato il contributo maggiore, ma anche i servizi avanzati e la manifattura, in particolare l’agroalimentare e la produzione collegata alla filiera edilizia, mostrano un andamento migliore rispetto al resto del Paese. I Comuni meridionali, in particolare, hanno raddoppiato la spesa in conto capitale tra 2022 e 2025, diventando protagonisti dell’attuazione del PNRR.

L’effetto espansivo degli investimenti pubblici, secondo le stime Svimez, continuerà anche nel 2025 e 2026, anni in cui il Mezzogiorno è destinato a crescere ancora. Ma il quadro cambia nel 2027, quando l’esaurirsi della spinta del PNRR e la maggiore esposizione del Centro-Nord alla ripresa internazionale invertiranno la tendenza. Senza una strategia politica coerente e di lungo periodo, il Sud rischia di avvicinarsi solo temporaneamente ai livelli medi di sviluppo, per poi tornare a distanziarsene.

Il rapporto dedica una sezione significativa agli aspetti di legacy del PNRR, mettendo in evidenza che gli investimenti non hanno solo generato opere e cantieri, ma anche trasformazioni profonde nella capacità amministrativa dei territori. I tempi di progettazione delle infrastrutture sociali si sono accorciati e uniformati tra Nord e Sud; oltre 700 amministrazioni hanno adottato procedure semplificate, come gli accordi quadro di Invitalia e gli interventi destinati a servizi fondamentali come asili nido e mense scolastiche hanno iniziato a ridurre divari storici. Nel Mezzogiorno, per esempio, l’offerta di posti negli asili nido pubblici sta finalmente avvicinandosi ai livelli del Centro-Nord e dovrebbe raggiungere un sostanziale riequilibrio nel 2026. Anche la diffusione delle mense scolastiche mostra progressi significativi, pur con persistenti aree di ritardo.

Un altro elemento di rilievo è il ruolo crescente delle città medie, che Svimez identifica come nodi strategici nelle politiche di sviluppo. In un Paese caratterizzato da una struttura policentrica, queste città rappresentano spesso il punto di equilibrio tra grandi aree urbane e zone interne, soprattutto nel Mezzogiorno, dove funzionano da cerniera e da luogo di concentrazione dei servizi essenziali, dell’istruzione e delle attività produttive emergenti. Investire su di esse, sostiene il rapporto, è una condizione necessaria per contrastare lo spopolamento e sostenere una crescita più equilibrata.

Nell’ultima parte, il documento affronta un nodo molto delicato: il ritorno dei vincoli di finanza pubblica europei, legati al ripristino del Patto di stabilità, e il conseguente rischio di nuove politiche di contenimento della spesa. In una fase in cui l’economia mondiale rallenta e aumentano le risorse da destinare alla difesa, queste regole potrebbero ridurre i fondi necessari per far funzionare davvero le opere realizzate con il PNRR. Il punto critico, sottolinea la Svimez, è chiaro: si costruiscono nuove infrastrutture, ma poi mancano le risorse per gestirle, mantenerle e trasformarle in servizi utili per le persone. Il problema è particolarmente grave nel Mezzogiorno, dove i Comuni hanno bilanci più fragili e i bisogni sociali sono maggiori.

Per evitare che gli effetti positivi del PNRR si esauriscano rapidamente, si sottolinea la necessità di integrare le risorse del Piano con quelle della politica di coesione europea e nazionale, a partire dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e dal Fondo per lo Sviluppo e la Coesione. È una sfida che richiede continuità amministrativa, capacità di spesa e una governance che valorizzi il protagonismo dei territori, soprattutto delle città.

In definitiva, il Rapporto Svimez 2025 ci consegna l’immagine di un Paese in bilico: cresce, ma non abbastanza da trattenere i suoi giovani; investe, ma rischia di non avere le risorse per sostenere ciò che ha costruito; riduce alcuni divari, mentre altri si approfondiscono. Per il mondo del lavoro, la lezione è chiara: il problema non è solo creare occupazione, ma creare buona occupazione. Solo così il «diritto di restare», può smettere di essere uno slogan e diventare una condizione reale.