La contrattazione territoriale come possibile strumento per redistribuire produttività, governare il costo della vita e costruire attrattività nei sistemi locali del lavoro
I contributi di Francesco Cattaneo e Fiorenzo Colombo, pubblicati sull’ultimo numero de Il Progetto a partire dal seminario di storiografia e cultura sindacale del Centro Studi CISL di Firenze su “Partecipazione e contrattazione territoriale del lavoro”, offrono una chiave di lettura preziosa e attuale. Letti insieme, ci ricordano che il territorio rappresenta una dimensione originaria della cultura cislina e un luogo concreto dell’azione sociale dove il sindacato incontra i bisogni delle persone, delle comunità, delle imprese e dello sviluppo locale.
Cattaneo richiama una radice storica della CISL: un sindacato nato non come organizzazione chiusa nella dimensione aziendale, ma come soggetto formatore di dirigenti intesi come organizzatori sociali, capaci di governare la complessità del territorio. In questa visione bilateralità, formazione, mutualismo, welfare territoriale e partecipazione non sono elementi accessori, ma costitutivi. Colombo, nello stesso solco, indica in questa tradizione una risposta concreta alla frammentazione del lavoro e alla crisi dei modelli contrattuali tradizionali.
Da qui occorre ripartire. La contrattazione territoriale è una grande sfida ma non deve essere un tabù. Il modello contrattuale nato, con il Protocollo Ciampi del ’93, conserva una logica di fondo ancora valida: il contratto nazionale deve garantire tutele comuni e potere d’acquisto, mentre quello decentrato redistribuisce produttività, redditività e qualità organizzativa. Il problema è che entrambi i livelli hanno mostrato limiti evidenti nel tempo. Il primo, specie nei settori deboli e durante il recente ciclo inflattivo, ha faticato a proteggere pienamente i salari reali. Il secondo ha operato solo nelle imprese più grandi e sindacalizzate, lasciando fuori una parte rilevante dei lavoratori occupati nelle piccole e medie imprese, molto diffuse nel nostro paese.
È qui che si colloca l’anomalia salariale italiana, che continua ad essere competitiva in molti settori, ma troppo spesso comprimendo il costo del lavoro più che investendo stabilmente su innovazione, capitale umano, consolidamento delle dimensioni d’impresa e qualità dell’organizzazione. Per questo merita attenzione la recente piattaforma unitaria di CGIL, CISL e UIL per un accordo quadro interconfederale sulla rappresentanza e modello contrattuale, finalizzata al rafforzamento del contratto nazionale, al contrasto ai contratti pirata, alla certificazione della rappresentanza sindacale e datoriale, all’estensione della contrattazione decentrata, alla partecipazione e formazione dei lavoratori.
La contrattazione territoriale, aziendale, di sito, filiera o distretto non sostituisce il CCNL, ma si integra ad esso in modo complementare a quella aziendale, dove quest’ultima non viene esercitata. Non si tratta di riaprire il capitolo delle vecchie gabbie salariali, piuttosto di rafforzare il contratto nazionale come presidio universale e, allo stesso tempo, costruire strumenti capaci di leggere differenze reali: costo della vita, casa, trasporti, servizi, disponibilità di manodopera qualificata, struttura produttiva locale. Sono variabili che incidono direttamente sul salario reale e sulla possibilità, per lavoratori e famiglie, di costruire un progetto di vita. In questo senso la contrattazione territoriale può essere un importante presidio negoziale e uno strumento di perequazione salariale, partecipazione e innovazione sociale.
Il Trentino rappresenta, in questa prospettiva, un terreno particolarmente interessante di sperimentazione. Non solo per il suo particolare assetto autonomistico, ma per la qualità delle istituzioni, la densità delle relazioni sociali, la presenza di strumenti pubblici di programmazione e incentivazione economica e una tradizione di dialogo sociale che, pur tra difficoltà e complessità crescenti, ha spesso saputo produrre soluzioni avanzate. Allo stesso tempo il territorio è attraversato da tensioni che non possono più essere rinviate: costo della vita elevato, pressione abitativa crescente, difficoltà di reperimento e trattenimento del personale, invecchiamento demografico, concorrenza con territori limitrofi e con sistemi produttivi capaci di offrire condizioni più attrattive.
Il costo e la reperibilità della casa, in particolare, agiscono ormai come variabili salariali indirette: un salario nominalmente adeguato può diventare insufficiente se deve misurarsi con affitti, mutui, mobilità e servizi non coerenti con le retribuzioni disponibili. Per questa ragione la discussione sui salari in Trentino non può essere separata dalle politiche abitative, dalla formazione, dalla mobilità, dai servizi territoriali e dalla capacità di costruire un ecosistema attrattivo per chi lavora. Qui la contrattazione territoriale può diventare il luogo di raccordo tra politiche salariali e politiche di sviluppo: non una sede meramente rivendicativa, ma uno spazio di programmazione sociale condivisa.
In questo quadro il “Patto per la crescita delle imprese e politiche salariali”, sottoscritto il 30 luglio 2025 dalla Provincia autonoma di Trento con associazioni datoriali e organizzazioni sindacali, nella sua impostazione tripartita rappresenta un passaggio significativo.
La Provincia si impegna a sostenere produttività e valorizzazione del personale con incentivi, investimenti, strumenti fiscali, sostegno alla ricerca, accesso al credito, servizi pubblici e politiche di attrazione. Il sistema imprenditoriale assume impegni sulla crescita sostenibile, sulla stabilità occupazionale, sulla qualificazione del personale, sulla formazione continua, sulla contrattazione di secondo livello e sulla partecipazione. Le organizzazioni sindacali si impegnano a promuovere una nuova stagione di contrattazione collettiva, non limitata ai miglioramenti economici, ma estesa a salute e sicurezza, orari, welfare, conciliazione, pari opportunità e qualità del lavoro.
Rilevante il fatto che il Patto individui nella contrattazione di secondo livello, aziendale e territoriale, uno strumento essenziale per migliorare i trattamenti economici e coinvolgere i lavoratori nei processi di crescita della produttività. Prevede inoltre meccanismi premiali, tra cui la riduzione dell’IRAP legata alla presenza di contratti territoriali o aziendali in vigore e affida a ISPAT la produzione di un rapporto annuale sulle dinamiche retributive provinciali, anche con riferimento agli effetti delle misure introdotte. Sono elementi importanti perché spostano la discussione dai principi generali agli strumenti concreti: dati, incentivi, monitoraggio, responsabilità delle parti.
È dentro questa cornice che si colloca il report del Coordinamento Industria CISL del Trentino su salari e produttività nel settore manifatturiero. Il lavoro non nasce per sostenere una tesi astratta, ma per verificare se esistano, in Trentino, margini reali per aumentare le retribuzioni senza compromettere la sostenibilità economica delle imprese. Per verificarlo sono stati analizzati i bilanci riclassificati di 884 imprese manifatturiere delle province di Trento e Bolzano nel periodo 2015-2024, utilizzando il Valore Aggiunto Globale come indicatore riclassificato della ricchezza effettivamente prodotta e disponibile per la successiva distribuzione tra lavoro, impresa, finanza, Stato e proprietà.
Il confronto con Bolzano è utile perché riguarda un territorio vicino e affine, ma caratterizzato da una diversa struttura produttiva. Bolzano presenta una maggiore concentrazione di occupazione nelle imprese industriali più grandi; Trento, invece, ha un tessuto manifatturiero più frammentato e maggiormente incentrato su PMI di dimensione medio-piccola.
Dall’indagine emerge che il Trentino non produce meno ricchezza. Il Valore Aggiunto Globale per addetto risulta sufficiente a sostenere, almeno potenzialmente, una diversa e più generosa distribuzione al lavoro. Il divario salariale con Bolzano non appare quindi spiegabile con una minore produttività trentina, ma con un diverso modello distributivo. A Bolzano una quota più elevata della ricchezza prodotta viene destinata al lavoro (59,4% contro il 53,3% in Trentino); in Trentino una quota maggiore resta invece concentrata nella proprietà (19,8%, contro il 14,5% in Alto Adige). Il punto non è copiare meccanicamente Bolzano, né trasformare quel confronto in un obiettivo rigido, quanto dimostrare che un diverso equilibrio tra lavoro e proprietà è possibile, praticabile e compatibile con la tenuta economica delle imprese.
Questa evidenza rafforza la proposta di una contrattazione territoriale di comparto. Non per imporre aumenti indistinti, né per sostituire la contrattazione aziendale dove questa esiste e funziona, ma per raggiungere i lavoratori oggi esclusi dalla redistribuzione della produttività, soprattutto nelle PMI manifatturiere. Un livello territoriale ben costruito potrebbe utilizzare parametri oggettivi e condivisi: valore aggiunto per addetto, quota destinata al lavoro, marginalità di comparto, costo della vita, sostenibilità economica delle imprese, attrattività del territorio. In questo modo la rivendicazione salariale non sarebbe affidata soltanto ai rapporti di forza, ma ancorata a dati verificabili e a una strategia condivisa di sviluppo.
La contrattazione territoriale di comparto può diventare il luogo in cui costruire politiche coordinate di attrattività. Salari, formazione, welfare, casa, servizi, mobilità, salute e sicurezza non sono capitoli separati. Sono parti dello stesso ecosistema. Un territorio che vuole trattenere giovani, competenze tecniche, lavoratori qualificati e famiglie deve mettere in relazione politiche pubbliche, scelte delle imprese e contrattazione collettiva. In questa prospettiva, il richiamo di Cattaneo alla bilateralità, alla formazione e alla partecipazione è decisivo: la dimensione territoriale non può ridursi alla sola voce salariale, ma deve diventare infrastruttura sociale della qualità del lavoro.
La crisi salariale italiana non sarà risolta da una sola leva. Servono contratti nazionali rinnovati nei tempi giusti e capaci di proteggere il potere d’acquisto; serve contrastare dumping e contratti pirata; serve una contrattazione aziendale più diffusa e qualificata; servono politiche industriali che premino innovazione, investimenti, capitale umano e crescita dimensionale. Ma serve anche riaprire con coraggio il cantiere della contrattazione territoriale, soprattutto dove il lavoro è frammentato e la contrattazione aziendale non arriva.
La strada non è semplice. Esistono ostacoli culturali, reticenze datoriali, rigidità sindacali, problemi tecnici di misurazione, differenze tra comparti e legittimi timori legati ai costi. Ma proprio per questo serve un approccio sperimentale e non ideologico. La contrattazione territoriale non va proclamata come soluzione salvifica ma costruita con metodo, dati, incentivi selettivi, monitoraggio e responsabilità condivisa.
È in questa direzione che si colloca anche il percorso avviato unitariamente dalle categorie dell’industria di CGIL, CISL e UIL del Trentino. L’attivo dei delegati del manifatturiero, convocato a fine giugno a Trento dopo i precedenti incontri con i Segretari confederali e di categoria, ha rappresentato un momento importante di confronto largo sulla necessità di riaprire il dialogo con il sistema delle imprese e con le istituzioni provinciali, a partire dal tema dei salari, dell’attrattività del lavoro e della diffusione della contrattazione di secondo livello. Non si tratta ancora di un punto di arrivo, ma di una traccia di lavoro condivisa: approfondire le evidenze disponibili, costruire proposte unitarie, verificare possibili spazi di aggiornamento delle politiche provinciali di sviluppo e avviare un confronto con le associazioni datoriali, a partire da Confindustria, sulle condizioni per rendere più attrattivo e competitivo il lavoro industriale in Trentino.
Il Trentino può essere un laboratorio credibile di questa sperimentazione. Non perché immune dai problemi, ma perché dispone di alcune condizioni favorevoli: autonomia istituzionale, dimensione territoriale governabile, tradizione di dialogo sociale, strumenti pubblici di programmazione e consapevolezza crescente del nesso tra salari, produttività, costo della vita e attrattività. La valorizzazione dei territori, come ricordava Cattaneo, non deve però diventare frammentazione: deve inserirsi in una visione più ampia, capace di collegare sviluppo locale, corpi intermedi e interesse generale. La domanda, allora, non è più se la contrattazione territoriale sia un tabù o una via percorribile. La domanda è se le parti sociali e le istituzioni avranno sufficiente coraggio, competenza e responsabilità per renderla una strada concreta, misurabile e utile ai lavoratori, alle imprese e al territorio.