Le parti sociali sono chiamate a riscrivere le “regole del gioco” condivise nel 1993. Questo l’obiettivo del tavolo aperto il 29 luglio e da concludersi entro il mese di settembre. Servono coraggio, responsabilità e lungimiranza.
Il 29 luglio, presso la sede romana di Confindustria in Viale dell’Astronomia, si è svolto il primo confronto tra le quattordici confederazioni datoriali[1] che hanno sottoscritto il documento “Principi sulla misurazione della rappresentanza datoriale” e CGIL, CISL e UIL, firmatarie della piattaforma “Proposte per un accordo quadro”. Lo scopo del tavolo è quello di arrivare a una sintesi condivisa delle diverse posizioni rappresentate in questi due atti per addivenire, entro la fine di settembre, a un nuovo Protocollo sui redditi, le relazioni di lavoro, la contrattazione collettiva e la rappresentanza destinato, dopo trentatré anni, a sostituire il Protocollo Ciampi-Giugni del 23 luglio 1993. Una operazione che è solo parzialmente un completamento di quanto accennato con il Testo Unico della Rappresentanza del 2014 e con il Patto della Fabbrica del 2018 (entrambi documenti nati da un tavolo tra la sola Confindustria e i sindacati, in composizione ben diversa da quella attuale, quindi) e che è indubbiamente sospinta dai contenuti del c.d. decreto Primo Maggio (decreto-legge n. 62 del 30 aprile 2026), recentemente convertito in legge n. 112 del 25 giugno 2026.
E’ difficile immaginare una impasse del tavolo, perché, proprio in ragione dell’operatività della legge che ha ribadito con inedita forza l’autorità salariale della contrattazione collettiva, rimandando a un accordo tra le parti sociali la credibilità di questa scelta, non conviene a nessuno il fallimento dei negoziati. L’alternativa, in caso di insuccesso, non potrà che essere il ruolo supplettivo del Parlamento e la perdita di credibilità di chi crede nell’autonomia delle parti sociali in materia di relazioni di lavoro.
Diversa e ben più difficile è invece la previsione gli effettivi contenuti e l’elenco dei firmatari del prossimo accordo.
E’ indubbio che la piattaforma sindacale sia più rotonda, completa e coraggiosa di quella datoriale, dove sono evidentissime le cicatrici derivanti dalla sutura di molti punti di distanza tra le sigle che rappresentano le imprese. Banalizzando un po’, si potrebbe dire che i sindacati hanno voluto sfidare le controparti, ponendo sul tavolo argomenti indubbiamente fastidiosi per le confederazioni datoriali; di contro, queste, hanno innanzitutto scelto di non farsi male tra loro, individuando un minimo comune denominatore in materia di rappresentanza e assetti contrattuali tutt’altro che inaspettato o problematico per l’altra parte del tavolo.
Questi assetti (non contrattuali, ma) tattici sono risultati evidentissimi al primo tavolo di confronto, come è facile comprendere leggendo i sedici (tutti diversi!) comunicati stampa diffusi dopo l’incontro. Non è però possibile, come si faceva negli assolati oratori estivi, chiudere la partita sancendo che “hanno vinto tutti”: resta perciò da capire come si giocheranno i prossimi quattro incontri, il match è solo all’inizio.
L’impressione è la squadra sindacale sia più attrezzata e, per la prima volta dopo diversi anni, anche relativamente coesa al suo interno. Il merito è da ascrivere a due fattori.
Il primo concerne i meccanismi di misurazione della rappresentanza, già ben oliati in ambito sindacale (si pensi ai precedenti accordi, al lavoro in corso al CNEL, alla legge che regola la contrattazione collettiva nel lavoro pubblico etc.): non c’è discussione tra CGIL, CISL e UIL sul fatto che per contarsi bisognerà ponderare il dato associativo con quello elettorale.
Il secondo è una conseguenza del “martellamento culturale” della CISL su due temi individuati centrali per il futuro della contrattazione collettiva: la partecipazione e il diritto alla formazione continua. La prima è stata definita da Maurizio Landini l’asse attorno a cui ruota tutto il documento dei sindacati; la seconda è stata presentata dallo stesso segretario della CGIL come una conquista non più rinviabile nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
Insomma, le tre associazioni sindacali si sono presentate con una proposta credibile e concreta in materia di assetti contrattuali (contratto nazionale per recuperare obbligatoriamente il potere di acquisto; contratti decentrati, anche territoriali, per redistribuire valori e produttività), certificazione della rappresentanza (media tra dato associativo e dato elettorale), composizione nel dettaglio del TEM (trattamento economico minimo) e del TEC (trattamento economico complessivo) e contenuti essenziali di un protocollo per il futuro delle relazioni di lavoro (formazione, partecipazione e salute e sicurezza).
L’altra parte del tavolo è certamente più incerta e appesantita dal grande carico di mediazione necessario per mettere d’accordo quattordici confederazioni con sistemi contrattuali, storia, dinamiche produttive e prassi interne molto diverse. Per questa ragione il documento di partenza dei datori di lavoro è più che altro preoccupato di scindere la trattazione del contratto collettivo come “strumento” dalla composizione associativa delle sigle di rappresentanza; di congelare i perimetri contrattuali esistenti; di misurare la rappresentanza solo ai fini della contrattazione e non della partecipazione istituzionale.
A questo ultimo scopo tutto è affidato a tre criteri qualitativi (seniority dell’organizzazione, partecipazione ad organismi europei e presenza non secondaria del welfare nei CCNL sottoscritti) invero validi anche per le controparti sindacali e a un solo criterio quantitativo (numero di dipendenti che vedono regolato il proprio rapporto dalla contrattazione collettiva del settore rappresentato, quel che già misura il CNEL in ancoraggio coi codici ATECO), che però non permette di fare quel che dovrebbe essere il primo fine di un qualsiasi meccanismo di certificazione della rappresentanza: comparare l’effettiva rappresentatività delle sigle che ambiscono sottoscrivere i contratti collettivi nazionali. Ben diverso è infatti pesare la capacità di una associazione di convincere l’impresa ad aderire alle sue istanze dal mero conteggio degli operatori economici che, per le ragioni più disparate, hanno scelto il CCNL anche senza alcun legame con l’associazione che ha sottoscritto quel contratto.
Il conservatorismo mostrato dalla (numerosa) delegazione datoriale potrà essere indebolito da crepe causate da cedimenti interni, più che dalle pressioni esterne. Il grande spauracchio di molti è la possibile forzatura delle sigle più rappresentative verso contratti unici di settore, sottoscritti da tutte le confederazioni interessate, ma dentro un unico contenitore regolatorio (oggi sono invece diversi, anche quando il contenuto è il medesimo). Questo determinerebbe uno sconvolgimento delle fondamenta di sistemi contrattuali passati indenni dagli ultimi cinquanta anni di accordi interconfederali, soprattutto nell’ambito dell’industria e del commercio, ove non c’è la “protezione” della tipologia e della natura giuridica delle imprese rappresentate regolata ex legge.
Questi nodi verranno al pettine entro il mese di settembre, prima che re-inizi una tornata di rinnovi contrattuali assolutamente centrali per i redditi di milioni di lavoratori. La speranza è che il senso di responsabilità e di (necessaria) innovazione non venga tarpato dagli opportunismi e dalle convenienze di natura pretestuosamente associativa.
[1] AGCI, Confcommercio, ANIA, Casartigiani, CLAAI, Confcooperative, Confesercenti, Confetra, CNA, Confindustria, Confapi, Confartigianato, Confservizi, Legacoop. Permangono l’assenza di ABI e delle sigle dell’agricoltura, in ragione dei diversi sistemi regolati gli assetti contrattuali e la rappresentanza aziendale in questi comparti.