La questione migratoria non è un’emergenza, ma una componente strutturale della società e del mercato del lavoro. I numeri parlano chiaro, in particolare in Lombardia: oltre 1,2 milioni di cittadini stranieri vivono nella regione, con una forte concentrazione nella fascia attiva della popolazione. In un contesto segnato dall’inverno demografico, dall’invecchiamento e dalla riduzione della forza lavoro disponibile, questa presenza rappresenta dunque una risorsa imprescindibile.
Eppure, accanto a questa evidenza, persiste un paradosso: mentre le imprese faticano a trovare lavoratori, molti cittadini stranieri restano intrappolati in impieghi poveri, poco sicuri e spesso non coerenti con le competenze possedute. Il mercato del lavoro, infatti, continua a essere fortemente segmentato, con oltre il 60% degli stranieri occupati in mansioni operaie o poco qualificate e una quota rilevante di lavoratori sovra-istruiti rispetto al ruolo svolto.
È in questo spazio di contraddizione che si colloca il progetto INTEGRA, una delle esperienze più interessanti e concrete di risposta sistemica a due delle principali sfide del nostro tempo: la carenza di manodopera e la crisi demografica.
Promosso e finanziato dalla Camera di Commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi e realizzato da Formaper, INTEGRA è un progetto triennale (2024–2026) che mette insieme imprese, enti di formazione, terzo settore e sindacato. Non è un dettaglio: è proprio questa architettura multilivello a rappresentarne la vera innovazione, perché consente di affrontare simultaneamente i bisogni delle aziende e quelli delle persone.
L’obiettivo è semplice quanto ambizioso: trasformare il bisogno delle imprese in opportunità di integrazione qualificata, attraverso percorsi strutturati che non si limitano alla formazione, ma accompagnano la persona lungo tutto il processo di inserimento lavorativo.
In concreto, il progetto prevede una fase di selezione e valutazione delle competenze informali già possedute dai migranti, seguita da una formazione tecnico-professionale strettamente collegata ai settori produttivi più richiesti. A questa si affianca un rafforzamento della lingua italiana orientato al lavoro, che rappresenta una condizione essenziale per un’integrazione reale. Il percorso prosegue poi con attività di orientamento e bilancio delle competenze, finalizzate a costruire un abbinamento più efficace tra candidati e imprese, fino ad arrivare al matching diretto con le aziende e a un accompagnamento personalizzato nella fase di inserimento.
Sono i numeri del progetto, del resto, a raccontarne la sua efficacia.
Nel corso del 2025, INTEGRA ha coinvolto 269 partecipanti, superando il target inizialmente previsto, e ha portato alla realizzazione di 216 colloqui di lavoro, con 205 candidati avviati concretamente al matching con le imprese. Il risultato più significativo è rappresentato dai 91 inserimenti lavorativi effettivi, che testimoniano la capacità del modello di tradursi in occupazione reale.
A questi dati si aggiunge un elemento qualitativo fondamentale: i partecipanti provengono da ben 46 Paesi diversi, con una prevalenza di nazionalità come Perù, Egitto e Ucraina, e hanno un’età media di 31 anni. Si tratta quindi di una popolazione giovane, già presente sul territorio, che rappresenta esattamente quella forza lavoro che il sistema economico non riesce a intercettare pienamente.
Il successo del progetto non è casuale, ma è il risultato di un metodo preciso: formare in funzione del lavoro reale. I corsi, infatti, vengono progettati insieme alle imprese e calibrati sui fabbisogni produttivi concreti, spaziando dalla ristorazione alla logistica, dalla meccanica all’artigianato, fino ai servizi. Questo consente di ridurre drasticamente il mismatch tra competenze acquisite e opportunità disponibili, che rappresenta una delle principali criticità delle politiche attive tradizionali.
D’altra parte, INTEGRA non è solo un progetto formativo, ma si propone come un vero e proprio modello di governance territoriale: il coinvolgimento del sindacato, in particolare attraverso l’ANOLF, è centrale non solo per la tutela dei diritti, ma anche per la costruzione stessa dei percorsi, svolgendo una funzione di mediazione tra lavoratori e imprese, fornendo assistenza nella gestione delle eventuali criticità legate alla condizione giuridica dei lavoratori coinvolti, garantendo la qualità dell’inserimento lavorativo e contribuendo a promuovere un modello di integrazione fondato sulla dignità del lavoro; parallelamente, il terzo settore assume un ruolo decisivo nell’individuazione dei beneficiari, nell’accompagnamento lungo il percorso e nella gestione delle eventuali fragilità sociali; le imprese, dal canto loro, non sono semplici destinatarie del progetto, ma partecipano attivamente alla sua costruzione, contribuendo alla definizione dei percorsi formativi e offrendo opportunità concrete di inserimento.
È proprio questa sinergia tra soggetti diversi a rappresentare il valore aggiunto del progetto: l’integrazione non viene delegata a un singolo attore, ma diventa il risultato di una responsabilità condivisa che prova ambiziosamente a superare quell’approccio emergenziale alle migrazioni, che per anni ha caratterizzato il dibattito pubblico e le politiche istituzionali.
Le linee strategiche per il 2026 vanno chiaramente in questa direzione.
Il progetto punta innanzitutto a un ampliamento territoriale, coinvolgendo in modo strutturato anche i bacini di Monza Brianza e Lodi, così da intercettare nuovi fabbisogni occupazionali. Si prevede inoltre un aumento significativo dei partecipanti, con l’obiettivo di formare fino a 500 migranti, accompagnato da un incremento del numero dei corsi e dei colloqui di lavoro. Accanto a questo sviluppo quantitativo, si punta a rafforzarne la dimensione qualitativa, attraverso un ampliamento della rete di stakeholder, il coinvolgimento più strutturato dei Consolati e delle comunità migranti e la creazione di nuove sinergie con realtà capaci di generare inserimenti occupazionali rilevanti. Un elemento particolarmente innovativo, infine, è rappresentato dalla prospettiva di attivare percorsi formativi direttamente nei Paesi di origine, finalizzati a un ingresso programmato nel mercato del lavoro italiano che superi le attuali inefficienze dell’impianto normativo che basa l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro sulla presunta chiamata a distanza di un lavoratore da parte dell’Azienda affidata alla lotteria del click day.
Accanto ai risultati positivi, restano tuttavia sfide profonde che non possono essere ignorate.
La principale riguarda la valorizzazione delle competenze. Oggi, una quota significativa di lavoratori stranieri continua a svolgere mansioni che non corrispondono al proprio livello di istruzione o alla propria esperienza professionale. Questo fenomeno della sovra-istruzione non rappresenta solo una forma di ingiustizia sociale, ma anche uno spreco di capitale umano che il sistema economico non può permettersi.
A ciò si aggiungono le difficoltà legate al riconoscimento dei titoli di studio, alle barriere linguistiche e a un sistema normativo che spesso non facilita percorsi di crescita professionale e di reale integrazione. Il risultato è che molti lavoratori stranieri restano intrappolati in settori a bassa qualificazione, con scarse prospettive di carriera e condizioni lavorative più fragili, con un rischio che, in questo contesto, è evidente: se non si interviene in modo strutturale, anche i lavoratori stranieri più qualificati scelgono di lasciare l’Italia, replicando dinamiche già osservate tra i giovani italiani. Le motivazioni, del resto, sono le stesse: precarietà, mancanza di prospettive e ricerca di un riconoscimento professionale e sociale.
Ed è allora proprio su questo terreno che emerge con forza il ruolo che in prospettiva può giocare il sindacato: la sfida non è infatti soltanto occupazionale, ma riguarda la costruzione di un nuovo patto sociale, capace di riconoscere i cittadini stranieri come parte integrante della comunità e non come forza lavoro temporanea.
Questo implica però la necessità di intervenire su più livelli. Da un lato, è fondamentale promuovere una riforma delle politiche migratorie che renda più efficaci i canali di ingresso e favorisca l’emersione dal lavoro sommerso. Dall’altro, occorre garantire il pieno accesso ai diritti sociali e lavorativi, rafforzando al contempo le opportunità di partecipazione attiva alla vita sindacale e alla rappresentanza collettiva. In questa prospettiva, il sindacato non si limita quindi a difendere diritti già acquisiti, ma diventa invece un attore centrale nella costruzione di una società più inclusiva, capace di valorizzare il contributo di tutti.
INTEGRA dimostra che una strada è possibile. Dimostra che la carenza di manodopera e l’inverno demografico possono essere affrontati attraverso politiche intelligenti, integrate e condivise, capaci di mettere in relazione bisogni diversi e di generare valore per l’intero sistema. Allo stesso tempo, però, questa esperienza evidenzia anche i limiti di un approccio che, se non sostenuto da politiche strutturali, rischia di rimanere isolato.
La vera sfida, oggi, è trasformare queste buone pratiche in politiche pubbliche permanenti, capaci di incidere in modo sistemico sul mercato del lavoro e sulla società. Perché, come emerge chiaramente dall’esperienza sul campo, l’integrazione non è un costo. È una scelta strategica. Ed è, sempre di più, una condizione necessaria per il futuro del lavoro e del Paese.