Palermo 2 maggio 2026

Caro 1° maggio,

ieri ti ho pensato più che gli altri anni, forse perché i miei aumentano inesorabilmente e la tentazione dell’amarcord aumenta insieme a loro.

Ho pensato soprattutto al nostro primo incontro. Correva l’anno 1977. Da qualche mese avevo iniziato a lavorare alla CISL di Catania. Ero stato assunto a tempo pieno e quindi era il mio primo serio lavoro. Mi ero laureato da qualche mese, avevo studiato all’università il movimento operaio e la storia del sindacato. Ma non avevo mai visto e conosciuto concretamente né l’uno né l’altra. La prima esperienza di sindacalista fu in una zona all’interno della provincia etnea per metà coltivata ad agrumeto e per metà montana. Nella prima vivevano i lavoratori agricoli dediti alla raccolta degli agrumi e nella seconda gli operai che lavoravano nell’Azienda regionale forestale. Precari e stagionali gli uni e gli altri.

Il 1° maggio di quell’anno mi accompagnarono (in quegli anni c’erano i maestri anche al sindacato che ti introducevano alle logiche del mondo del lavoro) in un Comune della zona montana: Vizzini. Immaginavo una mattinata alquanto formale, con l’ennesimo comizio pieno di slogan, come quelli che fino a quel momento avevo visto in televisione. Ed invece mi trovai coinvolto in una festa di popolo. Praticamente tutti gli abitanti erano per le vie del paese. Tutti vestiti a festa e molti con gli abiti della tradizione popolare, che si vedevano ormai sono nelle feste folkloristiche. Il corteo si mosse dall’ingresso del paese e lo attraversò tutto ed aveva in testa un significativo numero di carretti siciliani con in capo le famiglie dei proprietari, rigorosamente con gli abiti della tradizione. Seguiva poi la banda del paese che suonava le canzoni dialettali della tradizione siciliana, accompagnate dal canto di tutti. Dopo c’erano le autorità e i maggiorenti del paese e i sindacalisti locali che erano oggetto di attenzione e rispetto da parte di tutti. E poi c’erano i veri protagonisti, i lavoratori, i braccianti agricoli, come si chiamavano allora, che in mezzo ad uno sventolio di bandiere dei tre sindacati confederali, espressione di una reale e seria unità, si godevano la loro festa, quella del lavoro e dei lavoratori. Al comizio si parlò di lavoro, ma non quello degli altri, degli operai della Fiat o dei dipendenti pubblici, ma quello che si svolgeva in campagna. Era un lavoro di cui innanzitutto si ringraziava Dio, perché non tutti l’avevano e molti, infatti, continuavano ad andare via dal paese; e questo lavoro duro e faticoso grazie all’impegno del sindacato, lentamente ma inesorabilmente, ogni anno era meno precario e più remunerato. Il pranzo in piazza si consumò insieme, era il pranzo di tutti cui ciascuno contribuiva come poteva. Insomma, tornammo in città che era quasi buio. A queste feste del 1° maggio partecipai con sempre maggiore entusiasmo per molti anni. 

Poi andai a lavorare a Palermo, continuai a festeggiare il 1° maggio ma ben presto le cose cambiarono. Al corteo in città vi era molta più gente, ma non ci si conosceva. C’erano gli operai dei Cantieri navali, quelli del pubblico impiego, gli operai forestali che venivano dalla provincia, ma l’aria era cambiata. Era cambiato il lavoro e con esso il sindacato. Si parlava del lavoro, spesso più quello degli altri che del proprio. Si parlava di più di altro: c’era il terrorismo, la crisi internazionale, l’appello al pacifismo, ma soprattutto era ormai una manifestazione, non più la Festa dei Lavoratori. C’erano anche i giovani, ma non erano i figli dei lavoratori, ma i figli dell’università, dei collettivi, che si battevano per cambiare in meglio quel mondo da cui venivano e in cui non si riconoscevano più. Il pensiero di tutti era di tornare presto a casa per raggiungere la famiglia e consumare il picnic all’aperto.

Poi anche tu, caro 1° maggio, cambiasti fisonomia. Nel 1990 nacque il Concertone di Roma. Ai comizi si sostituì la musica, alle parole le note musicali. Migliaia di giovani passavano una intera giornata ad ascoltare la loro musica gratuitamente in cambio di una formale attenzione alle poche parole dei dirigenti sindacali che ricordavano loro il motivo di quel raduno. In quegli anni i lavoratori iscritti al sindacato affermavano sommessamente che quello era un festival di Sanremo gratis e all’aperto, ma nulla più.

E veniamo ad oggi. Tutto è cambiato, soprattutto il lavoro. I braccianti agricoli precari di allora sono oggi i lavoratori dei call center, i raider, quelli che lavorano in smart working, ma anche i tanti stranieri che lavorano in agricoltura pagati meno dei braccianti di 50 anni fa, ma che ci evitano di acquistare frutta e verdura ad un prezzo tre o quattro volte superiore. E tu caro 1° maggio sei diventato l’occasione per dire e fare altro, ma non per onorare il tuo santo patrono: il Lavoro. Rimane l’appello moralistico di tutti a riscoprire e riscattare il valore del lavoro, ma già oggi ad appena 24 ore di ieri, l’argomento non interessa più.

Non si tratta oggi di trovare responsabili e responsabilità, lo siamo stati e lo siamo tutti, quanto piuttosto di individuare soggetti interessati a ridare dignità al lavoro, visto che nessuno immagina una società in cui non si debba lavorare.

A mio avviso oggi sono rimasti in due: la Chiesa e il sindacato, e innanzitutto la CISL. Entrambi su livelli e con responsabilità diverse potrebbero riprendere il filo di una storia che è stato spezzato e che sembra che nessuno voglia riannodare. Perché questi due soggetti? Perché sono gli unici che hanno ancora una certa identità, seppur sbiadita, ed un certo interesse a ricostruire una esperienza di popolo che in tanti vogliono distruggere e far dimenticare. A nessuno dei due mancano i contenuti e gli strumenti. Vi sono due termini che traducono la medesima possibilità: educazione e formazione; educazione e formazione innanzitutto della persona. Vi è poi un terreno comune che occorre riprendere ad irrigare, prima che smetta di dare frutti: il bene comune. Oggi questo frutto sembra non meriti di essere più coltivato. È rigorosamente conservato sottovuoto nelle biblioteche, con la speranza che qualcuno lo prenda per farne magari una tesi di laurea, da cui al massimo scaturirà un altro libro.

Coloro, pochi, che sono giunti alla conclusione della lettura di questo articolo obietteranno giustamente che la situazione non è poi così buia e senza speranza. Ci sono tante situazioni e tanti lavoratori che incarnano il senso e il valore del lavoro. È verissimo! Bisogna però proprio per questo motivo rompere il circolo perverso del: “meno male che ci sono loro, perché io non ne sono capace”. E, invece, bisogna dare più spazio e più fiducia a quanti ancora vivono una esperienza del lavoro e consentire di far conoscere la loro esperienza ai tanti che non ci credono più.

La solitudine esistenziale in cui vivono tanti giovani, e non solo di loro, è frutto anche di un lavoro che non genera socialità e inocula il desiderio della fuga. Così si spiega perché già a 40 anni in tanti sognano di andare in pensione.

Ed allora senza proclami, tavoli tecnici, assemblee diocesane, piani pastorali, consigli generali, progetti europei, sinodi e quant’altro, diamo voce e dignità a chi ancora crede nel valore del lavoro e facciamo in modo che queste esperienze siano conosciute e possano diffondersi.

Chissà che in tal modo tu caro 1° maggio possa tornale e essere una festa, quella del lavoro appunto che accomuna tutti gli uomini.