Numerose sono stati negli ultimi sei anni gli interventi sull’Irpef e sul cuneo contributivo volti a diminuire la pressione tributaria sui contribuenti, in particolare sui lavoratori dipendenti a più basso reddito.
Ha iniziato il Governo Conte II nel 2020, modificando il bonus Renzi, portando il tetto della platea dei beneficiari da 26.600 a 40.000 euro. È intervenuto successivamente, 2022, il governo Draghi, riducendo le aliquote e gli scaglioni Irpef da cinque a quattro e tagliando di 2 punti i contributi sociali sulle retribuzioni fino a 35.000 euro. Il governo Meloni ha poi ridotto a tre le aliquote e gli scaglioni Irpef a partire dal 2024 ed ha tagliato nel 2023/24 di 7 e 6 punti il cuneo contributivo sulle retribuzioni rispettivamente fino a 25.000 e 35.000 euro.
Nel 2025 si è tornati alla contribuzione normale e il taglio del cuneo contributivo è stato sostituito da un diverso e minore prelievo fiscale con l’introduzione per i lavoratori dipendenti di un nuovo bonus fino a 20.000 euro e di un’ulteriore detrazione fino a 40.000 euro.
Tutti questi interventi hanno avuto un effetto positivo sulla riduzione della pressione fiscale in particolare sui redditi da lavoro dipendente. Le risorse messe in campo sono state notevoli, solo l’ultima manovra di sostituzione del taglio del cuneo con un minore prelievo Irpef ha richiesto un intervento di 18 miliardi di euro.
Nello stesso lasso di tempo in cui sono stati effettuati questi interventi sull’Irpef è riesplosa l’inflazione con effetti fortemente negativi sul potere di acquisto delle retribuzioni lorde cresciute meno dell’inflazione specie nel biennio 2022/23. Inflazione e interventi di riduzione della pressione fiscale si sono incrociati. I risultati complessivi possiamo vederli secondo due ottiche diverse, quella dell’ultimo Rapporto Inps e quella dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio.
Il Rapporto Inps ci dice che, mentre la retribuzione media lorda nel periodo 2019-24 ha perso sensibilmente valore in termini reali, la retribuzione media netta è grosso modo cresciuta come l’inflazione. Gli interventi in campo fiscale e contributivo hanno infatti salvaguardato il potere di acquisto delle retribuzioni nette.
L’Upb legge lo stesso risultato in un ottica diversa e ci dice che il fiscal drag, ossia l’effetto dell’inflazione sull’Irpef, ha di fatto annullato gli effetti positivi degli interventi fiscali operati dai Governi e che la pressione fiscale non è mutata.
Non sono visioni contrapposte, non ci raccontano una diversa verità. Se dagli interventi fiscali ci si aspettava una diminuzione della pressione fiscale questa non è avvenuta, ma gli interventi fiscali hanno permesso tuttavia la difesa del potere di acquisto delle retribuzioni nette. Inflazione e fiscal drag sono stati la causa della mancata diminuzione della pressione fiscale.
Sia il Rapporto Inps che l’Upb mettono in rilievo come gli effetti sopra descritti non siano stati uniformi per livello di retribuzione. Secondo l’Inps, nel periodo indicato, la tutela rispetto all’inflazione è stata pressoché totale per le retribuzioni nette inferiori alla retribuzione media, mentre è stata inferiore per quelle maggiori alla media. L’Upb rileva che gli interventi fiscali e contributivi del governo Meloni hanno compensato il drenaggio fiscale sulle retribuzioni fino a 35.000 euro, mentre per le retribuzioni di importo maggiore il drenaggio fiscale risulta superiore ai vantaggi derivanti dagli interventi fiscali.
Gli interventi fiscali e contributivi hanno quindi difeso le retribuzioni più basse dall’inflazione e dal fiscal drag garantendo la difesa del potere di acquisto, non lo hanno fatto nei confronti delle retribuzioni medio-alte sulle quali, nonostante la riduzione del numero degli scaglioni e delle aliquote, la pressione fiscale è cresciuta anche nell’ultimo soprattutto a causa del fiscal drag.
Si rende quindi necessario un intervento a favore dei redditi/retribuzioni medi che compensi questa situazione. In realtà sarebbe necessario un intervento più ampio di riforma complessiva dell’Irpef, capace di affrontare la diversità di tassazione tra le diverse tipologie di reddito, la numerosità delle aliquote marginali introdotte, il numero delle tax expenditures e via discorrendo, ma questo richiederebbe risorse oggi non disponibili.
Un intervento limitato alla luce delle possibilità di bilancio può essere quello di una riduzione dell’aliquota del secondo scaglione del 35% e un innalzamento del limite del secondo scaglione da 50.000 a 60.000 euro.
Le ragioni dell’intervento sono in parte quelle dette in precedenza, in parte stanno in altri numeri. L’aliquota del 43% applicata a partire da 50.000 euro è troppo alta. In Francia, per fare un esempio, da 29.000 a 83.000 euro l’aliquota è del 30%.
Chi osserva le statistiche sulle dichiarazioni dei redditi pubblicate dal Mef resta colpito da alcuni dati. Da queste statistiche, 2023 le ultime disponibili, risulta che i contribuenti sopra i 35.000 euro sono pari al 17,2% e versano il 63,8% dell’imposta netta.
L’intervento indicato andrebbe a favore dei contribuenti e dei lavoratori che meno sono stati tutelati dagli interventi precedenti e che più contribuiscono al finanziamento dello Stato e di un sistema di protezione sociale sempre più universalistico.
L’abbattimento di due punti dell’aliquota del 35%, questa è l’ipotesi fatta, comporterebbe un vantaggio fiscale che partirebbe da 20 euro all’inizio del secondo scaglione e crescerebbe fino a 440 euro per i redditi di 50.000 euro di imponibile.
Nel caso il limite dello scaglione non mutasse, il vantaggio di 440 euro verrebbe percepito anche da tutti i redditi più elevati, che comunque godrebbero della riduzione dell’aliquota per la parte del loro reddito che ricade nel secondo scaglione. Se invece il limite dello scaglione fosse portato a 60.000 euro il vantaggio fiscale crescerebbe e aumenterebbe progressivamente fino a 1.440 euro al termine dello scaglione e lo stesso vantaggio sarebbe percepito da tutti i redditi più elevati. Per la parte di reddito tra 50.000 e 60.000 euro il taglio di aliquota non sarebbe di due punti (da 35 a 33) ma di 10 punti (da 43 a 33), dato che attualmente ricade nel terzo scaglione con aliquota appunto del 43%.
Diminuzione dell’aliquota del 35% e innalzamento del limite del secondo scaglione rispondono certamente a esigenze di equità nel nostro sistema fiscale. I redditi medi sono stati pesantemente colpiti dal fiscal drag e come indicato sia dal Rapporto Inps che dall’Upb gli interventi fiscali dei vari Governi, compresi gli ultimi, non li hanno tutelati. Le statistiche delle dichiarazioni fiscali ne sottolineano poi il peso determinante nel finanziamento dello Stato.
Data la situazione dei conti pubblici e le nuove regole dell’Unione, c’è un problema di costi. Il taglio di due punti dell’aliquota dovrebbe richiedere 2,5 miliardi di euro. La spesa salirebbe a 4/4,5 mld con l’innalzamento del limite del secondo scaglione a 60.000 euro.
Questo secondo importo di spesa si può tuttavia contenere per rendere possibile l’intervento e/o per utilizzare le risorse risparmiate in altri ambiti più necessari.
Come detto il taglio delle aliquote e l’innalzamento dello scaglione produce un vantaggio fiscale di 1.440 euro non solo per chi sta al limite del secondo scaglione, ma anche per tutti i redditi di importo superiore, anche cioè per chi ha un reddito di 200.000/300.00/500.000 euro. Dare a questi redditi un vantaggio fiscale di 1.440 euro l’anno non ha molto senso da nessun punto di vista, sia economico che sociale. Sono contribuenti che non ne hanno bisogno e non avrebbe alcun effetto economico.
Il modo più semplice per evitarlo, riducendo così i costi dell’intervento, è quello di sdoppiare il terzo scaglione introducendo una nuova aliquota a partire dall’importo di reddito dal quale si vuole eliminare il vantaggio derivante dalla modifica del secondo scaglione e dal taglio dell’aliquota del 35%, con l’obiettivo non di aumentare la pressione fiscale su questi redditi, ma di lasciarla inalterata rispetto alla situazione attuale.
Il risparmio rispetto alla spesa prevista di 4/4,5 mld dipenderebbe naturalmente dall’importo dal quale verrebbe fatta partire il nuovo scaglione dal valore del reddito, cioè, dal quale si vorrebbe mantenere immutata la pressione fiscale.
L’obiettivo dell’intervento sarebbe quindi quello di concentrare le risorse sui redditi e sulle retribuzioni medie senza disperderle verso chi non ne ha affatto bisogno.
| Secondo scaglione a 60.000 euro | Secondo scaglione immutato a 50.000 euro | ||||
| Imponibile | Vantaggio con riduzione aliquota al 33% | Vantaggio con riduzione aliquota al 34% | Vantaggio con riduzione aliquota al 33% | Vantaggio con riduzione aliquota al 34% | |
| 28.000 | 0 | 0 | 0 | 0 | |
| 29.000 | 20 | 10 | 20 | 10 | |
| 30.000 | 40 | 20 | 40 | 20 | |
| 33.000 | 100 | 50 | 100 | 50 | |
| 35.000 | 140 | 70 | 140 | 70 | |
| 37.000 | 180 | 90 | 180 | 90 | |
| 40.000 | 240 | 120 | 240 | 120 | |
| 43.000 | 300 | 150 | 300 | 150 | |
| 45.000 | 340 | 170 | 340 | 170 | |
| 47.000 | 380 | 190 | 380 | 190 | |
| 50.000 | 440 | 220 | 440 | 220 | |
| 53.000 | 740 | 490 | 440 | 220 | |
| 55.000 | 940 | 670 | 440 | 220 | |
| 57.000 | 1.140 | 850 | 440 | 220 | |
| 60.000 | 1.440 | 1.120 | 440 | 220 | |
| 63.000 | 1.440 | 1.120 | 440 | 220 | |
| 65.000 | 1.440 | 1.120 | 440 | 220 | |