Nella relazione al XX Congresso della Cisl, la Segretaria generale Daniela Fumarola ha messo in riscossione il successo politico che la sua organizzazione ha ottenuto con l’approvazione della legge di iniziativa popolare sulla partecipazione – ora legge n.76 del 2025 –  che costituisce “insieme un traguardo e un ambizioso punto di partenza”.  Al di là del dato fisiologico del conflitto, occorre “comprendere che esiste una dimensione di progresso condiviso, un orizzonte comune verso cui procedere in modo cooperativo”.  

Uno degli aspetti che maggiormente caratterizza la relazione, se confrontata con il dibattito corrente, è la sua neutralità rispetto alla politica, in quanto potrebbe essere stata svolta, più o meno con i medesimi concetti, se il Governo del Paese fosse diverso da quello attuale. La valutazione del  quadro politico del Paese non solo è assente, ma è persino ininfluente nell’orientare e condizionare l’azione del sindacato che è il solo protagonista  delle sfide dei nuovi tempi. Si dirà, come si è già cominciato a fare, che la Cisl si è accasata a Palazzo Chigi. Ma ad esprimere un giudizio siffatto sarebbe fare un torto ad una grande organizzazione che ha edificato sull’autonomia la sua caratteristica genetica.  La realtà, lo vedremo nei  prossimi mesi, è diversa: in un’epoca in cui è dominante la prassi dello scaricabarile, dal XX Congresso viene una indicazione diversa: un’assunzione di responsabilità: “Partecipare, in ogni ambito, sul lavoro, nella contrattazione sociale, con la concertazione, significa rientrare in campo”.

Significa, ha puntualizzato Fumarola, “non accettare che siano altri a scrivere le pagine che ci riguardano. Significa immaginare e costruire il futuro su uno spartito non già scritto, non imposto dall’esterno, ma frutto di un’azione collettiva, libera, democratica, consapevole’’. Al Meeting di Rimini Daniela Fumarola ha posto al centro del suo intervento tre parole che nella cultura della sua organizzazione indicano la via maestra che un sindacato deve seguire: “concertazione, partecipazione e contrattazione”. È la medesima visione che Fumarola ha voluto esprimere  nell’articolo ospitato da “Il Riformista”, in cui la parola chiave riferita all’azione del sindacato è la responsabilità che presuppone la partecipazione. Secondo la Cisl la nuova legge deve essere  subito sperimentata nelle grandi imprese controllate o partecipate dallo Stato, veri pilastri del sistema economico, Poste Italiane, Eni, Enel, Leonardo, Ferrovie dello Stato, Terna, Snam… colossi pubblici che per dimensione, impatto e missione possono e devono essere protagonisti di un nuovo modello partecipativo di politica industriale. A cui dovrebbero aggiungersi le aziende ex municipalizzate che gestiscono  i servizi pubblici essenziali nelle loro comunità.  Se questa fosse la platea di riferimento verrebbe da dire, come in una vecchia pubblicità, che alla Cisl piace vincere facile, perché queste imprese potrebbero compiere delle scelte di partecipazione in base a pressioni e a suggestioni di natura politica, che potrebbero determinare dei cortocircuiti corporativi.  Ci sono poi altri problemi di non facile soluzione. Se il gruppo di imprese individuate può essere disponibile a nuove sperimentazioni, la Cisl non può fare da sé, ma deve portare a quell’appuntamento anche i partner sindacali, compresa quella Cgil che si è dimostrata ostile fin dall’inizio di questa esperienza. Tanto che insieme agli ascari della Uil, la Confederazione di Corso Italia si è rifiutata, in gran dispetto, di aderire alla Commissione promossa dal Cnel per seguire le esperienze di partecipazione.  E purtroppo la Cgil è come quel personaggio del film ‘’La grande bellezza’’ che rivendica per sé il potere, ad libitum, di far riuscire o fallire le feste. 

La partita si complica, così, nei settori privati con i padroni veri, dove si gioca la vera sfida della partecipazione. Dove però, oltre alla mancata compattezza del fronte sindacale, si aggiunge la contrarietà della Confindustria che ha pesato parecchio nel depotenziare la legge, durante l’iter dell’approvazione. C’è da dire che a livello delle categorie le posizioni sono meno ossificate, come ha dimostrato fino ad ora – persino nel caso dei metalmeccanici, nella cui vertenza per il rinnovo l’unità d’azione ha nuociuto ai lavoratori – la stagione dei rinnovi contrattuali. Soprattutto è a questo livello dove esistono già esperienze di partecipazione, consentite da una legislazione promozionale corredata di benefici fiscali riguardanti, non solo la partecipazione nelle sue varie forme, ma anche la produttività e le esperienze di welfare aziendale. Per fortuna, non si sono ancora interrotti del tutto quei processi di innovazione e di collaborazione che hanno trasformato le relazioni industriali nelle categorie, nelle imprese e nei territori, spesso a smentita del ritorno ad una conflittualità becera ed impotente a livello confederale, proiettata prevalentemente sul terreno della politica e del confronto/scontro con i Governi (basti pensare alla ritualità del ricorso allo sciopero generale in occasione delle leggi di bilancio). Ma ciò che è avvenuto nel caso dei rinnovi del pubblico impiego  (dove la Cgil – quando è stata in grado di farlo – si è sottratta strumentalmente alle intese al solo scopo di creare problemi politici con la controparte/Governo), è destinato a divenire una linea di condotta anche in altri settori. Anche la proposta di un patto sociale è divenuta divisiva, sul piano ideologico prima ancora che su quello pratico. Quando Fumarola afferma che  ‘’fare un patto per noi significa mettere da parte ciò che ci separa e lavorare a obiettivi condivisi”, come quello “di un lavoro di qualità”, mentre “per un sindacato responsabile il conflitto è l’ultima arma da mettere in campo”, agli osservatori delle vicende sindacali di certo non è sfuggita la musica che la Cgil, in occasione dell’Assemblea generale del luglio scorso, ha suonato su di un diverso spartito.   In sostanza, la Confederazione di Maurizio Landini ha già tracciato un calendario parallelo all’iter della manovra di bilancio che – lo si intuisce tra le righe del documento conclusivo – ripercorrerà le consuete tappe destinate a sfociare in uno sciopero generale, a cui probabilmente si assoceranno gli ascari della Uil, come è avvenuto, in modo  rituale e ripetitivo,  negli ultimi quattro anni. Ormai il ricorso ad un’astensione generale dal lavoro è divenuto un passaggio ordinario, che si colloca in una fascia del calendario che va da metà novembre a metà dicembre, in rapporto alla navetta del disegno di legge. Il Governo se lo aspetta e non prova neppure ad evitare la giornata di lotta perché sarebbe inutile: la Cgil non si cura di incrociare il percorso su cui si muove la manovra del Governo.   Governo e Cgil svolgono due “mestieri” diversi. Il primo è tenuto a fare approvare nei tempi previsti la legge di bilancio, la seconda a proclamare lo sciopero.  

Vediamo la mappa tracciata puntualmente da Maurizio Landini nel suo articolato percorso di mobilitazione per rendere “chiara e visibile la possibile alternativa alle politiche portate avanti dal Governo”. Si comincia con una campagna “certificata” (?) di assemblee in tutti i luoghi di lavoro e di iniziative nei territori che raccolgano tutti i protagonisti della “rivolta sociale”, per culminare in una manifestazione nazionale a Roma a metà ottobre. Tutti i sindacati europei sono invitati dalla Cgil ad impegnarsi nella battaglia contro il ritorno delle politiche di austerità e il piano di riarmo; in difesa dei fondi di coesione, della Pac, del Green Deal, del pilastro sociale; a sostegno di politiche europee espansive alimentate da risorse comuni, sul modello Next Generation EU (Eurobond), per finanziare una strategia di investimenti e politiche industriali comuni; e per individuare tutti i dispositivi necessari – blocco dei licenziamenti, contrasto alle delocalizzazioni, strumenti finanziari come il fondo Sure – per difendere il lavoro, sostenere il reddito e tutelare il sistema produttivo e industriale, minacciati dalla guerra commerciale scatenata dall’Amministrazione americana.  Come si nota, manca solo, direbbe Jerome K. Jerome, ‘’il ginocchio della lavandaia’’. Il documento, poi, ricorda che nel 2026, con ogni probabilità, si terrà anche il referendum confermativo sulla “controriforma costituzionale Nordio”. 

Un appuntamento elettorale che, è scritto, dovrà vedere l’impegno della Cgil nel contrasto a un disegno che, se venisse portato a termine, comprometterebbe l’equilibrio e il bilanciamento dei poteri previsti dalla Costituzione. Così la Cgil si schiera con l’Anm. Dio li fa, poi li accompagna. 

In tale contesto come potrà la Cisl  “unire le forze e farlo con tutti i soggetti riformisti, tutti coloro che pensano che, attraverso un impegno e un esercizio di responsabilità, si possono dare alle persone quelle risposte che il nostro Paese richiede”? 

In realtà, non è solo un problema dell’organizzazione di via Po, ma dell’ordinamento democratico del Paese, che per funzionare ha bisogno che ogni istituzione svolga il suo ruolo nel rispetto di quello altrui. Ormai la Cgil è un soggetto in transizione dal sindacalismo alla partitocrazia. Non perché il sindacato non possa e non debba agire come un soggetto politico che porta avanti una originale e autonoma visione del futuro, ma non può farlo in organica sinergia con le forze dell’opposizione, lavorando con esse al solo scopo di rovesciare la maggioranza che ha vinto le elezioni e che governa legittimamente. 

Le leggi riconoscono al sindacato  dei diritti che gli consentono un’ampia agibilità politica e un potere, anche organizzativo ed economico, di mobilitazione che non spettano ai partiti politici (che tra l’altro hanno provveduto a suicidarsi in pubblico, rinunciando alle loro prerogative). Se un sindacato si presta ad uno sviamento dei poteri che gli sono attribuiti per metterli al servizio di un disegno partitico, vengono a mancare i presupposti di un confronto ordinato ed equilibrato, ancorché dialettico. La Cisl non può fare un patto sociale da sola, deve cercare delle alleanze nel tradizionale autonomismo sindacale con l’obiettivo di divenire una forza maggioritaria nel mercato del lavoro. Certo sarebbe una navigazione in mare aperto. Ma la Cgil sta già facendo rotta in direzione della “flotilla” del sindacalismo di base. La Cisl, pertanto, ha una ragione in più per essere contraria ad una legge sulla rappresentanza che non servirebbe a tutelare nel suo insieme il sindacalismo confederale di fronte all’assalto dei sindacati fasulli, ma che, nelle condizioni date dei rapporti unitari, si tradurrebbe in una conta all’interno del sindacalismo confederale stesso, con l’obiettivo delle ex consorelle di emarginare proprio la Cisl, la Confederazione che non ha inseguito la Cgil (e la Uil?) nel percorso che l’ha resa un sindacato in transizione verso una nuova forma di partito. E non c’è da preoccuparsi per l’accusa di collateralismo col Governo. Perché  è la Cisl che contribuisce a legittimare l’attuale maggioranza.