La cooperativa sociale Giotto nasce nel 1986 come Agriforest da un piccolo gruppo di laureati in Scienze agrarie e forestali che decide di fondare la cooperativa per offrire servizi di creazione e manutenzione di parchi e giardini. Accomunati da una vocazione sociale, il gruppo fa la scelta di diventare una cooperativa sociale di tipo B, per procurare lavoro anche a persone svantaggiate. Nel corso degli anni, Giotto riesce a radicare nel carcere varie linee di lavoro vero e remunerato, fra cui una pasticceria, un call center e l’assemblaggio di vari prodotti e altre attività all’esterno del carcere. Abbiamo chiesto a Nicola Boscoletto, tra i fondatori della cooperativa, di approfondire con noi il tema del reinserimento lavorativo e sociale dei detenuti.

Cosa significa per un detenuto lavorare, cosa cambia nella sua vita nel momento in cui ha l’opportunità di avere un lavoro?

Bisogna specificare bene una cosa: la quasi totalità delle persone detenute non ha mai lavorato e non sa cosa sia lavorare, non è nelle condizioni di lavorare, perché oggi le persone rinchiuse nelle carceri sono persone plurisvantaggiate, quindi persone che prima di approcciarsi a un periodo formativo e lavorativo dovrebbero essere curate rispetto alle diverse problematiche che hanno: dipendenze da droga, alcol, farmaci, ludo dipendenza, disagio sociale e psicologico, patologie psichiatriche; aggiungiamo che oltre un terzo della popolazione detenuta è composta da stranieri. Quindi la maggior parte delle persone detenute non ha la consapevolezza dell’importanza del lavoro nel proprio percorso rieducativo.

Non è pensabile che persone detenute che si trovano in queste condizioni siano in grado di approcciarsi direttamente al mondo del lavoro. Questo è il primo grande errore del sistema carcere, del Ministero della Giustizia, del Dipartimento,[2] che fanno un automatismo: un detenuto, un posto di lavoro.  Da questo punto di vista illudono, creando una falsa aspettativa nei confronti delle imprese. Alle aziende, che oggi fanno fatica a trovare lavoratori, il Ministero, il Dap, dicono “ve li diamo noi”, magari a basso costo, perché ci sono i benefici di legge, ma in realtà queste persone non sono in grado di lavorare e tantomeno il sistema carcerario è in grado di seguire ed accompagnare in maniera adeguata le imprese in questa difficilissima avventura.

Deve essere il carcere che si adatta al mondo del lavoro e non il mondo del lavoro al carcere, lo dice bene sia l’ordinamento che il regolamento penitenziario.

Ma ritorniamo alla domanda: per la persona detenuta il lavoro prima di tutto non è lavorare in sé, è la possibilità di avere dei soldi, perché in carcere se non hai dei soldi sei un pezzente, sei peggiore di un barbone, di quelli che troviamo nelle città con la mano tesa che chiedono i soldi. Il barbone, in città, nelle stazioni dei treni, o davanti alle chiese, alla sera ha raccolto 20, 50 euro; con quello che ha raccolto si prende un panino con la mortadella, un litro di vino, ed è l’uomo più libero del mondo, nel senso che non deve dare conto a nessuno. La persona detenuta normalmente non ha soldi, tranne una piccola parte di loro, che è quella parte che proviene dalla delinquenza importante, quella del circuito mafia, camorra, ndrangheta, che da fuori continua a mantenere queste persone; tra l’altro, in questo modo queste persone fanno fatica a rompere il legame al sodalizio malavitoso di appartenenza. In tutti gli altri casi i detenuti che hanno bisogno di soldi o si umiliano a chiederli a casa, ed è una cosa che fanno fatica a fare, perché già sentono di aver rovinato la famiglia che magari si trova in difficoltà economiche; per cui avendo la consapevolezza di aver fatto del male, aver messo in condizioni difficili i genitori, o la moglie, i figli, non se la sentono di chiedere di essere aiutati economicamente. L’alternativa è chiedere i soldi in carcere a chi li ha, ma se chiedi i soldi in carcere ad altri detenuti il rischio è di perdere totalmente la tua libertà, cioè tu diventi schiavo di un altro, perché devi in qualche modo restituirli e se non li hai, allora devi fare quello che ti dicono i detenuti che te li hanno dati. In carcere o quando sarai fuori, dovrai in qualche modo restituire il “favore”, venendosi così a creare una dipendenza dalla quale diventa molto difficile venir fuori.

Per cui quando ti dicono “io ho bisogno di lavorare, voglio lavorare”, usano un termine di cui non conoscono il significato e questo è il lavoro rieducativo più grande che ci sia da fare. Perché lo devi fare su persone adulte, non lo fai su dei bambini, su degli adolescenti, su dei ventenni, lo fai su persone che nella vita hanno fatto di tutto, fuorché lavorare. Anche quando ti dicono che avevano delle attività, in realtà erano coperture. Quando poi piano piano uno lavora insieme ad altri che gli trasmettono un senso del lavoro, che il lavoro ha un valore, che il lavoro non è uno scotto da pagare per avere uno stipendio per vivere, ma che il lavoro in sé è la cosa che ti permette di realizzarti, di compierti, di avere soddisfazione, di avere la possibilità di mantenere anche la famiglia, allora tutto cambia.

Ecco, tutto questo lavoro, nel tempo, fa riacquistare quello che Papa Francesco diceva sempre: il lavoro dà dignità. Normalmente lui aggiungeva anche che i soldi sono importanti, per te, per la tua famiglia, ma se tu pensi che il tuo valore, la tua dignità, sia proporzionale a quanti soldi prendi, ti perdi la parte migliore, quella che ti realizza, e quella che ti compie e come ti compie. Ad esempio, per un detenuto cominciare a mandare dei soldi a casa invece di chiederli è la rivoluzione copernicana. Il detenuto ritorna piano piano a sentirsi di nuovo padre se ha dei figli, a sentirsi marito, se ha una moglie, a sentirsi figlio nei confronti di genitori, cioè rialza la testa, riesce ad avere la forza di rialzare la testa, perché contribuisce alla vita della famiglia: compra i libri, la cartella per il bambino che va a scuola, compra un vestito alla moglie o aiuta i genitori che fanno fatica ad andare avanti con la pensione, questo restituisce dignità; spesso succede che i primi soldi, i primi vaglia che mandano a casa, ad esempio, ai genitori o alla moglie, più di qualcuno se li è visti restituire, ritornare indietro, perché a casa pensavano che quei soldi fossero ancora frutto dell’attività delinquenziale del loro familiare e quindi non li volevano.

Quindi il lavoro ha un grande valore, è la più grande medicina che ci sia, ma deve essere usato per il valore che ha, non deve essere separato il denaro dalle altre opportunità che il lavoro dà: questa è un’esperienza grande che noi abbiamo fatto, grazie anche alle persone detenute, perché attraverso questi esempi, queste dimensioni, ci hanno fatto scoprire ancora di più il valore del lavoro, cosa che oggi si è persa, soprattutto all’interno del mondo dell’amministrazione penitenziaria, come un po’ in tanti ambiti sia pubblici che  privati. Perché anche per chi è libero, il lavoro ormai spesso è vissuto come uno scotto da pagare e non come un elemento di realizzazione personale, invece è importante tornare a dare al lavoro altri significati, altri sensi.

Il nostro ordinamento prevede che la detenzione sia un percorso di rieducazione, per preparare il detenuto al suo reingresso in società. Quali sono le azioni necessarie per avviare un processo di inclusione sociale di un detenuto, quale rete di supporto permette di realizzare questo processo?

Occorrono più cose, la prima: un accompagnamento qualificato, multidisciplinare, professionalmente valido. Che vuol dire che la persona deve essere presa in carico in base alle problematiche che ha, da uno psicologo, uno psicoterapeuta, se le problematiche arrivano fino a delle patologie psichiatriche, dallo psichiatra. Capire se la patologia permette l’inserimento lavorativo di queste persone, perché devono avere delle capacità residue minime, se non sussiste nessuna capacità la persona va in assistenza. Da noi abbiamo istituito l’ufficio sociale, con delle psicologhe del lavoro e non solo, per capire bene la persona quali problematiche ha, come accompagnarla e che tipo di lavoro dare a questa persona. Queste figure professionali interne alla cooperativa sono importanti perché sono quelle che dialogano con tutti; le persone svantaggiate, come ad esempio le persone detenute, hanno i loro riferimenti nell’istituto, il loro educatore, l’assistente sociale, hanno un magistrato di sorveglianza, gli operatori del Sert e così via, quindi occorrono delle figure in capo al datore di lavoro in grado di dialogare professionalmente con tutti questi soggetti per poter accompagnare nel miglior modo possibile la persona.

L’altra cosa che serve è il contrario del pressapochismo, cioè seguire step by step, mese dopo mese il percorso della persona nel lavoro specifico in cui è inserita, bisogna dare degli obiettivi e verificare gli obiettivi. Alla persona vanno dati dei feedback continui, bisogna dire se sta raggiungendo o meno gli obiettivi, altrimenti si convince che gli obiettivi li sta raggiungendo. C’è una cosa importante di cui occorre avere una grande consapevolezza, che riguarda la percezione che ognuno di noi ha di sé e delle proprie capacità, questa percezione che uno ha di sé non corrisponde quasi mai a quello che effettivamente uno è, e tanto più ampia è questa differenza tanto più difficile è un lavoro su di sé, perché la persona fa fatica a sentirsi dire che ha sbagliato, a sentirsi correggere, quindi serve un grande lavoro da questo punto di vista.

Inoltre, io dico sempre che un lavoratore è un grande lavoratore quando è professionalmente e umanamente valido, perché tu puoi essere professionalmente il più bravo, ma umanamente essere povero. Quello che serve all’altro, la forza che serve, l’aiuto che serve è vedere qualcuno che il lavoro lo vive così, perché è sempre l’esempio che ha la possibilità di muovere in te qualcosa. Quindi io devo vedere qualcuno che crede in quello che dice, che vive quello che dice e che si prende amorevolmente cura di me. Ho aggiunto questo “amorevolmente” mutuando questa frase da Don Bosco, lui diceva “se questi ragazzi avessero trovato un amico che si fosse preso amorevolmente cura di loro, non sarebbero finiti in carcere”. Quindi non basta prendersi cura, bisogna prendersi amorevolmente cura. Perciò, occorre tanto l’aspetto professionale quanto quello umano, occorrono le qualificazioni e occorre metterci anche il cuore per far bene le cose.

Si parla molto dello stigma che resta addosso a chi è stato in carcere, anche dopo aver scontato la pena. Rispetto alla vostra esperienza, qual è l’atteggiamento delle imprese, degli imprenditori, verso le persone che hanno un passato di detenzione?

Il pregiudizio che l’imprenditore può avere è quello che più o meno ha la nostra società ed è totalmente influenzato dal clima in cui noi viviamo. Oggi viviamo in un clima in cui l’immigrato, il detenuto, è visto come un nemico, una brutta persona, anche se molto spesso il reale è molto meno del percepito, la narrazione è molto diversa dalla realtà. Che non vuol dire che non ci siano problemi chiaramente. L’imprenditore o ci crede o non ci crede, non c’è la via di mezzo in questo caso.  Chi ha una certa apertura, si lancia, però poi intervengono dei problemi, che sono quelli che determinano gli insuccessi, che sono quelli che poi allontanano anche quei pochi che magari non avevano questo pregiudizio. La principale responsabilità di questi insuccessi ce l’hanno il Ministero, il Dap, le carceri, perché lo dice anche l’ordinamento penitenziario che la persona andrebbe adeguatamente accompagnata; noi neanche immaginiamo in che condizioni si trovi una persona che esce dal carcere, le difficoltà che deve affrontare; non servono venti, trent’anni di detenzione, bastano sei mesi, un anno e la percezione della realtà cambia totalmente, la persona viene devastata dalla detenzione,  quindi, ad esempio, quando esce vuole spaccare il mondo, vuole recuperare tutto il tempo perduto, cosa quasi impossibile e comunque il volere è diverso dall’avere le caratteristiche per poterlo fare. Quindi se non si viene accompagnati il rischio è che uno su due, anche se inserito al lavoro, torni a commettere reati.

Però sullo stigma c’è da dire anche una cosa: il detenuto, per come la società lo vede, lo tratta, si attribuisce egli stesso uno stigma. Quando esce nessuno sa che è un detenuto, ma lui è come se si sentisse scritto in fronte: io sono un detenuto. Questo è un problema sul quale andrebbe aiutato, perché lui ti guarda e in base a come lo guardi, lui suppone che tu sappia che lui sia un detenuto. La percezione e il giudizio della società sono talmente pervasivi nei confronti della persona detenuta, che anche chi ha terminato la pena si sentirà sempre un detenuto.

Quali sono gli ostacoli al reinserimento dei detenuti che incontrate nel vostro lavoro? Cos’è che non funziona nel sistema?

Prima di tutto la burocrazia: è il sistema che ti sfianca, sfianca tanto la persona detenuta quanto tutte le cooperative/aziende che se ne occupano. Ogni azione prevede moltissimi passaggi burocratici, dal permesso per il detenuto, alle autorizzazioni di cui abbiamo bisogno per avviare una persona al lavoro, spesso non ci comunicano neanche quando un detenuto di cui ci stiamo occupando esce dal carcere; è tutto un meccanismo che, se non hai una forte motivazione, non puoi sostenere e le imprese non hanno il tempo di star dietro a tutte queste cose. Infatti, i contributi, le agevolazioni le mettiamo al secondo posto, al primo posto c’è la necessità di lavorare in modo più snello, perché se ci lasciano lavorare e lavoriamo bene, magari i contributi che ci sono, bastano.

La percezione è che le istituzioni non si fidino, di noi, dei detenuti, anche perché se un detenuto esce e commette un reato, uccide qualcuno, magari è un caso su cento, però quell’uno su cento diventa tutto. Quindi si è creato un clima in cui la fiducia le istituzioni non hanno la forza di dartela e non hanno la forza di rischiare, in una parola, di esercitare la responsabilità a cui sarebbero chiamati come servitori dello Stato: troppo rischioso per la carriera. Quindi la burocrazia, alla faccia della semplificazione, è stata implementata perché le istituzioni preposte devono controllare tutto, devono avere tutto sotto controllo. Però io porto sempre l’esempio dei figli e dei genitori: se un genitore non si fida mai di suo figlio, quel figlio non gli vorrà tanto bene. Ma se le persone detenute non trovano qualcuno che gli vuole bene, non impareranno mai cosa vuol dire potersi fidare, poter voler bene. Oggi nell’ambito del welfare educativo si è perso il filo del senso, del significato, del voler bene all’altra persona. Se l’altro non si sente amato e rispettato, non imparerà mai a farlo né verso sé stesso né tantomeno verso gli altri.

Inoltre è necessario che tutti gli attori in gioco abbiano la disponibilità e l’interesse a confrontarsi, a dialogare, ad ammettere anche gli errori che possono essere commessi, a mettersi in discussione, oggi nessuno vuole più mettersi in discussione.

Nel momento in cui il detenuto rientra in società perde alcune certezze, perché comunque il carcere rappresenta anche un tetto sulla testa, è un luogo dove stare. Quindi oltre al lavoro di cosa ha bisogno chi termina la pena?

Prima di dirti una serie di elementi, te ne dico uno che li tiene dentro tutti: nella nostra esperienza, le situazioni che sono riuscite meglio, sono tutte quelle che riguardano persone che hanno trovato una stabilità affettiva, dove alla stabilità affettiva diamo un’accezione a 360 gradi, cioè non è solo la stabilità affettiva perché hai una moglie, dei figli, i tuoi genitori e in qualche modo si ricompone un rapporto affettivo; possono essere degli amici con cui avevi vissuto una bella amicizia e quella la recuperi, o delle nuove amicizie che ti fai, che però devono avere un fondamento affettivo vero. Non è solo, come si dice, il passare del tempo.

Poi ci sono gli altri elementi: senza una casa non vai da nessuna parte,  però poi tu vai a casa e con chi sei a casa? Con chi stai a casa? Con chi condividi il tempo del non lavoro a casa, il fine settimana? Spesso quando manca questo legame affettivo a 360 gradi ci si rifugia nel bere, nel gioco, oppure uno esce e cammina da solo, va in giro da solo.

Quindi a questa persona abbiamo dato un tetto, ma lo abbiamo anche riempito di significato? Lo abbiamo accompagnato aiutandolo a non sentirsi solo?

Un altro elemento importante è l’accompagnamento che dicevamo prima. Magari la persona non ha la patente, che è una cosa importante da avere in particolare per il lavoro. Vorrebbe imparare qualcosa, fare un corso, magari. Se trova una relazione, un contesto, delle persone che lo aiutano, lo accompagnano, riesce a farlo. Altrimenti no. Questo era per dire che cosa? Che come sempre c’è la forma e c’è il contenuto, servono tutte e due. C’è la casa, ma serve che la casa sia calda. Domenica scorsa, il Papa, durante l’Omelia del Giubileo dei Poveri, parlando della povertà, ha detto che il dramma che attraversa tutte le povertà è la solitudine e che occorre una cultura dell’attenzione, dell’essere attento all’altro, e tu puoi essere attento all’altro se sei attento anche a te stesso.

La cooperativa Giotto ha fatto un lungo percorso, ha realizzato molte esperienze e in un certo senso è diventata anche un modello a cui ispirarsi. A tuo parere qual è stato l’elemento vincente che vi ha permesso di fare cose importanti a cui anche altri stanno guardando?

Non perdere l’idealità che avevamo da giovani, quella idealità, quella voglia che ti farebbe partire, andare in ogni parte, spaccare il mondo, far le battaglie, desiderare un mondo migliore. Cioè tutta quella idealità che te la lasciano finché sei ragazzo e che, quando sei adulto e entri nel mondo del lavoro, spesso te la demoliscono. Non abbiamo voluto credere che questa cosa era solo da ragazzi, ma noi abbiamo desiderato che potesse essere per tutta la vita, non volevamo passare da una prima scelta ad una seconda, terza scelta, volevamo continuare a vivere e non finire con il sopravvivere.

Bisogna dire tutta la verità, se abbiamo realizzato tutto questo è grazie all’esperienza cristiana che alcuni di noi hanno vissuto da giovani e continuano a vivere. Abbiamo incontrato alcune persone che vivevano la vita così. In particolare, durante gli anni di università io, come altri, ho conosciuto don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione, a lui interessava l’uomo, la persona.  Abbiamo visto una persona che era “ossessionata dal non vivere inutilmente la vita”, perché la vita avesse un senso, scommettendo tutto sulla libertà dell’altro. Ecco, abbiamo avuto la fortuna di incrociare durante gli anni di università una persona così, che ti faceva desiderare che la tua vita fosse così per sempre.


[1]Laureato in Scienze Forestali all’Università di Padova. Socio fondatore nel 1986 della cooperativa sociale Giotto di cui per anni è stato presidente.

[2]Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap).