1. Alcune cose nuove ma non nuovissime: il turboindividualismo

1.1 Perché la Chiesa si occupa delle Cose Nuove: la Rerum Novarum nel passaggio al XX secolo

La recente pubblicazione di Magnifica Humanitas, la prima enciclica “sociale” di Papa Leone non può non interrogare tutti gli uomini di buona volontà che – come chi legge – hanno dedicato e dedicano in qualche modo la propria azione alla promozione della giustizia sociale, nei luoghi di lavoro ma non solo. Del resto, la Chiesa, nel suo cammino attraverso la storia, non si è mai limitata a un’osservazione distaccata delle dinamiche terrene, ma ha sempre avvertito l’urgenza di incarnare il messaggio evangelico nelle fratture e nelle contraddizioni del proprio tempo. Questo imperativo si è manifestato con dirompente chiarezza nel 1891, quando un precedente Papa Leone, il XIII, promulgò la Rerum Novarum. Il passaggio tra il XIX e il XX secolo era segnato dai profondi traumi della prima rivoluzione industriale: l’urbanizzazione forzata, lo sradicamento delle comunità contadine e l’emergere di una questione operaia che – spesso – gridava vendetta al cospetto di Dio.

La Chiesa intervenne su queste “cose nuove” non per nostalgia del passato, ma per salvaguardare la dignità umana minacciata da due fuochi incrociati. Da un lato, criticando gli eccessi di un capitalismo nascente e sregolato, che riduceva il lavoratore a merce, a mero strumento di produzione. Dall’altro, la Rerum Novarum articolando una condanna altrettanto ferma del collettivismo e delle ideologie marxiste che lo fondavano. La soluzione prospettata dal socialismo di matrice marxista, basata sull’abolizione della proprietà privata e sulla lotta di classe, era considerata intrinsecamente errata poiché mortificava la libertà del singolo e dissolveva la persona nella massa, sostituendo all’oppressione del capitale l’oppressione di uno Stato leviatano. In questo delicato crinale, la Dottrina Sociale della Chiesa iniziava a delineare una terza via, centrata sulla dignità inalienabile della persona e sul ruolo dei corpi intermedi.

1.2 La revisione della Centesimus Annus: la crisi dei regimi e il turbocapitalismo

Cento anni dopo, nel 1991, il mondo sembrava aver emesso il suo verdetto storico. Con la caduta del Muro di Berlino, le ideologie collettiviste parevano sgretolarsi sotto il peso delle proprie contraddizioni economiche e, ancor prima, del proprio fallimento antropologico. Eppure, nella Centesimus Annus, San Giovanni Paolo II non si abbandonò al trionfalismo di chi proclamava la “fine della storia”. Con straordinaria lucidità profetica, il Pontefice avvertì che il crollo del comunismo non significava l’automatica validazione morale del sistema vincitore. Anche il capitalismo, se privo di un solido inquadramento etico ancor prima che giuridico, “uccide”.

Si è chiuso il XX secolo e il XXI si è aperto sotto il segno di quello che l’economista e politologo Edward Luttwak ha acutamente definito turbocapitalismo. Si tratta di un modello economico accelerato, iper-deregolamentato e globalizzato, che distrugge spietatamente le inefficienze ma, nel farlo, disintegra anche le tradizionali reti di protezione sociale, le comunità locali e i legami di solidarietà. Il turbocapitalismo è la cifra del nostro tempo proprio per la sua intrinseca connessione con un’affermazione di potere squisitamente individuale: l’individuo viene esaltato come consumatore onnipotente e imprenditore di sé stesso, ma viene contestualmente privato di ogni ancoraggio relazionale. È quindi, la nostra, l’epoca – coniamo una nuova parola – del turboindividualismo, in cui la competizione esasperata diviene l’unico paradigma di interazione sociale e per chi non riesce non resta che l’isolamento e la marginalizzazione.

1.3 E oggi, quali sono le cose nuove?

Oggi, il quadro delle res novae si è ulteriormente ramificato, generando sfide che superano la pura dimensione materiale. Il turboindividualismo si è ibridato con la rivoluzione digitale e, in particolare, con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale. Quest’ultima, se da un lato offre straordinarie opportunità di progresso, dall’altro rischia di delegare ad algoritmi opachi le decisioni etiche, sociali e relazionali, instaurando una “tecnocrazia algoritmica” che può puntare ad esautorare il giudizio umano.

Ma la tecnica non è l’unica novità. Assistiamo al riemergere di tensioni geopolitiche in mondo frammentato, dove prevale una logica di potenza cruda e muscolare, lontana da ogni reale multilateralismo. A ciò si unisce un colpevole disinteresse verso una cura efficace del creato: la crisi climatica è solo uno dei sintomi visibili di un sistema che divora risorse umane e ambientali con la medesima voracità. In questo contesto globale, permangono e si acuiscono vecchie e nuove forme di sfruttamento, spesso nascoste nelle pieghe delle catene di fornitura globali, accompagnate da un’inadeguata e scandalosa ridistribuzione della ricchezza generata. Il turbocapitalismo tecnologico polarizza: crea élite onnipotenti e moltitudini precarizzate.

2. La giustizia sociale nel XXI secolo

2.1 L’umano come vittima e carnefice

Di fronte a queste derive, l’essere umano contemporaneo vive una condizione paradossale: è simultaneamente vittima e carnefice. È vittima di macrosistemi finanziari e tecnologici che sfuggono al suo controllo, ma diviene complice e carnefice quando cede all’indifferenza, all’astensione civica, o quando aderisce acriticamente alla cultura dello scarto e del consumo.

Per questo, il magistero sociale recente si rivolge con urgenza esplicita a tutte le persone di buona volontà, invitandoli a non delegare l’applicazione della dottrina sociale a istituzioni lontane o a leader provvidenziali. La giustizia sociale non è un concetto astratto, ma una prassi. L’esortazione è a incarnare i principi cristiani e i valori di giustizia «nel quotidiano, nei rapporti familiari, nel lavoro e nella partecipazione sociale». Solo una presenza attiva, consapevole e diffusa nei gangli vitali della società può arginare la disumanizzazione strisciante della rivoluzione digitale, riportando l’etica al centro del villaggio globale.

2.2 Partecipazione, sussidiarietà e solidarietà

In questo sforzo di ricostruzione, si fissano alcuni pilastri: partecipazione, sussidiarietà e solidarietà. In particolare, la partecipazione non è un mero accessorio della vita sociale, ma un principio inseparabile dal bene comune; è il dovere di ogni cittadino di contribuire alla vita culturale, economica e politica della comunità civile.

Tuttavia, la partecipazione diventa feconda solo quando sussidiarietà e solidarietà camminano di pari passo. L’enciclica ci ricorda che esse costituiscono una diade inscindibile. Senza solidarietà, la sussidiarietà degenera: diventa difesa egoistica dei propri privilegi locali, corporativismo gretto, chiusura identitaria. D’altro canto, senza sussidiarietà, la solidarietà perde il suo volto umano e si trasforma in assistenzialismo di Stato, un paternalismo burocratico che deresponsabilizza i soggetti e le comunità locali, trattandoli come meri recettori passivi di aiuti. Solo unite, esse garantiscono una vera partecipazione e una responsabilità condivisa, permettendo alla società di respirare a pieni polmoni.

2.3 Come possiamo sostenere questa umanità nel suo essere magnifica?

Per sostenere e custodire l’umanità nella sua dimensione “magnifica”, occorre un radicale cambio di paradigma: bisogna contrastare l’individualismo metodologico e morale per ritrovare un gusto nella comunità. Questo significa disinnescare la narrazione tossica secondo cui la realizzazione personale debba avvenire a spese degli altri. Ritrovare il gusto per la comunità vuol dire riscoprire la vulnerabilità non come una debolezza da nascondere o un rischio da cui immunizzarsi, ma come il terreno fertile su cui si fonda l’empatia e l’autentica cura reciproca.

3. Da individuo a persona

3.1 Due letture psicosociali: l’autonomia e l’interdipendenza

Permettetemi ora in questo mio contributo un ritorno ai miei fondamentali teorici. A mio parere, il passaggio chiave per questa rinascita sociale è il transito dal concetto di “individuo” (dal latino in-dividuus, indivisibile, l’atomo isolato e auto-riferito) a quello di “persona” (soggetto strutturalmente aperto alla relazione, la cui identità si definisce nell’incontro con l’Altro). Questo salto ontologico trova peraltro conferme straordinarie in non poche letture psicosociali della modernità, che nella riformulazione dell’idea illuminista dell’indipendenza e dell’autonomia come valori assoluti dello sviluppo umano verso la più realista nozione di interdipendenza, portano un contributo laico a quanto affermato dalla dottrina sociale cattolica.

Se esaminiamo il costrutto dell’autonomia attraverso le lenti della Self-Determination Theory di Edward Deci e Richard Ryan troviamo che, nella loro visione, l’autonomia non coincide affatto con un’indipendenza solipsistica o con l’isolamento egoistico tipico del turboindividualismo. Al contrario, l’autonomia è un bisogno psicologico di base che si realizza pienamente solo in sinergia con altri due bisogni fondamentali: il sentirsi competenti e in relazione (relatedness). Scegliere liberamente (autonomia) significa anche scegliere di legarsi agli altri, riconoscendo che i vincoli relazionali scelti volontariamente arricchiscono, non sminuiscono, la libertà.

Parallelamente, il concetto di Self-efficacy (auto efficacia) di Albert Bandura ci dimostra che la percezione di poter incidere sulla realtà non nasce nel vuoto. L’umana capacità di agire (Agency o agentività) si sviluppa attraverso l’esperienza propria e vicaria, nonché l’influenza personale e sociale. Bandura parla non a caso di “efficacia collettiva”: l’autonomia del singolo si espande quando si unisce a quella degli altri per raggiungere obiettivi comuni.

In questa cornice, si colloca – più modestamente – anche il concetto di Self-empowerment di Massimo Bruscaglioni: Il processo di apertura di nuove possibilità alla base del sentimento di potere personale, non è un potenziamento narcisistico, la promozione di una auto-affermazione nel contesto di una competizione spietata finalizzata a prevaricare il prossimo. Il vero empowerment della persona è lo sviluppare una autonomia “buona”: una libertà che si sa situata e interdipendente, capace di farsi carico della propria e dell’altrui fragilità (Gheno, 2005).

3.2 Il ruolo dell’organizzazione

Ricordiamo che la transizione da individuo a persona non avviene solo nella sfera a cui siamo più intimamente connessi, ma trova uno dei suo principali banchi di prova nei luoghi di lavoro. Le organizzazioni, aziende o istituzioni che siano, non sono semplici aggregati meccanici orientati al profitto, ma vere e proprie comunità umane. Per sostenere lo sviluppo di “persone”, esse hanno il dovere di promuovere la giustizia organizzativa (Greenberg, ….).

Questa si declina in tre dimensioni fondamentali: promuovere equità nell’assegnazione delle risorse e delle retribuzioni, contrastando le inadeguate ridistribuzioni; garantire trasparenza ed equità nei processi decisionali, oggi specie quelli frequentemente mediati dall’intelligenza artificiale; promuovere rispetto e dignità nei rapporti interpersonali. Quando un’organizzazione garantisce questi livelli di giustizia, crea il substrato psicologico necessario per lo sviluppo di una buona appartenenza, che arriva a esprimersi come una vera e propria “cittadinanza” organizzativa (Organizational Citizenship Behavior). Vengono così attuati quei comportamenti pro-sociali, volontari e gratuiti, in cui il lavoratore va oltre il proprio mansionario formale per aiutare un collega o migliorare il clima aziendale. Sostenere la cittadinanza organizzativa significa trasformare il luogo di lavoro da arena competitiva a palestra di solidarietà.

3.3 Promuovere partecipazione e rifondare la democrazia

Il cerchio di questa riflessione si chiude laddove la psicologia, la sociologia e le altre scienze dell’uomo incontrano la politica. Promuovere la partecipazione nei contesti di vita e di lavoro, educare all’autonomia buona e all’interdipendenza, non è solo una strategia di benessere organizzativo, ma nella nostra società, che ha smarrito la fiducia e maturato una disaffezione sempre più diffusa, è il prerequisito fondamentale per rifondare la democrazia.

Le democrazie occidentali risultano oggi svuotate dall’interno, minacciate dall’astensionismo, dalla polarizzazione algoritmica e dalla rassegnazione di individui isolati che si sentono impotenti di fronte ai flussi della globalizzazione e della tecnica. Contrastare le logiche di potenza, gestire eticamente l’Intelligenza Artificiale, curare il creato e redistribuire la ricchezza sono sfide troppo imponenti per essere risolte dalla delega politica tradizionale. Richiedono una democrazia partecipativa reale, continua, radicata nei corpi intermedi e nei luoghi di lavoro.

Concludo questa breve riflessione segnalando che questa Magnifica Humanitas, che sta vivendo un nuovo rilancio, non è un dato acquisito una volta per tutte, ma piuttosto una promessa da custodire. E può essere custodita solo se l’essere umano accetta di deporre le armi del turboindividualismo, per riscoprirsi “persona”: unica e irripetibile, ma inestricabilmente legata al destino dell’umanità intera. Solo attraverso la tessitura paziente di queste relazioni di giustizia e solidarietà, la società potrà non soltanto sopravvivere alle “cose nuove” del XXI secolo, ma dominarle con la saggezza di chi ha ritrovato il senso profondo del Noi.

Riferimenti

Bandura, A. (1986). Social foundations of thought and action: A social cognitive theory. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall.

Bruscaglioni, M., & Gheno, S. (2000). Il gusto del potere: Empowerment di persone e azienda. Milano, Italia: Franco Angeli.

Deci, E. L., & Ryan, R. M. (1985). Intrinsic motivation and self-determination in human behavior. New York, NY: Plenum Press.

Gheno, S. (2005). L’uso della forza: Il self empowerment nel lavoro psicosociale e comunitario. Milano, Italia: McGraw-Hill Education.

Gheno, S. (2020). Macchine con l’anima: La cura psicologica delle organizzazioni. Milano, Italia: ADAPT University Press.

Giovanni Paolo II. (1991, 1 maggio). Centesimus annus. Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana.

Greenberg, J. (1987). A taxonomy of organizational justice theories. Academy of Management Review, 12(1), 9–22. https://doi.org/10.2307/257990

Leone XIII. (1891, 15 maggio). Rerum novarum. Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana.

Leone XIV. (2026, 15 maggio). Magnifica humanitas. Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana.

Luttwak, E. C. (1999). Turbo-capitalism: Winners and losers in the global economy. New York, NY: HarperCollins.

Podsakoff, P. M., MacKenzie, S. B., Paine, J. B., & Bachrach, D. G. (2000). Organizational citizenship behaviors: A critical review of the theoretical and empirical literature. Journal of Management, 26(3), 513–563.


[1] Stefano Gheno è psicologo del lavoro e delle organizzazioni. Insegna Gestione delle risorse umane e Psicologia delle risorse umane presso l’Università Cattolica del S. Cuore di Milano. Attivo da oltre 30 anni nell’ambito dello sviluppo organizzativo e di comunità, è altresì impegnato attivamente nel sociale come membro effettivo del Consiglio Nazionale del Terzo Settore e presidente di una rete associativa nazionale.