Il mercato del lavoro italiano si trova a condividere con molti altri Paesi occidentali la sfida dell’invecchiamento e delle sue conseguenze per la crescita economica, l’occupazione, la spesa pensionistica e di welfare, l’organizzazione della vita quotidiana.
Il ruolo degli immigrati come forza lavoro nel nostro Paese si inserisce in questo scenario, dove il tasso di fecondità, da molti anni ben al di sotto del livello di sostituzione e una elevata longevità determineranno un preoccupante aggravamento del rapporto tra popolazione in età attiva e popolazione in età inattiva e, in particolare, una forte incidenza della componente ultra65enne, che già oggi “pesa” per un quarto del totale ed è destinata a raggiungere un’incidenza del 30% nei prossimi dieci anni.
Il 31° Rapporto Ismu sulle migrazioni 2025[1] analizza, come ogni anno, diversi aspetti del fenomeno migratorio: l’andamento e le modalità degli ingressi in Italia, anche i rapporto a quanto avviene negli altri Paesi dell’Unione europea, le dimensioni culturali, sociali, economiche e le problematicità insite nei percorsi di inclusione, dedicando un approfondimento specifico al ruolo degli immigrati nel nostro mercato del lavoro,[2] su cui poniamo specifica attenzione in questo articolo.
Il report ci rappresenta uno scenario del mercato del lavoro italiano in cui l’indice di maturità degli occupati[3] è quasi raddoppiato tra il 2011 e il 2022, passando da circa un lavoratore senior ogni due giovani a un rapporto quasi paritario; dove, inoltre, considerando l’insieme delle attività economiche, l’età media degli occupati è di oltre 44 anni, senza dimenticare che, da ormai due decenni, la mobilità internazionale degli italiani produce un saldo negativo, pari complessivamente a oltre 820mila unità,[4] prevalentemente concentrate proprio nelle fasce d’età attiva: quella tra i 18 e i 39 anni.
La maggioranza degli esperti definisce una tale situazione come carenza strutturale di forza lavoro che, a sua volta, genera, e sempre più genererà in futuro, un fabbisogno “aggiuntivo” colmabile solo attraverso l’immigrazione.[5]
Anche un recente contributo di Banca d’Italia[6] rileva come la tenuta della popolazione in età lavorativa e dell’occupazione dipenda quasi interamente dagli immigrati.
Un ulteriore elemento di cui tener conto, per completare lo scenario, arriva dall’indagine Excelsior 2025 che segnala come delle oltre 5 milioni e 800mila assunzioni programmate, circa una su due sia giudicata di difficile reperimento. Per di più, la diffusione della scolarizzazione superiore (la quota di 25-34enni laureati è passata dal 7% degli anni Novanta a oltre il 30% del 2023) concorre ad aggravare le situazioni di mismatch in corrispondenza dei lavori manuali e a bassa qualificazione/retribuzione. Ciò si riflette in una sostenuta domanda di personale immigrato, ulteriormente ampliatasi col passaggio alla stagione post-pandemica. Riferendosi nuovamente alle previsioni monitorate attraverso il sistema Excelsior, sono 1.358.890 le assunzioni di immigrati programmate dalle imprese italiane, pari addirittura al 23,4% del totale; per di più, ben il 53,7% di tali assunzioni sono giudicate di difficile reperimento. Per quanto riguarda poi il settore dell’assistenza familiare, dove la domanda è in forte crescita proprio a causa delle caratteristiche della popolazione italiana, Assindatcolf & Idos[7] stimano, con riferimento al 2026, un fabbisogno di immigrati di 678mila unità (pari a quasi i due terzi del fabbisogno complessivo), destinate a divenire 692mila nel 2028, da impiegare nell’assistenza domiciliare degli anziani ultra65enni, nonché di oltre 706mila colf (pari a poco meno dei due terzi del totale), destinate a divenire 722mila nel 2028.
Considerando quindi tale situazione attuale, la peculiare composizione per età dell’immigrazione in Italia, più vantaggiosa rispetto alla situazione degli altri principali Paesi europei,[8] produce un “dividendo demografico positivo”, che sarebbe però destinato a esaurirsi in mancanza di forti afflussi dall’estero.
Attualmente, ben il 77,5% degli stranieri residenti rientra nell’età attiva convenzionalmente fissata tra i 15 e i 64 anni, contro appena il 61,9% degli italiani. Per di più, gli stranieri residenti sono concentrati nella fascia tra i 24 e i 57 anni e comunque decisamente sovrarappresentati nella fascia under18.[9]
Nel quadro di un sistema occupazionale chiamato a realizzare, nei prossimi anni, massicci processi di ricambio generazionale, gli immigrati portano dunque, innanzitutto, il vantaggio di una età media più giovane rispetto agli italiani, con implicazioni che riguardano il futuro – anche attraverso il contributo degli immigrati alla natalità – ma anche il presente, attraverso il “ringiovanimento” delle forze lavoro occupate.
Ben il 53,8% dei lavoratori dipendenti extra-UE iscritti alle gestioni pensionistiche dell’INPS ha meno di 40 anni; tra gli artigiani non comunitari, il 26,7% ha un’età inferiore a 40 anni (contro il 15,5% del totale), mentre solo il 19,6% ha più di 55 anni, rispetto a un dato nazionale pari al 43,4%.[10]
Per quanto riguarda la distribuzione settoriale degli occupati, l’incidenza della presenza degli stranieri risulta particolarmente elevata – grazie soprattutto al contributo della componente extra-UE – nel comparto dei servizi personali e collettivi (circa 3 occupati su 10), nell’agricoltura (circa 2 su 10), così come nel turismo e nelle costruzioni.
Inoltre, nonostante la tendenza degli immigrati a svolgere attività di lavoro autonomo e imprenditoriale, circa l’86% degli occupati stranieri (oltre 2,1 milioni), nel 2024, ha un contratto di lavoro dipendente, e solo il restante 14% (350mila) opera come lavoratore autonomo.
I dati appena presentati ci danno la fotografia della quantità di lavoratori immigrati presenti nel nostro mercato del lavoro e dei settori nei quali sono particolarmente attivi. Ma è altrettanto importante comprendere il dato dal punto di vista qualitativo e visualizzare le loro performance occupazionali e le criticità che restano ancora da affrontare.
Anche se a due anni dall’uscita dalla crisi sanitaria, l’Italia ha superato i livelli di attività pre-pandemici, con un costante ampliamento dell’occupazione e un parziale aumento dei salari reali, la dinamica salariale sconta la bassa crescita della produttività; in particolare, la ridotta crescita del Pil reale – tre-quattro volte inferiore a quella di Paesi come Germania, Francia e Spagna – limita le prospettive di benessere economico, ragione che molto probabilmente spiega, almeno in parte, i fenomeni di disaffezione verso il lavoro e la crescente selettività dei giovani in ingresso. È in questo contesto che si inseriscono i percorsi di inserimento degli immigrati, con una crescita trainata dall’espansione dei servizi ad alta intensità di lavoro e a bassa produttività, e la persistenza delle criticità che continuano a caratterizzare il rapporto tra immigrati e mercato del lavoro. Queste ultime riflettono per un verso alcune problematiche strutturali – come i bassi tassi di attività, la produttività stagnante e i differenziali territoriali – ma per l’altro trovano espressione nei divari tra le loro performance e quelle dei lavoratori di nazionalità italiana.
Ancora oggi, i lavoratori stranieri si confrontano, nel mercato del lavoro, con i gruppi sociali (giovani e persone a bassa scolarità) che esprimono in Italia livelli di partecipazione piuttosto bassi rispetto alle medie internazionali. Nel caso delle donne immigrate invece queste scontano un differenziale decisamente negativo con le stesse donne italiane nonostante la presenza di gruppi nazionali che esprimono tassi di attività particolarmente elevati (come quelli cinese e filippino).
In un mercato del lavoro che registra ancora forti ostacoli al raggiungimento della parità di genere, l’immigrazione, in particolare quella extra-UE, costituisce dunque un fattore di “arretramento” o, per meglio dire, qualcosa che è al tempo stesso causa e conseguenza della persistente penalizzazione femminile. Da un lato, infatti, i differenziali nei tassi di attività e occupazione fanno delle lavoratrici extra-europee (con alcune significative eccezioni, se si considerano le singole nazionalità) un caso paradigmatico di svantaggio intersezionale; tanto più quando vivono nelle regioni del Sud, dove le penalizzazioni collegate all’origine migratoria si sommano a quelle dovute a un territorio particolarmente “ostile” nei confronti delle donne lavoratrici. Dall’altro, le culture di genere all’interno di alcune comunità immigrate, offrono ampia legittimazione al fenomeno dell’inattività femminile e finiscono col renderla la condizione “normale” e prevalente anche nel contesto delle donne più giovani.
A quarant’anni dall’avvio della transizione migratoria, una criticità del rapporto tra immigrati e mercato del lavoro italiano continua ad essere rappresentata dalla loro segregazione professionale. A confermare tale fenomeno è anche un recente studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro,[11] che riferisce come addirittura l’80% degli immigrati sia concentrato nel “segmento secondario” del mercato del lavoro, caratterizzato da basse qualifiche, basse retribuzioni, bassa mobilità professionale. La segregazione si manifesta in due declinazioni: quella “verticale”, rappresentata dai livelli di inquadramento, e quella “orizzontale”, rappresentata dalla distribuzione per settori e figure professionali. Vediamo alcuni dati indicativi di questo fenomeno: è impiegato in “occupazioni elementari” il 7,6% degli occupati nati in Italia, rispetto al 26% dei nati all’estero; se si considerano gli impiegati, le incidenze corrispettive diventano invece del 4,7% e del 13,7%; la forbice si amplia ulteriormente se si considerano i profili manageriali e i professionals: solo 7,5% tra i nati all’estero, ma ben 21,5% tra i nati in Italia.
Se invece si guarda ai rapporti di lavoro attivati nel corso del 2024,[12] a guidare la classifica è l’Agricoltura (44,1% delle attivazioni che hanno interessato lavoratori stranieri) seguita, nell’ordine, da Costruzioni (35,8%), Industria in senso stretto (24,8%), Commercio e riparazioni (15,4%) e Altre attività nei Servizi (15,0%). Per quanto riguarda le qualifiche: a primeggiare decisamente, tra le nuove attivazioni, sono i braccianti agricoli, seguiti a distanza dagli addetti all’assistenza personale, camerieri e professioni assimilate, manovali e personale non qualificato dell’edilizia civile e professioni assimilate. Considerando anche il dato relativo alle attivazioni di rapporti di lavoro domestico, si conferma ancora oggi una dinamica delle nuove assunzioni che tende complessivamente a riprodurre gli ormai radicati fenomeni di etnicizzazione dei rapporti di impiego, a loro volta “responsabili” di una domanda di lavoro immigrato sostanzialmente in linea con il principio della complementarità.
Qualche debole segnale di cambiamento arriva dai dati della distribuzione dei 30.748 tirocini extracurriculari attivati nel 2024[13] che hanno interessato cittadini stranieri. Essa vede al vertice i commessi delle vendite al minuto, sia per i tirocinanti UE che per quelli extra-UE, dentro una classifica dalla quale traspare però una divaricazione tra gli immigrati con nazionalità europea (che troviamo ai primi posti come addetti alle funzioni di segreteria e agli affari generali e i progettisti di software, sebbene a fianco di camerieri, baristi e addetti ai servizi di pulizia) e quelli extra-UE (per i quali troviamo invece ai primi posti cuochi, personale non qualificato nei servizi di ristorazione e di pulizia, camerieri e addetti alla distribuzione dei cibi).
Questo “modello” di integrazione non può non influire anche sull’attrattività in senso lato dell’Italia, in particolare, della componente più istruita dei candidati all’immigrazione.
Dal punto di vista dell’inclusione economica, gli immigrati pagano lo scotto più alto di un sistema come il nostro, in cui i livelli salariali sono notoriamente poco competitivi, specie in rapporto al costo della vita in alcuni contesti territoriali. Ragione che rafforza la tendenza all’apertura di spazi occupazionali per gli immigrati quasi esclusivamente nei settori a bassa qualificazione e a bassa produttività. In generale quindi gli immigrati guadagnano mediamente ancora meno degli italiani, e soprattutto guadagnano mediamente (troppo) poco. I differenziali retributivi sono quasi interamente spiegati, oltre che dal minor numero di ore lavorate, dal tipo di lavoro e dal tipo di azienda e dunque rimandano a criticità strutturali quali la presenza di imprese a bassa produttività e capacità innovativa e la drammatica espansione del “cattivo lavoro”, uno dei motivi di abbandono di questi settori da parte dei lavoratori italiani. I dati dell’archivio INPS dei lavoratori dipendenti mostrano come nel 2024 la retribuzione media annua dei lavoratori non comunitari sia stata inferiore del 30,4% a quella del complesso dei lavoratori (17.015 euro versus 24.449 euro); un gap che si accentua per i dipendenti a tempo indeterminato (20.939 euro versus 29.567) e si riduce per quelli a tempo determinato, che peraltro hanno salari particolarmente bassi (10.060 euro rispetto ai 10.626 euro della generalità dei lavoratori). I risultati dello studio dell’OIL del 2025, che compara i salari orari mediani, mostrano che quello degli immigrati è del 26,3% inferiore rispetto a quello percepito dai nazionali; per di più, il divario si amplifica per le lavoratrici, penalizzate anche dal consueto gender pay gap.
È evidente che questi dati confermano la fragile condizione patrimoniale di molte famiglie immigrate che non hanno neanche accesso a forme di solidarietà intergenerazionale così preziose per molti nuclei italiani (la pensione dei nonni che aiuta figli e nipoti); non deve quindi stupire la forte incidenza di famiglie straniere in condizioni di povertà assoluta: 35,2% nei nuclei composti esclusivamente da stranieri, rispetto al 6,2% per le famiglie composte solamente da italiani.[14] Le conseguenze coinvolgono la vita quotidiana, le prospettive delle nuove generazioni e anche, la possibilità di pianificare spese e investimenti a lungo termine, come l’acquisto dell’abitazione.
La questione è stata attenzionata anche nell’ultima edizione del World Migration Outlook del 2025,[15] a partire dalla constatazione di come la segregazione occupazionale degli immigrati sia un fenomeno diffuso e persistente, in grado di spiegare in buona misura la stessa discriminazione retributiva. Le strade per affrontare il problema sono diverse: a partire dal riconoscimento delle credenziali formative, passaggio fondamentale per mitigare il fenomeno dell’overqualification, con possibili effetti anche sulla possibilità di attrarre dall’estero lavoratori ad alta qualificazione; ma è necessario percorrere anche tutte quelle iniziative che sostengono il mantenimento dell’occupabilità nel tempo, lo sviluppo professionale, l’inclusività in senso lato dei luoghi di lavoro, la costruzione di contesti migrant friendly, che richiede però il coinvolgimento di una rete di attori economici e istituzionali e una molteplicità di ambiti (incluso, in particolare, il tema degli alloggi).
Va riconosciuto però che in Italia molto si è fatto in tema di tutela dei diritti dei lavoratori immigrati all’interno della contrattazione collettiva, nella quale i bisogni specifici degli immigrati hanno progressivamente guadagnato un proprio spazio. Molti Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro prevedono specifiche attenzioni che rispondono a specifici bisogni espressi da questi lavoratori, per fare solo alcuni esempi possiamo ricordare la possibilità di cumulare ferie e di godere di permessi per consentire il ritorno temporaneo nei Paesi d’origine o accogliere i familiari ricongiunti; l’estensione dei permessi retribuiti per il diritto allo studio così da permettere la frequenza di corsi di lingua italiana; l’erogazione di percorsi formativi mirati per i lavoratori stranieri; il riconoscimento ai lavoratori di culto diverso da quello cattolico la possibilità di sostituire le festività nazionali con quelle della propria religione o di usufruire di permessi non retribuiti per celebrarle. Attraverso queste e altre disposizioni, il sistema delle relazioni industriali sta dunque concorrendo ad affermare una concezione dell’integrazione che, oltre a essere un obiettivo in sé, costituisce una condizione indispensabile alla coesione sociale e allo sviluppo del sistema produttivo nazionale. Nonostante il lavoro continui ad essere per gli immigrati un contesto gerarchico etnicizzato, rappresenta anche il luogo in cui si costruiscono percorsi di inclusione e approcci interculturali e in cui si pratica la convivenza interetnica, generando un impatto sulla coesione sociale e sulla qualità della democrazia.
[1]Fondazione Ismu Ets 82026), 31° Rapporto sulle migrazioni 2025,
https://www.ismu.org/wp-content/uploads/2026/02/31_Rapporto-ISMU_2025_Web.pdf
[2]Zanfrini L. (2026), Il lavoro, in Fondazione Ismu Ets (2026), 31° Rapporto sulle migrazioni 2025, cap. 4, pp.57-70.
[3]Ossia il rapporto tra gli addetti di 55 anni e oltre e quelli con meno di 35.
[4]Come differenza tra 1,7 milioni di espatri e 864mila rimpatri.
[5]Galli G., Geraci N., Scinetti F. (2025), Di quanti immigrati ha bisogno l’Italia? Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani – Università Cattolica di Milano. Milano.
https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-di-quanti-migranti-ha-bisogno-l-italia (Università Cattolica del Sacro Cuore)
[6]Basso G., Gentili E., Lattanzio S., & Roma, G. (2025, aprile), Flussi e politiche migratorie in Italia e in altri paesi europei (Banca d’Italia – Questioni di Economia e Finanza, n. 923) Banca d’Italia.
https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni
[7]Assindatcolf & IDOS (a cura di) (2025), Stima del fabbisogno aggiuntivo di manodopera nel comparto domestico in Italia per il triennio 2026-2028, (3° Paper Rapporto 2025).
https://www.ilo.org/sites/default/files/2025-07/20250616_programma_assindatcolf.pdf
[8]Basso et al. (2025), op. cit.
[9]Tenendo conto che molti bambini e ragazzi di origine immigrata hanno già acquisito la cittadinanza italiana.
[10]Va detto che i dati riguardo la posizione lavorativa degli immigrati sono spesso sottostimati, in conseguenza del consistente numero di naturalizzazioni avvenute nel corso degli anni.
[11]OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) (2025), Rapporto mondiale sui salari 2024-25. Le tendenze dei salari e delle disuguaglianze salariali in Italia e nel mondo.
https://www.ilo.org/sites/default/files/2025-03/rapporto_mondiale_sui_salari_2024_nota_italia.pdf
[12]Eurostat (2024), Employed persons by migration status, occupation and educational attainment level.
(https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/lfsa_egaisedm__custom_18746557/default/table).
[13] Ibidem.
[14]ISTAT, (2025, 14 ottobre), Stabile la povertà assoluta. Statistiche Report. https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/10/La-poverta-in-italia-_-Anno-2024.pdf
[15]OECD (2025), International Migration Outlook 2025. OECD Publishing. https://www.oecd.org/en/publications/international-migration-outlook-2025_ae26c893-en/full-report.html