L’articolo 27 della Costituzione prevede che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, al fine di costruire un percorso di reingresso nella società con esiti positivi, scongiurando recidive e nuove pene detentive.
Chi viene privato della libertà a seguito di una condanna vede il momento del fine pena come un passaggio delicato, con prospettive incerte rispetto alla possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro e nella società civile complessivamente.
La situazione penitenziaria italiana, come è noto, presenta molte criticità, soprattutto riguardo al sovraffollamento degli istituti, problema che si riverbera sia sul benessere abitativo dei detenuti, sia sul tipo e sulla qualità dei servizi di riabilitazione e di rieducazione che possono essere offerti in un contesto di questo genere.
Un percorso carcerario con scarsa assistenza sul processo di reinserimento del detenuto nella società favorisce inevitabilmente eventi di recidiva.
Per assurdo il carcere a volte è l’unico spazio in cui si abbia una dimora, pasti regolari, accesso a cure mediche e a una routine ordinata. La libertà per alcuni ex detenuti può rappresentare una condizione di maggiore marginalizzazione rispetto a quella detentiva: l’assenza di legami stabili, opportunità, accompagnamento rappresentano un’ulteriore condanna, per chi ha già pagato il proprio debito. Il progetto “Recidiva Zero”,[1] promosso dal CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), in collaborazione con il Ministero della Giustizia e altri enti, ha proprio l’obiettivo di ridurre la recidiva penale attraverso percorsi di sostegno nello studio, la formazione e il lavoro delle persone detenute o ex detenute, con l’intento di applicare concretamente l’articolo 27 della Costituzione, che appunto prevede che le pene non siano contrarie al senso di umanità e mirino alla rieducazione del condannato.
Il progetto è parte integrante di un programma nazionale nato dall’Accordo interistituzionale siglato nel giugno 2023 tra il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) e il Ministero della Giustizia. La principale finalità dell’accordo è quella di creare un ponte tra carcere e società, attraverso istruzione, formazione e lavoro per le persone detenute o sottoposte a misure restrittive.
Il ruolo del CNEL in questo progetto è particolarmente importante, in quanto ha proposto il primo disegno di legge (2024), che attraverso una rivisitazione complessiva dell’attuale quadro normativo e regolamentare in materia di ordinamento penitenziario, mira a costruire una rete interistituzionale integrata in grado di supportare il percorso di inclusione lavorativa sia in carcere che nella fase post rilascio. In particolare ha l’obiettivo di:
- equiparare i detenuti lavoratori ai lavoratori liberi, applicando i contratti collettivi nazionali (CCNL);
- estendere i benefici della legge Smuraglia;
- creare una rete nazionale di governance multilivello tra Regioni, imprese, enti locali e terzo settore;
- istituire un fondo per il reinserimento socio-lavorativo.
Il CNEL, in quanto luogo di rappresentanza dei corpi intermedi, ha inteso renderli protagonisti di questo obiettivo di responsabilità civica, costituendo il Segretariato Permanente per l’inclusione economica, sociale e lavorativa del CNEL (fondato nel 2024) che coordina le iniziative del progetto e ha il compito di agevolare i rapporti con tutti i soggetti portatori di interesse (Regioni, imprese, cooperative e terzo settore), interazione che ha portato ad individuare come tema centrale la necessità di:
- profilare i detenuti per favorire l’abbinamento tra competenze e opportunità (attraverso la piattaforma SIISL[2]);
- mappare le attività formative e lavorative esistenti nelle carceri;
- promuovere “azioni di sistema” e buone pratiche a livello nazionale.
Il fulcro del progetto “Recidiva zero” è il lavoro, il lavoro buono, regolare, dignitoso. Perché chi lavora, cambia. Recupera fiducia in sé stesso, riscopre motivazioni, possibilità di costruire. L’inserimento dei detenuti lavoratori e di coloro che sono a fine pena è un’azione concreta di giustizia sociale che getta le tracce per un futuro migliore, per i singoli e per l’intera società. Ciò non esclude che la pena non abbia anche altre funzioni risarcitorie di tipo sociale, ma è la funzione educativa che pone lo sguardo verso un futuro di recupero e di risocializzazione del condannato.
Per orientare il sistema penitenziario verso l’obiettivo della recidiva zero è necessario soffermarsi sul contenuto e sulla qualità della pena detentiva che deve rappresentare l’avvio di un percorso trasformativo e condurre al recupero o all’acquisizione delle competenze, delle relazioni e delle condizioni necessarie per un pieno reinserimento nella società.
Il sistema penale deve agire sulle cause profonde dei comportamenti devianti, come la povertà educativa, la disoccupazione, la carenza di servizi sociosanitari, il fallimento di percorsi di integrazione, la fragilità economica e sociale.
Quali sono gli strumenti per cambiare direzione in un percorso di vita ai margini, accidentato, senza fiducia verso la società e le istituzioni? Sono la scuola, la formazione, il lavoro.
Il 98% di chi impara un mestiere in carcere, una volta fuori, non commette più reati. Oggi nelle carceri italiane oltre il 34% dei detenuti lavora, pari a circa 21.200 persone, la maggior parte sono alle dipendenze del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ma l’obiettivo deve essere quello di ampliare il lavoro gestito da imprese private e Terzo settore: negli ultimi due anni i lavoratori detenuti alle dipendenze di terzi sono aumentati del 30%. Le imprese che hanno usufruito della legge Smuraglia[3] ad oggi sono 730, con un aumento nell’ultimo biennio del 40,6 %.
È comune la consapevolezza che l’offerta di lavoro non debba essere generata soltanto dalle opportunità lavorative che provengono dalle lavorazioni interne agli istituti di pena; negli ultimi anni si è assistito infatti a uno sviluppo graduale di lavoratori produttivi interni gestiti da imprenditoria esterna convenzionata, che ha offerto occasioni di impiego anche nella fase successiva alla scarcerazione. Quest’ultima opportunità è particolarmente preziosa, i dati evidenziano che il numero di recidivi tra coloro che proseguono l’attività lavorativa una volta usciti dal carcere, è molto inferiore a quello dei soggetti rimessi in libertà, ma privi di attività lavorativa.
Nella logica di muoversi secondo un’azione di sistema, è opportuno focalizzare l’attenzione anche su un’altra dimensione di grande rilevanza strategica per l’inclusione socio lavorativa dei detenuti, che consiste nel costruire una piattaforma che sia dedicata a rilevare e tracciare le competenze in ingresso, i percorsi di formazione e laboratoriali e le relative competenze in uscita acquisite dai detenuti coinvolti e a gestire le informazioni sull’offerta di personale qualificato tra i soggetti in uscita dal percorso penale, al fine di rispondere alle richieste provenienti dal mercato del lavoro esterno.
Sebbene il lavoro sia una componente fondamentale nel percorso rieducativo del detenuto, non è l’unico elemento di un processo che deve comprendere anche la formazione professionale e continua, il sostegno psicologico e sociale; la formazione poi non deve limitarsi a costruire competenze tecniche, bisogna garantire anche l’accesso a un’educazione civica, emotiva e relazionale, che accompagni la persona nel riscoprire sé stessa e le proprie potenzialità. Anche il supporto psicologico è da considerarsi imprescindibile, per affrontare le fragilità personali e i traumi che spesso caratterizzano la storia dei detenuti.
Molte delle attività sino ad oggi realizzate per favorire l’inclusione socio lavorativa dei detenuti sono state promosse e realizzate da enti del Terzo Settore, un nodo della rete che ha avuto e ha un ruolo determinante nel dare concretezza quotidiana ai processi di reintegrazione.
Attraverso progetti educativi, laboratori formativi, percorsi terapeutici e attività di pubblica utilità, il Terzo Settore contribuisce in modo determinante a costruire spazi e opportunità in cui le persone detenute possano riconoscersi come cittadini e non solo come rei. Questo approccio pragmatico mette al centro la dignità della persona e la possibilità di trasformazione. Infatti il lavoro e la formazione professionale in carcere rappresentano momenti fondamentali ai fini del reinserimento sociale e non possono non coinvolgere l’intera collettività. Poter indirizzare la progettualità di chi ha sbagliato verso valori socialmente condivisi, offrendo gli strumenti per costruire delle possibilità concrete di reinserimento sociale, significa poter ridurre in misura rilevante il pericolo di recidiva. Nel processo di reinserimento sociale, oltre alla formazione professionale e alle opportunità di occupazione, è necessario preoccuparsi anche della disponibilità di un’abitazione per quei detenuti che non possono contare su una rete familiare in grado di accoglierli.
Il mondo della cooperazione rappresenta un riferimento importante nella realizzazione di progetti di reinserimento con un approccio multidisciplinare, che si sviluppa su tre direttrici: formazione, accompagnamento, lavoro. La formazione (di base, professionale e continua) è un elemento chiave per avviare un percorso di reinserimento lavorativo, ma deve caratterizzarsi con offerte non frammentate, personalizzate sul soggetto, che tengano conto di eventuali competenze acquisite in precedenza in contesti formali o non formali, al fine di irrobustire la spendibilità delle competenze possedute in base alle esigenze del mercato del lavoro. Il secondo asse, l’accompagnamento, nei percorsi di inclusione di soggetti fragili, è uno strumento della relazione di aiuto, che consiste nel sostegno alla graduale acquisizione di autonomia del soggetto nella realizzazione del proprio percorso di vita, anche attraverso l’accesso ai servizi sociali, abitativi, educativi, professionali. Si tratta quindi di fornire all’interlocutore le condizioni, non soltanto di sviluppare nuove risorse che lo aiutino a far evolvere la situazione nella quale si trova, ma che gli permettano, attraverso l’arricchimento della sua esperienza, di procedere in modo autonomo verso successivi cambiamenti. Infine, l’asse del lavoro, che si sviluppa sia all’interno che all’esterno degli istituti di pena, di cui le cooperative rappresentano da sempre il ponte tra il dentro e il fuori.
Esistono chiaramente degli ostacoli che non possono essere né negati, né sottovalutati. Prima di tutto, l’esperienza lavorativa può terminare sia durante la pena che dopo. Nel primo caso intervengono ostacoli dati dalle tempistiche della burocrazia, da eventuali trasferimenti in altri istituti, dalla modifica della condizione detentiva, da possibili sanzioni disciplinari che comportano la perdita di benefici e, anche, dalle condizioni di salute. Dopo il fine pena intervengono soprattutto barriere logistiche ed abitative, che hanno un effetto sulla capacità di spostamento e sulla costruzione di una nuova vita secondo una scelta autonoma e consapevole. Ulteriori ostacoli all’esterno possono essere rappresentati dalla difficoltà di aprire un conto corrente, dall’ottenimento di documenti, dal non possedere un cellulare dove essere contattati, altri sono legati alla permanenza o meno nel contesto territoriale di riferimento. È importante anche il tipo di tessuto sociale in cui ci si trova una volta fuori dal carcere, che può essere attrattore o respingente. Anche per questo le alleanze tra cooperazione sociale, imprese profit e soggetti intermediari del lavoro possono incidere sull’esito dei percorsi.
Chiaramente non si può negare che per aumentare le opportunità di offerte di lavoro è necessario lavorare per superare le difficoltà legate ai pregiudizi, investendo in campagne di sensibilizzazione pubblica e nella formazione professionale, nonché incentivare le imprese che scelgono di collaborare con il sistema penitenziario.
Il carcere può davvero trasformarsi da luogo di isolamento e degrado a spazio di crescita e cambiamento, di rigenerazione umana e sociale. Per farlo è necessario affrontare problematiche spinose, investendo anche nella formazione degli agenti, coinvolgendo tutte le figure professionali presenti nel carcere, interne e provenienti da servizi esterni. Solo con un approccio lungimirante, che volga lo sguardo oltre la pena, è possibile costruire un sistema penale che non solo punisce, ma rieduca e reintegra, per il bene di chi ha sbagliato e ha pagato il proprio debito con la giustizia e dell’intera società.
[1] Cnel, Ministero della Giustizia (a cura di), Recidiva zero, I documenti del Sole 24 ore, supplemento al numero del 25 luglio 2025.
[2]Il SIISL (Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa) è una piattaforma digitale nazionale creata dal Ministero del Lavoro e dall’INPS per facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e formazione. Si rivolge principalmente a chi percepisce ammortizzatori sociali come NASpI, DIS-COLL, Assegno di Inclusione (ADI) e Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), ma è accessibile a tutti i cittadini in cerca di occupazione o formazione. La piattaforma permette di caricare il proprio curriculum, trovare offerte di lavoro e percorsi formativi.
[3] La legge 193/2000, nota come Legge Smuraglia, promuove il reinserimento lavorativo dei detenuti offrendo incentivi economici, come crediti d’imposta, alle imprese e alle cooperative sociali che li assumono. L’obiettivo è favorire l’occupazione di detenuti e internati, anche in regime di lavoro esterno e semilibertà, per ridurre il tasso di recidiva e preparare un ritorno più efficace nella società.