I passaggi cruciali della storia economica del nostro Paese sono sempre stati accompagnati da patti sociali sottoscritti tra Governo, associazioni sindacali e datoriali. 

È accaduto il 14 febbraio 1984, quando il Governo Craxi concordò con CISL e UIL il congelamento del perverso e macro-economicamente diabolico meccanismo della scala mobile. Il 23 luglio 1993 tutte le sigle datoriali e sindacali firmarono con il Governo tecnico guidato da Carlo Azeglio Ciampi il Protocollo che inaugurò quella “politica dei redditi” che accompagnò l’Italia in Europa. Il 5 luglio 2002 il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sottoscrisse il Patto per l’Italia, un nuovo accordo separato (come sempre accade quando governano le forze di centrodestra) che definì le traiettorie della riforma del mercato del lavoro (legge Biagi) che ha provato a guidare il nostro ordinamento fuori dal Novecento industriale. Fu tripartito, ma ancora non unitario, l’accordo quadro di riforma degli assetti contrattuali del 22 gennaio 2009, mediante il quale furono adeguate le “regole del gioco” negoziale a un contesto in vorticoso movimento: si deve a quel documento la durata triennale dei contratti collettivi nazionali, l’individuazione di un nuovo indicatore per l’inflazione (l’IPCA al netto dei beni energetici importati) e il rilancio del welfare contrattuale. Contenuti, questi, successivamente confermati nell’accordo interconfederale unitario del 28 giugno 2011. Da ultimo, non si dimentichino i Protocolli «di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro» approvati a partire dal 14 marzo 2020 dal Governo Conte e da tutte le parti sociali per garantire la ripresa in sicurezza delle attività di lavoro. 

Quanto proposto dalla CISL a partire da luglio 2025, al termine del ventesimo Congresso confederale, è quindi tutt’altro che retorico: di fronte agli epocali cambiamenti indotti dai crescenti squilibri geopolitici, dal crollo demografico e dalla pervasività dell’intelligenza artificiale generativa, occorre il coraggio di tornare a guardarsi negli occhi (invece che battibeccare via social e agenzia di stampa) per guidare e non subire quelle transizioni che stanno interessando tutto il mondo occidentale, prima che diventino “distruzioni”. 

Il Patto della responsabilità proposto dalla CISL ha senso soltanto se non compresso in un elenco di desiderata astratti. Una intesa sulla forma e la grafica della scatola, senza però alcun contenuto, non serve a nessuno. Al contrario, l’accordo deve avere tutti i connotati di un impegno condiviso, che comporti investimenti, vantaggi e sacrifici tanto per la politica (riforme, incentivi fiscali e contributivi) quanto per le forze sociali (rinnovo dei CCNL, accordi interconfederali, flessibilità contrattate). Capitoli irrinunciabili di un patto di questo genere devono essere l’espansione dei salari mediante la contrattazione decentrata, naturalmente correlata alla produttività delle imprese; regole chiare, innanzitutto negoziali, sulla rappresentanza e la sua misurazione per contrastare ogni forma di dumping; l’aggiornamento delle competenze di tutti i lavoratori per garantirne l’occupabilità anche nei periodi di instabilità (perché non fissare nel nostro ordinamento un vero e proprio diritto alla formazione continua?); l’inclusione delle donne e dei giovani inattivi nel mercato del lavoro, facendo leva su incentivi fiscali selettivi e correggendo le storture del tirocinio formativo usato come contratto di ingresso nel mondo del lavoro.

L’opposizione di alcune sigle sindacali (e forse anche datoriali?) al nuovo Patto sociale non riguarda il merito delle proposte, ma si esaurisce nel timore di avvantaggiare le forze politiche oggi al Governo, temendo che la firma di un grande accordo quadro possa essere riscossa in termini di consenso elettorale. È la medesima dinamica che si verificò dopo il Patto di San Valentino. In quei frangenti Pierre Carniti, figura tutt’altro che ostile al fronte culturale progressista che era schierato in opposizione al Governo Craxi, si prodigò a spiegare che la CISL aveva inteso difendere un accordo sindacale utile ai lavoratori e al Paese, non a uno schieramento politico. Non può che essere questa la preoccupazione anche oggi in materia di solidarietà sociale ed espansione economica, pena la grave confusione tra responsabilità e ideologia.