Oggi vediamo aumentare la casistica delle violenze e degli omicidi delle donne: la cronaca ci presenta quasi ogni giorno storie di femminicidio. Dal punto di vista privilegiato derivante dal suo incarico nella Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, può darci dati reali del fenomeno: natura, numeri, caratteristiche?
Nel nostro Paese la questione dei dati relativi alla violenza maschile contro le donne è uno dei nodi irrisolti. Questo nonostante l’approvazione nel 2022 della legge 53 sulle statistiche legate alla violenza di genere, che non è però stata seguita dai decreti attuativi. Abbiamo sollecitato più volte il Governo, purtroppo inutilmente. È dunque difficile parlare di dati sui femminicidi. Forse i numeri sono leggermente inferiori; aumenta invece la consistenza dei femminicidi giovanili, che ci fanno riflettere sulle nuove generazioni e sulla problematica legata al cambiamento della relazione uomo/donna e ragazzo/ragazza. Avere accesso ai dati ed averne di “ben fatti” sarebbe certamente un passo in avanti, ce lo chiede anche la Convenzione di Istanbul. Proprio in questi giorni è stata lanciata su internet una petizione che esige la disponibilità di dati più precisi: non bastano i numeri, bisogna capire le connessioni tra essi. Avevamo chiesto, proprio attraverso la legge, che dialogassero tra loro i dati dei pronto soccorso e quelli delle denunce. Esiste, per fortuna, una consistente mole di dati provenienti dal mondo del volontariato, dell’associazionismo femminile, degli osservatori che nascono dal basso (pensiamo per esempio a “Non una di meno”, ma anche alla Casa delle donne di Bologna). Esistono tante realtà che raccolgono esperienze e che costruiscono osservatori di genere, che monitorano il fenomeno, ma non possono sistematizzare i dati nel complesso.
È stato recentemente pubblicato un libro di Donata Columbro che denuncia l’assenza dei dati, una vera e propria questione politica perché i dati aiutano a conoscere il fenomeno e quindi a regolarlo. Nel complesso vorrei però affermare che la violenza maschile contro le donne non è certamente in diminuzione e acquisisce sempre maggior efferatezza nel suo compiersi.
In Italia diminuiscono gli omicidi complessivi, ma la persistenza dei femminicidi è la cartina tornasole di un Paese nel quale è radicato un preoccupante odio misogino: la violenza maschile è un dato strutturale, spesso legata all’aumento della libertà e dell’autonomia femminile, ben oltre la “semplice” oppressione. Si tratta di un’incapacità maschile a convivere con la libertà delle donne e questo rappresenta una questione politica di primaria importanza.
Avevamo immaginato che i ragazzi di oggi potessero convivere con la libertà delle donne, ben di più che le precedenti generazioni. Ci siamo sbagliati. Persiste un problema di genere, per questo insisto sempre sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, sulla sensibilità culturale.
Nel Novecento c’è stata una grande rivoluzione femminile che ha cambiato profondamente le relazioni, le famiglie, il rapporto con la sessualità. Questo ha determinato un cambiamento maschile importante, ma non adeguato alla rivoluzione avvenuta. Oggi vediamo una regressione e un peggioramento anche nella sfera domestica e nelle relazioni di coppia. Abbiamo letto pagine Facebook come “Mia moglie”, che conteneva immagini rubate alle proprie compagne per essere condivise e commentate viscidamente con amici ed estranei. C’è davvero qualcosa di profondamente radicato, di patriarcale: il corpo delle donne è ancora un oggetto di scambio, di commento.
In tutto questo la legge è ancora ferma?
Abbiamo cambiato le norme penali. Ci abbiamo messo tantissimo ad ottenere che la violenza sessuale fosse un reato non contro la morale, ma contro la persona. È stato solo nel 1996: sono ben pochi anni se pensiamo alla storia dell’umanità. Questo ci dice molto della cultura giuridica che abbiamo ereditato.
È stato anche approvato il reato di stalking. Abbiamo ratificato la Convenzione di Istanbul. Quest’anno abbiamo approvato in Senato il reato di femminicidio, che andrà in Aula alla Camera proprio il prossimo 25 novembre. E finalmente in Commissione giustizia della Camera si è trovato un accordo sulla formulazione del reato di violenza, legato all’assenza del consenso. Quando diventerà legge sarà un grande cambiamento. Affermare che c’è violenza quando non c’è consenso vuol dire riconoscere pienamente la libera soggettività delle donne. Le norme penali dunque esistono e le stiamo migliorando di volta in volta, anche in modo unitario. Il problema poi è come vengono applicate, la cultura diffusa, anche tra gli operatori della giustizia.
La cosiddetta vittimizzazione secondaria, cioè quella che avviene nelle aule dei tribunali, è ancora troppo frequente. In generale, c’è una grande severità nel giudicare la donna che ha subito violenza. I femminicidi sono spesso trattati sui giornali sottolineando le ragioni che avrebbero indotto gli uomini a compiere il gesto: erano in crisi, avevano perso il lavoro, soffrivano di dipendenze varie. La magistratura è cambiata, non c’è dubbio, ma c’è ancora tanto da fare sul piano culturale. Il tema della formazione della magistratura, della lettura corretta della violenza da parte degli operatori di giustizia e anche delle forze dell’ordine è fondamentale e noi abbiamo finalmente ottenuto nella legge in discussione alla Camera che la formazione sia obbligatoria. Tutte queste riforme sono ad invarianza finanziaria, purtroppo. Sappiamo che è più difficile fare funzionare le riforme senza adeguati investimenti. È necessario, al contrario, destinare risorse per la formazione, avere più operatori, disporre di più personale.
Il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, ci ricorda quanto il conflitto, in un momento storico come questo, costellato da conflitti bellici importanti e diffusi, rientri anche all’interno delle mura domestiche e quanto il mondo, le donne, i nostri figli, abbiano bisogno di pace all’interno dell’ambito familiare e non solo. Secondo lei come potremmo legare il tema della pace alle donne?
È vero: la violenza attraversa la quotidianità anche all’interno delle mura domestiche. C’è un tema di difficoltà di convivenza molto serio che rimanda ad una dimensione più generale. Assistiamo contestualmente (ma non casualmente) ad un ritorno sulla scena politica di relazioni internazionali basate sulla pura forza. Sono saltate, o sono state messe fortemente in discussione, le istituzioni internazionali e quindi i luoghi della mediazione:le Nazioni Unite e la Corte penale internazionale innanzitutto. C’è una spregiudicata prova di forza persino quando si propongono ipotesi di pace.
Nel contrastare questo orizzonte di pura forza c’è anche il movimento delle donne e le sue conquiste culturali, l’esperienza politica delle donne, le associazioni femminili. Penso a che cosa sono state le donne in altri momenti della vicenda arabo israeliana e della questione palestinese. Penso anche alle donne russe, che per prime sono scese in piazza quando Putin ha iniziato l’invasione dell’Ucraina. C’è una evidente capacità delle donne di tessere relazioni e prendere iniziative per la pace. Questa capacità dovrebbe essere coltivata, utilizzata proprio nella fase attuale, in cui prevalgono gli schieramenti identitari. Ma per costruire davvero la pace bisogna saper dialogare, non solo schierarsi, bisogna davvero costruire ponti. Proprio in questo scenario le donne possono giocare un ruolo enorme, strategico, possono essere protagoniste di un percorso di costruzione di pace e di relazione.
Senza mai dimenticare, però, che la decostruzione della violenza nelle relazioni e nei rapporti, sia in ambito domestico, sia in ambito politico, è un lavoro che investe la responsabilità di tutti, è una dimensione collettiva e necessita di una mobilitazione collettiva.
Le giovani generazioni sembrano più pronte a questo: si sono mobilitate rispetto al conflitto israeliano palestinese, al femminicidio e al tema della parità di genere. I giovani sono attivi e interessati, gli adulti sono più lontani dall’agire. E le donne?
Alle ultime mobilitazioni per la pace in medioriente e per la fine dell’attacco israeliano hanno preso parte tante donne e anche tante famiglie. Così come le donne si sono mobilitate contro la violenza maschile, insieme a tanti ragazzi e ragazze.
Il 2023, dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, è stato davvero l’anno della svolta rispetto alla presa di coscienza sul fenomeno della violenza di genere, con nuove e corrette parole d’ordine, di cui il padre e la sorella di Giulia sono stati potenti portavoce. Quel 25 novembre è stato segnato da mobilitazioni che chiedevano un cambio culturale profondo, un cambio di paradigma, in controtendenza al sistema patriarcale e alla cultura maschilista imperante.
Purtroppo devo però ammettere che è mancata la capacità di mettere in campo politiche all’altezza di quella richiesta di discontinuità. Mentre riusciamo a trovare le mediazioni giuste sul fronte delle norme penali, abbiamo ancora una discussione aperta con la maggioranza sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole e sulla sua importanza, basti pensare alle recenti polemiche del ministro Valditara.
Dopo il 2023 ci si aspettava un salto di qualità nella costruzione della rete dei centri antiviolenza e delle case rifugio, ma così non è stato. Anche il Piano nazionale antiviolenza ha bisogno di ingenti risorse che ancora oggi non sono adeguate. Lacunoso anche il fronte del rafforzamento della prevenzione con investimenti ad hoc.
Quantomeno abbiamo approvato una legge, in modo bipartisan, sulle misure cautelari, che ha reso obbligatorio l’uso del braccialetto elettronico, ma, ancora una volta, a senza finanziamenti garantiti per sostenere l’effettività dell’uso di tale dispositivo e la sua efficacia.
L’ultimo tema che vorrei trattare è “donne e parità salariale”. La direttiva sulla trasparenza salariale, obbligatoria a giugno del prossimo anno, sarà l’ennesimo passo in avanti solo sul versante delle normative o sarà anche un miglioramento effettivo? ?
Abbiamo una grande difficoltà a monitorare l’applicazione delle leggi. Pensi alla sicurezza sul lavoro, per farle un esempio. Ogni martedì, in Senato, apriamo la seduta con i nomi dei morti sul lavoro della settimana appena trascorsa. Le assicuro che è veramente impressionante l’entità e anche l’età di molte delle vittime sul lavoro.
Dal punto di vista della parità salariale, avevamo alzato il livello di controllo delle aziende con una legge approvata nella scorsa legislatura,mentre sull’occupazione femminile avevamo posto clausole di salvaguardia nel piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) proprio per favorire l’occupazione femminile giovanile come volano per il Paese. Purtroppo i regolamenti che ne sono seguiti hanno sostanzialmente permesso deroghe, senza nessun controllo. Questo è un problema reale. Il nostro Paese fatica a far lavorare le donne perché è ancora organizzato scaricando su di loro il lavoro di cura. Anche le misure di questa finanziaria sono assolutamente residuali. Sono misure rivolte a donne lavoratrici che già hanno figli, quindi non c’è nessun sostegno alla “scelta”, alla possibilità, alla libertà di decidere di fare figli. Non ci sono misure che sostengono la possibilità delle donne di scegliere se e quando. Il tema, infatti, è proprio lo scarto tra quei figli desiderati e quei figli che realmente si possono sostenere.
Il nodo è il basso tasso di occupazione femminile e la fragilità della presenza delle donne nel mondo del lavoro. Si pensi al part-time involontario, che riguarda soprattutto le donne. Uno strumento di flessibilità diventata una gabbia di precarizzazione. Bene accendere i riflettori anche sulle storture che non si vedono:quelle fatte di tanti straordinari che sfuggono ai controlli e alla trasparenza.
La domanda è perciò come riuscire a far applicare la direttiva europea e con quali strumenti. Questa è una sfida importante per un Paese come il nostro, bloccato al tasso di occupazione più basso d’Europa senza aver mai fatto quel salto necessario per sostenere il lavoro delle donne, per sostenere una qualità della vita diversa, una vera conciliazione tra i tempi di cura e i tempi di lavoro e soprattutto di condivisione del lavoro di cura.
Anche in questo caso il nodo è culturale: ancora oggi si pensa che sia compito scontato e “naturale” della donna stare a casa con i figli. Per questo è così concreta e fondamentale la battaglia per il congedo paritario. Bene che ci sia un emendamento unitario delle opposizioni alla legge di bilancio in discussione. Davvero è insostenibile un congedo di paternità di soli dieci giorni.
Questa realtà si traduce inevitabilmente in una vulnerabilità delle donne anche rispetto alla violenza maschile, ricattate dall’assenza di autonomia economica. È emblematico pensare al numero incredibile di donne che non ha un conto in banca, un dato che si aggira intorno al 30%.
Il tema deve essere al centro dell’agenda politica. La crescita dell’occupazione femminile cambierebbe moltissimo il Paese, contribuendo al benessere generale e, sono certa, avrebbe un impatto anche sulla natalità. Tutti gli studi in materia asseriscono che si fanno più figli dove le donne stanno bene, dove le donne guadagnano meglio, dove ci sono i servizi – tema stringente e prioritario – dove le donne possono scegliere. Penso ai nidi, su cui ci eravamo dati obiettivi seri nel PNRR, non conseguiti.
Per concludere, nel suo ultimo libro “Chi ha paura delle donne” afferma che l’Italia non è un Paese per donne. Che serve un’agenda politica femminista e e che la libertà delle donne non è una questione femminile, ma è una questione che riguarda il Paese. Come autrice ed esponente del Partito Democratico, potrebbe condividere qualche punto di questa sua agenda femminista?
Oltre all’educazione sessuo-affettiva, possiamo cominciare da tre questioni: salario minimo, congedo paritario, legge contro il part-time involontario.
Sono cose che sicuramente aiuterebbero a cambiare il rapporto tra donne e lavoro e in generale il rapporto tra tempi di vita e tempi di lavoro. Qualcosa che avrebbe impatto anche sugli uomini. Io penso che, per esempio, il congedo paritario dovrebbe essere una battaglia degli uomini: è innanzitutto un loro diritto avere tempo per stare con i figli appena nati o adottati.
C’è inoltre tutto il tema della salute riproduttiva e quello dei tempi e degli spazi delle città, a cui è strettamente connesso il tema del lavoro di cura. Si tratta di una grande questione di welfare. Non una questione privata, ma una questione politica. Dobbiamo pensare alla condivisione del lavoro di cura come ad un tema di grande civiltà. Parlare della libertà delle donne comporta chiamare in causa il cambiamento maschile e la costruzione di una mascolinità diversa. Dobbiamo costruire livelli di convivenza diversi e creare occasioni di vita migliore per tutti attraverso nuovi equilibri e nuove relazioni.
[1]Senatrice della Repubblica, vicepresidente della Commissione d’inchiesta sul femminicidio, componente della commissione cultura e patrimonio culturale, istruzione pubblica, fa parte della direzione nazionale del Partito Democratico.