Vi propongo un approccio matematico, ovvero cerco di condividere alcuni punti di riferimento.
Nel mondo si prevede che nel 2050 si realizzerà un incremento di consumi energetici cinque volte superiore all’attuale fabbisogno.
L’Italia, che è un Paese altamente avanzato, si suppone raddoppi i suoi consumi entro il 2050. Questo dato ci indica che difficilmente potremo sostituire l’energia fossile con le rinnovabili, perché attualmente le fonti rinnovabili (come il sole e il vento), hanno dei limiti strutturali come:
- l’intermittenza (le rinnovabili producono energia per meno di un quarto del tempo totale e solo in presenza di condizioni meteo favorevoli)
- la sovrapproduzione (con le condizioni meteo favorevoli producono tutte contemporaneamente).
Inoltre, nelle ore centrali della giornata e nei weekend, quando la domanda è bassa, si determina un eccesso di offerta che porta i prezzi dell’energia a zero, esponendo la rete a sovraccarichi, con i gestori della rete (Terna in Italia) che sono sempre più spesso costretti a “tagliare” quote importanti di produzione, non immettendole in rete, ma pagandola egualmente. Per ovviare a questi limiti e ridurre i rischi di mercato servirebbero gli accumuli (Installare grandi batterie commerciali, attualmente la richiesta si indirizza verso batterie da 40 GW la cui fornitura è controllata al 75% dalla Cina e vi è scarsità di materie prime – cosiddette terre rare), oppure attrezzarsi con i pompaggi marini realizzabili al sud Italia, dove è presente la maggior sovrapproduzione di energia rinnovabile (5 pompaggi marini farebbero crescere il PIL dell’1,5 %). Il pompaggio è realizzato con tecnologia idroelettrica, che permette di utilizzare l’energia in eccesso pompando l’acqua nell’invaso, per averla disponibile quando le fonti rinnovabili non riescono a rispondere alla domanda (notte).
La transizione energetica si trova a fare i conti con la dura realtà dei numeri e della fisica; l’obiettivo della totale elettrificazione si scontra quotidianamente con l’intermittenza delle Fonti Energetiche Rinnovabili (FER), con la parzialità dello stoccaggio energetico e con una rete di distribuzione geograficamente sbilanciata. In questo scenario, il dibattito sul nucleare civile in Italia non può più rappresentare un tabù ideologico, ma una necessità pragmatica per evitare che il sistema collassi (come successo recentemente in Spagna).
Il “Bagno di Realtà” sulle Rinnovabili dovrebbe farci uscire dalla retorica della decarbonizzazione, che spinge verso una transizione immediata.
Chicco Testa, saggista ed ambientalista, afferma che le rinnovabili sono una scelta eccellente e necessaria, ma servono prevalentemente a produrre energia elettrica, la quale oggi copre solo il 23% dei consumi complessivi in Italia. Il restante 77% dipende ancora dai combustibili fossili, impiegati per il riscaldamento, i trasporti pesanti e l’industria petrolchimica.
Testa punta il dito contro quello che definisce un “ambientalismo demagogico” e la piaga del fenomeno NIMBY (Not In My Back Yard), che blocca sistematicamente le infrastrutture sul territorio. Senza un approccio razionale che veda nella tecnologia e nel progresso un alleato, rimpiazzare del tutto le fonti fossili risulta impossibile. La soluzione risiede quindi in un mix energetico solido che includa anche l’atomo.
Sul fronte politico, l’Italia sta accelerando la creazione di una cornice normativa ed istituzionale. Il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha tracciato una timeline molto chiara: il nuovo nucleare italiano sarà pronto nel biennio 2033-2034, arrivando a coprire stabilmente tra il 10% e il 15% (l’attuale importazione di energia dalla Francia) del fabbisogno nazionale. Il ministro ha sollevato un argomento pragmatico sul consumo del suolo: “Un piccolo reattore modulare (SMR) da 300 megawatt occupa lo spazio di appena 3 o 4 campi di calcio. Per produrre la stessa quantità di energia con il fotovoltaico servirebbero circa 3.000 campi di calcio”.
I Numeri per il 2050 fissati dall’Europa impongono all’Italia di produrre, entro il 2050, almeno 600 TWh/anno di elettricità (il fabbisogno elettrico italiano annuale si attesta intorno ai 311,3 TWh (Terawattora), dato registrato alla fine del 2025) con un’intensità carbonica inferiore a 60 gCO2/kWh.
Un programma nucleare nazionale da 40 GW (pari a circa 25-30 reattori distribuiti in 4 o 5 siti) permetterebbe di tagliare del 60% la necessità di nuovi impianti rinnovabili, eliminando la dipendenza da colossali e costosi sistemi di stoccaggio energetico. Per fare questo, serve un Piano Energetico Nazionale (PNIEC) trentennale approvato in modo bipartisan. Le tecnologie previste sono SMR e AMR: il nuovo nucleare di terza e quarta generazione.
La ricerca oggi non guarda più alle vecchie e mastodontiche centrali del passato, ma si concentra su due fronti modulari e flessibili:
- SMR (Small Modular Reactors) di Generazione III+: Reattori di piccola taglia (fino a 300 MWe), prodotti industrialmente in serie e disponibili commercialmente a partire dal 2030. Sono ideali per sostituire le vecchie centrali a carbone e gas, in particolare nel Nord Italia, e possono alimentare le reti di teleriscaldamento cittadine.
- AMR (Advanced Modular Reactors) di Generazione IV: attesi entro il 2040, utilizzano tecnologie avanzate a ciclo chiuso per ottimizzare l’uso dell’uranio (fino al 98% contro lo 0,72% della Gen III) e sono in grado di bruciare le scorie nucleari esistenti. Possono generare alte temperature (300-500°C) per i poli chimici o per la produzione di idrogeno industriale.
A livello internazionale, la quarta generazione vede già progetti operativi come il reattore veloce russo BN-800 (raffreddato a sodio liquido, attivo dal 2014), e prototipi avanzati in India, Cina e Stati Uniti (il reattore Natrium previsto per il 2026). L’Italia partecipa in prima linea a questa rivoluzione industriale tramite il progetto internazionale NEWCLEO, in collaborazione con Ansaldo, mirato allo sviluppo di un reattore veloce SMR raffreddato a piombo (Lead Fast Reactor – LFR).
Per ripartire con il nucleare serve il Deposito Nazionale per le scorie radioattive. Qualsiasi discorso sul nucleare non può prescindere dalla gestione dei residui radioattivi. In Italia, la responsabilità della localizzazione, progettazione e messa in sicurezza definitiva dei rifiuti spetta a SOGIN, che sta portando avanti il progetto del Deposito Nazionale e Parco Tecnologico. Quest’opera strategica serve a raccogliere in un’unica struttura centralizzata non solo i residui del passato smantellamento (decommissioning) delle vecchie centrali italiane, ma anche i rifiuti radioattivi che strutture sanitarie (diagnostica e terapie), industrie (sorgenti di Cobalto 60 e Cesio 137) e centri di ricerca biomolecolare e ambientale continuano inevitabilmente a produrre quotidianamente. Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha pubblicato la Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI), individuando 51 zone idonee distribuite in 6 regioni, aprendo contestualmente la fase di autocandidatura regolata dal Decreto Energia (DL 181/2023).
La strada verso l’autonomia energetica e la decarbonizzazione richiede realismo. Come evidenziato dai dati industriali le rinnovabili da sole faticano a garantire la continuità a causa dell’intermittenza della produzione e dei vincoli geopolitici legati all’approvvigionamento di batterie e materie prime. Il nucleare civile di nuova generazione non si pone come un’alternativa radicale, ma come l’ancora di stabilità fondamentale per integrare il mix energetico nazionale, evitare il rischio di blackout e traghettare il Paese verso un futuro realmente carbon-free.
Tutte le obiezioni alle centrali nucleari indicano come macigni invalicabili scelte che in altri paesi sono state affrontate per ridurre i rischi ambientali, politici e per la salute. L’attendismo non è una strada percorribile, soprattutto in tempi turbolenti, appare pertanto particolarmente visionaria la politica energetica degli anni Settanta dell’allora ministro Donat-Cattin, che sosteneva una pluralità di fonti energetiche per evitare gli aumenti improvvisi di costo. Sicuramente differenziare le fonti oggi richiede dei tempi medio lunghi, ma non potremo fronteggiare per sempre nuovi rincari con la politica dei bonus.