Lo scorso 10 settembre è stato presentato al Cnel il primo Rapporto sulla produttività, un’analisi approfondita di oltre 140 pagine che esamina le principali dinamiche della produttività in Italia, mettendole a confronto con il contesto internazionale. Il Rapporto è stato redatto dal Comitato nazionale sulla produttività, istituito in ottemperanza alla Raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea del 20 settembre 2016 (2016/C 349/012), che da quasi un decennio sollecita gli Stati membri a dotarsi di organismi nazionali dedicati all’analisi delle dinamiche della produttività, all’individuazione dei fattori che ne determinano l’andamento di lungo periodo e alla formulazione di raccomandazioni per il suo miglioramento.

L’iniziativa del Consiglio riflette la crescente preoccupazione delle istituzioni europee per lo stato di salute delle economie degli Stati membri, che negli anni successivi alla crisi del debito sovrano del 2011 non hanno mostrato una ripresa all’altezza delle aspettative. La crisi ha infatti svelato criticità strutturali, non riconducibili solo agli effetti contingenti del crollo finanziario del 2008, ma legate anche a vulnerabilità profonde e legate a episodi di crescita poco produttivi, dove la creazione di lavoro, specialmente nei Paesi che più avevano subito le misure di austerity fiscale, si è rivelata tendenzialmente di modesta qualità e non trainata da settori manifatturieri ad alto valore aggiunto o da un terziario avanzato. Vulnerabilità che la pandemia da Covid-19 e le recenti crisi legate all’energia e ai conflitti in corso hanno aggravato, rendendo la riflessione non più rimandabile.

Prima di sintetizzare il principale messaggio del Rapporto, è opportuno precisare che il concetto di produttività si riferisce alla capacità di un sistema economico di impiegare in modo efficiente le proprie risorse, massimizzando la quantità di beni e servizi ottenuti dagli input utilizzati. La produttività è quindi un concetto relazionale, in quanto mette in rapporto l’output di un processo produttivo (ad esempio, il valore aggiunto) con gli input impiegati — vale a dire i fattori della produzione: capitale, lavoro e input intermedi. Essa misura, in sostanza, il grado di efficienza con cui tali fattori vengono utilizzati, sia singolarmente sia nel loro insieme. Dal punto di vista della misurazione statistica, non esiste un unico metodo per costruire l’indicatore di produttività, poiché le modalità di calcolo possono variare in base all’oggetto dell’analisi e alla natura dei dati disponibili.

Nel rapporto del CNEL, gli esperti si riferiscono principalmente alla produttività del fattore lavoro, che mette in relazione il valore aggiunto e il monte ore effettivamente lavorate, retribuite e non retribuite, in qualsiasi posizione professionale (dipendente e indipendente), purché finalizzate alla produzione di reddito. Ma non mancano ampi approfondimenti sulla produttività del capitale, che misura quanto valore aggiunto è generato per unità di capitale impiegato, e sulla produttività totale dei fattori (Ptf). Quest’ultimo è un indicatore utile per analizzare l’efficienza con cui un’economia combina gli input di lavoro e capitale insieme per generare valore. Esso coglie gli effetti della crescita economica non direttamente attribuibili all’aumento degli input (lavoro o capitale) che sono osservabili, ma all’impiego efficiente degli stessi ottenuto da innovazione, progresso tecnologico, miglioramenti nella qualità della gestione e organizzazione del lavoro. L’analisi di entrambi gli indicatori è essenziale per interpretare correttamente l’andamento della produttività del lavoro, che va sempre considerata in relazione alla dinamica del capitale e alla loro organizzazione nel contesto produttivo.

Entrando nel merito dei contenuti del Rapporto, gli estensori confermano quanto già emerso in numerosi studi condotti da organizzazioni internazionali, ovvero che a partire dalla metà degli anni Novanta, l’Italia ha accumulato un ritardo strutturale nella crescita della produttività, con un incremento medio annuo di appena 0,2% tra il 1995 e il 2024.

Sebbene tra il 2022 e il 2024 l’occupazione sia aumentata a un ritmo quasi doppio rispetto alla media europea, questo risultato non si è tradotto in un miglioramento dell’efficienza complessiva del sistema economico. L’espansione dell’occupazione ha infatti interessato soprattutto settori a basso valore aggiunto — come costruzioni, ristorazione, sanità e assistenza — che contribuiscono in misura limitata alla crescita della produttività. E di conseguenza, negli ultimi tre decenni, la produttività è aumentata in media meno degli altri Paesi di confronto. 

Nel nostro Paese, così come in tutti gli altri Stati analizzati, si osserva una marcata dispersione settoriale della produttività.

La manifattura continua a rappresentare il comparto più produttivo, con una crescita media dello 0,9% annuo tra il 1995 e il 2023, anche se nel 2023 ha registrato una flessione del 2,4%. Le costruzioni, invece, hanno mostrato un’evoluzione opposta: nel periodo 2019-2023 la produttività è aumentata in media del 3,3% l’anno, sostenuta dai bonus edilizi e dagli investimenti del Pnrr, con picchi del +6,3% nel 2022 e del +4,3% nel 2023. 

Il comparto dei servizi mostra invece un quadro più eterogeneo. Il commercio, i trasporti, l’ospitalità e la ristorazione hanno mantenuto una crescita moderata dell’1,1% annuo tra il 1995 e il 2023. I servizi di informazione e comunicazione, nonostante la transizione digitale, crescono però a un ritmo molto inferiore rispetto ad altri Paesi.

Particolarmente preoccupante risulta la performance delle attività professionali e dei servizi di supporto, che pur disponendo di capitale umano altamente qualificato, hanno segnato una contrazione media dell’1,3% tra il 1995 e il 2023 e un ulteriore -3% nel 2023. In questo specifico caso, le cause principali sono riconducibili all’invecchiamento della forza lavoro e al lento adattamento tecnologico che ancora caratterizza molti studi professionali.

Questa dinamica si comprende meglio analizzando la struttura interna dei settori produttivi: sono infatti le differenze tra le imprese all’interno dello stesso comparto, più della composizione complessiva dei settori, a influenzare maggiormente i livelli medi di produttività. Osservare solo la produttività media per settore o per Paese non consente di cogliere a pieno la reale distribuzione della produttività a livello d’impresa, che tende a variare in modo significativo da un’azienda all’altra.

Una bassa produttività media, ad esempio, può nascondere situazioni molto diverse: la presenza di poche grandi imprese altamente produttive, a fronte di una limitata diffusione dell’innovazione nel resto del tessuto produttivo, oppure un’eccessiva frammentazione del mercato, caratterizzata da molte piccole imprese poco produttive, indice di una debole selezione competitiva.

Il rapporto suggerisce proprio questa lettura: i divari settoriali sono in larga misura spiegati dalla presenza di pochi picchi di produttività, generati da imprese altamente performanti e fortemente orientate all’export e che operano nei settori manifatturieri maggiormente esposti al commercio internazionale, come l’automotive, la produzione di macchinari, la chimica e la farmaceutica: circa 1.300 aziende esportatrici, ossia l’1% delle imprese più grandi e produttive, trainano le performance complessive dell’export italiano esportando il 55% del valore complessivo.

L’analisi, dunque, conferma la rilevanza della frammentazione della struttura produttiva italiana nelle dinamiche di produttività: il 94,7% delle imprese ha meno di 10 addetti, una quota molto superiore a Germania o Francia. Più della metà dei lavoratori è occupata in imprese con meno di 20 addetti. Questo frena la produttività aggregata, perché le microimprese investono meno in capitale fisico, innovazione e tecnologie, hanno più difficoltà a investire in conoscenze e a sviluppare modelli di organizzazione aziendale innovativa, e partecipano poco alle catene globali del valore.

Questa configurazione della struttura produttiva ha dei riverberi importanti di natura territoriale, in cui la produttività si intreccia strettamente con le specializzazioni locali. Le analisi a livello provinciale e comunale confermano la presenza di marcati divari territoriali. 

Nel Mezzogiorno la crescita è rimasta sostanzialmente stagnante: durante la crisi 2008-2014 il Pil è calato in media dell’1,9% annuo, e tra il 2000 e il 2023 l’area non ha mostrato recuperi significativi, anche per la riduzione della popolazione in età lavorativa. Solo nel periodo post-pandemico (2019-2023) il Pil pro capite è cresciuto più rapidamente (+1,5% annuo), trainato però dall’occupazione più che dalla produttività, il cui contributo è rimasto modesto o negativo, confermando un ritardo strutturale rispetto al resto del Paese. La crescita del Pil e della produttività è risultata in media più solida nel Centro-Nord, che ha mostrato una maggiore capacità di ripresa dopo le crisi, un risultato coerente con la maggiore disponibilità e mobilitazione delle risorse in queste aree. Emergono tuttavia anche nel Centro-Nord aree caratterizzate da bassa produttività, limitata capacità di agglomerazione e condizioni demografiche sfavorevoli, segnate da emigrazione giovanile qualificata, bassa incidenza di laureati e debole capitale sociale.

In questo quadro racchiuso nel Rapporto, il Comitato nazionale per la produttività formula una serie di raccomandazioni puntuali di policy, a partire dal tema del sostegno agli incentivi per gli investimenti tecnologici delle imprese e alla formazione dei lavoratori, passando per il completamento della riforma della filiera formativa tecnologico-professionale e la valorizzazione dei Centri nazionali, partenariati estesi ed ecosistemi dell’innovazione, per rafforzare la cooperazione tra università, centri di ricerca e imprese, con specifiche misure di rafforzamento di capacità amministrativa in particolare nel Mezzogiorno. Data la complessità del problema, non esiste una singola politica pubblica o un unico ambito di intervento in grado di fornire la soluzione miracolosa per garantire una crescita ampia e duratura della produttività. La crescita della produttività è influenzata dalle politiche industriali, dalle politiche fiscali, dai sistemi educativi, dalle politiche del lavoro, della concorrenza e dell’innovazione. Una valutazione basata su rigide separazioni per materia, o per ambiti di competenza amministrativa, risulterebbe inadeguata.Il Rapporto individua anche le possibili fonti di finanziamento per promuovere le misure a sostegno della produttività: dalla riforma degli incentivi, alla rimodulazione della politica di coesione, fino alla revisione del Testo unico della finanza (Tuf), con l’obiettivo di facilitare l’accesso delle imprese al mercato dei capitali. Occorrono investimenti complementari al capitale umano, in primo luogo capitale di rischio, ma anche in capacità manageriali e capitale organizzativo, per trasformare gli incentivi agli investimenti in benefici concreti in termini di produttività e innovazione. In questo senso, anche la contrattazione collettiva, promuovendo la partecipazione dei lavoratori alle decisioni e ai processi aziendali, può fare la differenza per sostenere la produttività. Dopotutto, la capacità di un Paese di rinnovarsi e di restare competitivo nel tempo passa attraverso la continua evoluzione delle sue imprese. Nello specifico caso italiano, delle piccole e medie imprese manifatturiere che hanno contribuito all’industrializzazione del Paese nel secolo scorso e che faticano oggi a implementare strategie di aggiornamento della loro struttura attraverso l’apporto di nuova conoscenza, nuovi prodotti e nuovi modelli di business e che pure è indispensabile per fare fronte alla pressione competitiva globale e al cambiamento imposto dai mutamenti geopolitici in corso.