Cosa contraddistingue la maturità culturale di una forza sociale, in primis il sindacato? La risposta a un quesito di questo genere per molti si esaurisce in una conta della quantità e qualità degli accademici di cui il sindacato si avvale e che, in qualche modo (oltre l’inattuale qualifica di “organicità”, che odora non poco di anni Settanta/Ottanta), condividono valori e direzione politica dell’associazione.
È una accezione scolastico-universitaria del concetto di “cultura”, nella sua sfumatura anche didatticamente più problematica perché essenzialmente trasmissiva invece che promozionale: gli studenti (i sindacalisti) come vasi vuoti da riempire e non come fiamme da accendere, motivare, parafrasando la famosa frase di Plutarco. L’intellettuale è perciò colui che studia e pensa, quindi il depositario del sapere che condivide (dall’alto verso il basso) con chi si trova in situazione di ignoranza. Una prospettiva che certamente gratifica colui a cui è chiesto di insegnare e, in un certo senso, solleva da ogni responsabilità colui a cui è chiesto di imparare: non deve fare altro che ascoltare, memorizzare e poi ripetere i concetti.
Le scienze pedagogiche hanno però dimostrato che senza personalizzazione, senza l’innesto (ancora la “accensione”) di un paragone tra l’esperienza del discente e quanto deve trattenere, è impossibile qualsiasi forma di apprendimento significativo. Può realizzarsi un processo mnemonico, ma non un processo culturale.
Se quanto ricordato è sempre vero, ancora più evidente è nelle occasioni di formazione e ricerca nei contesti sindacali. La peculiarità di queste situazioni è da ricercarsi nella vivacità esperienziale dei discenti, che portano in aula, in laboratorio, negli scambi virtuali il proprio vissuto, anche quando sono affrontati argomenti ad alto tasso di astrazione. È il motivo per cui molti accademici non amano partecipare a momenti di formazione sindacale: sono occasioni nelle quali non è raro ricevere domande alle quali non si sa rispondere. Imbarazzo che dovrebbe essere considerato prezioso da chi è affamato di sapere, perché permette un apprendimento profondo: imparare insegnando. Situazione di disagio per chi invece intende il momento didattico come una pronuncia ex cathedra, poiché improvvisamente crolla il palco e ci si ritrova tutti allo stesso livello. Non tutti gli intellettuali sono disponibili a mettere in dubbio la propria onniscienza.
Una forza sociale come il sindacato ha certamente bisogno del confronto costante con chi è capace di riflessioni profonde sui nodi del lavoro, da ogni prospettiva disciplinare, tanto più se disponibile a coinvolgersi in una relazione educativa e di ricerca. Una dinamica utile se non dimentica alcune caratteristiche essenziali di ogni processo culturale che voglia essere sorgivo e non estemporaneo.
In primo luogo, non “si fa cultura” come mera opposizione ad altre visioni del mondo, come azione reattiva, anche quando stimolata da corrette istanze di giustizia. La scoperta della propria identità è sempre un processo costruttivo, mai distruttivo. La stessa polemica è possibile soltanto quando è chiaro il proprio “io”/“noi”. Il costante bisogno di un nemico per potersi affermare è un escamotage psicologico per evitare di fare i conti con sé stessi: una scorciatoia che porta in un vicolo cieco identitario.
Seconda considerazione. La cultura è sempre inerente l’esperienza, che ne è sorgente e orizzonte. Molti relegano la “vita vera” solo all’inizio del processo di apprendimento, come stimolo; altri solo alla fine, come occasione di verifica. Le due posizioni devono coesistere. Non si può quindi intendere il processo culturale come una forzata integrazione di ciò che manca all’esperienza, ma come un’occasione per comprendere fino in fondo (anche) la quotidianità, diventando così capaci di giudicarla.
Il nesso inevitabile tra esperienza e cultura è la ragione per la quale il sindacato è soggetto culturale: un corpo intermedio, di natura popolare, che tutti i giorni, a contatto con i piccoli e grandi avvenimenti della storia (può essere un licenziamento in periferia, come la cassa integrazione per i dipendenti di una grande azienda, fino all’analisi della legge di bilancio), non ha timore di comprendere il significato di quel che accade e formulare un giudizio che ha la pretesa di essere innanzitutto vero, senza conformismi politici e intellettuali. D’altra parte, se non tende alla verità, ogni cultura si cristallizza in opinione, quando non addirittura in menzogna.