Il volume di Vera Zamagni presenta il percorso di nascita e sviluppo della Cooperativa Giotto: la cooperativa sociale nasce nel 1986 come Agriforest da un piccolo gruppo di laureati in Scienze agrarie e forestali che decide di fondare la cooperativa per offrire servizi di creazione e manutenzione di parchi e giardini. Il progetto nasce dal desiderio di rafforzare la loro amicizia e di offrire un lavoro dignitoso ai loro collaboratori. Accomunati da una vocazione sociale, il gruppo fa la scelta di diventare una cooperativa sociale di tipo B, per procurare lavoro anche a persone svantaggiate; nel 1991 devono occuparsi del verde della Casa di reclusione di Padova e propongono un corso gratuito di giardinaggio per 20 detenuti che dura da 35 anni. Per fare la differenza, dal 2005 portano il lavoro all’interno del carcere tramite un doppio binario: appalti pubblici e coinvolgimento delle imprese private.

Nel corso degli anni, Giotto riesce a radicare nel carcere varie linee di lavoro vero e remunerato, fra cui una pasticceria nota oggi in tutta Italia, un call center e l’assemblaggio di vari prodotti, mentre anche le attività all’esterno si diversificano e si rafforzano. 

Vera Zamagni, che ha seguito da vicino le attività della cooperativa, racconta come è stato possibile tutto questo, descrivendo gli strumenti utilizzati, il coinvolgimento dei collaboratori (ormai ben più di 600), le ricadute su altre realtà nazionali e internazionali e i progetti per il futuro di questa impresa speciale, capace di coniugare il radicamento locale con l’apertura nazionale e internazionale e di esprimere un management attento all’equilibrio gestionale in funzione della sostenibilità nel tempo della propria missione.

Il volume, edito dal Mulino, è una storia raccontata con la precisione di un economista, ma anche con l’entusiasmo di chi crede nelle persone e nelle loro possibilità. Il sottotitolo la dice lunga: secondo l’autrice un’esperienza come Giotto in Italia dovrebbe essere la normalità, e gli strumenti ci sarebbero ma, eppure casi come questo sono purtroppo eccezioni. 

Secondo l’autrice, sono almeno tre le caratteristiche necessarie per realizzare esperienze come quella raccontata: la prima è l’imprenditorialità, e non in tutte le cooperative sociali è davvero presente. Quelle di tipo B prevedono l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, ma bisogna capire chi sono gli svantaggiati con cui si ha a che fare, e inventarsi lavori che loro possano svolgere sul serio in modo produttivo. La seconda è la capacità, oltre alla volontà, di misurarsi con il mondo delle istituzioni. Che spesso è un muro di gomma. E richiede la forza di fare battaglie. La terza è la relazionalità, capacità di coinvolgere soggetti che il lavoro in carcere possano darlo sul serio.

Sono stati i creatori della cooperativa Giotto a far inserire anche la categoria dei carcerati tra gli svantaggiati di cui parla la Legge 381, dedicata appunto alle cooperative sociali. E ancora loro, certo non da soli, sono tra quelli cui si deve l’esistenza di una legge come la legge Smuraglia, fatta apposta nel 2000 per considerare le carceri come luogo di lavoro vero e prevedere incentivi per chi assume persone in detenzione o ammesse al lavoro esterno.

«Giotto è l’esempio di come per costruire qualcosa di innovativo non si debba restare nei propri appartamenti, ma coinvolgere una rete di persone che possono contribuire al processo». 

Vera Zamagni, La Cooperativa sociale Giotto. Una normalità eccezionale, il Mulino, Bologna 2024.