Ci sono personalità che appartengono al loro tempo. E altre che riescono ad andare molto oltre.

Perché lasciano un metodo, uno stile, un’idea delle istituzioni e del servizio pubblico che continua a interrogare ciascuno di noi.

Tina Anselmi appartiene certamente a questa seconda categoria.

Giovane partigiana, sindacalista della CISL, prima donna chiamata a guidare un Ministero, quello del Lavoro, poi Ministra della Sanità, protagonista della nascita del Servizio sanitario nazionale.

Quindi Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2.

Quello che continua a colpire è soprattutto la coerenza con cui Anselmi ha attraversato tutte queste stagioni così diverse della sua vita. Cambiavano le responsabilità, cambiavano i contesti, cambiavano perfino le emergenze che il Paese si trovava ad affrontare.

Ma non cambiava mai il modo con cui lei interpretava il proprio ruolo. Non cercava il consenso facile.

Non rincorreva le mode politiche del momento. Non utilizzava le istituzioni per affermare sé stessa.

Al contrario: considerava ogni incarico una responsabilità verso gli altri.

Io credo che sia proprio questa la ragione per cui Tina Anselmi continua ad apparirci così moderna.

La scelta di non restare spettatrice 

Per comprenderla davvero, però, bisogna tornare ancora prima della parlamentare e della Ministra.

Bisogna riandare a quella ragazza, poco più che adolescente, che vede i trentuno giovani impiccati agli alberi di Bassano del Grappa e decide che non si può rimanere spettatori della Storia.

A quella ragazza che da quel momento sceglie la Resistenza, diventa staffetta partigiana con il nome di “Gabriella” e percorre chilometri in bicicletta, portando messaggi, documenti, speranze.

Quell’esperienza diventerà il fondamento del suo modo di intendere la libertà e la democrazia.

Lo dirà molti anni dopo, con parole che conservano una straordinaria forza anche oggi, quando definirà la democrazia “un bene delicato, fragile, deperibile”, che vive soltanto se ciascuno si assume la propria parte di responsabilità.

È un’idea profondamente esigente della democrazia. Perché non si limita al momento del voto. Ma chiama ogni cittadino, ogni istituzione, ogni corpo sociale a fare la propria parte.

Le radici sindacali 

Ed è proprio dentro questa visione che nasce anche il suo incontro con la CISL. Prima ancora della politica, infatti, per lei arriva il sindacato.

Arrivano le filande, le scuole, le lavoratrici tessili, le maestre. Arriva l’incontro con donne che conoscevano la fatica molto prima dei diritti. Donne che lavoravano per ore nell’acqua bollente per trovare e unire i capi dei fili, consumando le proprie mani, ricevendo salari inferiori rispetto agli uomini e avendo minori possibilità di formazione e di crescita.

Quando Tina Anselmi racconterà quegli anni, lo farà con parole che colpiscono per la loro semplicità:

“Mi sono portata dietro quell’esperienza”. È una frase apparentemente normale. In realtà spiega tutta la sua vicenda pubblica.

Perché Tina Anselmi non ha mai separato le istituzioni dalla vita concreta delle persone.

Non ha mai pensato che governare il lavoro significasse occuparsi soltanto di statistiche, norme o procedure amministrative. Prima di arrivare al Ministero, aveva conosciuto il lavoro vero. Aveva ascoltato le persone. Aveva contrattato. Aveva visto da vicino le disuguaglianze e imparato che dietro ogni norma ci sono volti, famiglie, condizioni di vita.

Il Ministero come responsabilità 

Per questo, quando nel luglio del 1976 diventa la prima donna Ministra della Repubblica italiana, non interpreta quell’incarico come un primato personale. Lo vive come un’assunzione di responsabilità. È qui uno degli insegnamenti più importanti che ci lascia.

Insieme al modo essenziale con cui interpretava il proprio ruolo. Tina Anselmi non è una Ministra ideologica. È una Ministra della composizione.

Non usa il Ministero del Lavoro per contrapporre il lavoro all’impresa, né l’impresa al lavoro. Sa che il conflitto sociale esiste.

Ma sa anche che il compito delle istituzioni e delle relazioni industriali non consiste nell’alimentarlo.

Consiste nel governarlo, nel ricondurlo entro regole condivise, nel trasformarlo in accordi, tutele, crescita comune.

Basta ripercorrere i primi mesi del suo mandato per rendersene conto. Dovette affrontare vertenze difficili: dai braccianti agricoli ai lavoratori del commercio, dal trasporto aereo ai grandi dossier dell’occupazione giovanile e femminile.

In ogni occasione scelse la stessa strada: ascoltare tutte le parti, ricercare una mediazione seria, non rinunciare mai alla responsabilità della decisione. Non era la ricerca del compromesso a ogni costo.

Era la convinzione che il dialogo sociale rappresentasse la via più solida per produrre risultati duraturi.

Una cultura che sentiamo nostra 

È una cultura che sentiamo pienamente nostra. È la cultura della CISL.

La convinzione che il lavoro si difende meglio quando il confronto produce soluzioni. Quando la contrattazione costruisce equilibrio tra interessi diversi.

Quando l’autonomia delle parti sociali viene riconosciuta come una risorsa della democrazia e non come un ostacolo.

Anche per questo, durante la sua esperienza al Ministero del Lavoro, Tina Anselmi sceglie di investire con decisione sulla qualità delle relazioni industriali, sul rafforzamento della contrattazione, sulla formazione professionale, sulla qualificazione del lavoro, sulle politiche attive.

Non considera mai questi temi separatamente. Li vede come parti di un unico disegno.

Parità, formazione, sviluppo 

La parità tra donne e uomini nel lavoro, sancita dalla legge del 1977, non nasce infatti come una misura isolata.

Nasce dentro un’idea più ampia di sviluppo, nella quale crescita economica e giustizia sociale non sono obiettivi alternativi, ma condizioni che devono procedere insieme.

Non è un caso che, nello stesso periodo, promuova la Conferenza nazionale sull’occupazione femminile, mettendo al centro un tema allora quasi assente dal dibattito pubblico: il legame tra partecipazione delle donne al lavoro, qualità dello sviluppo e modernizzazione del Paese.

Aveva compreso che un’economia che lascia indietro metà delle proprie energie umane non è soltanto più ingiusta. È anche più debole e meno competitiva.

Allo stesso modo, il rafforzamento della formazione professionale non rappresentava semplicemente una politica del lavoro.

Era il riconoscimento che la dignità della persona passa anche attraverso la possibilità di accrescere le proprie competenze, migliorare la propria condizione, partecipare ai cambiamenti senza subirli.

Sono tutti temi di assoluta attualità.

Anselmi aveva compreso con molti anni di anticipo una verità che continua ad accompagnarci: il lavoro non è soltanto una fonte di reddito.

È il luogo nel quale si costruiscono autonomia, cittadinanza, libertà, partecipazione.

Per questo motivo il Ministero del Lavoro, nella sua visione, non era soltanto un dicastero chiamato ad amministrare norme. Era uno dei luoghi nei quali prendeva forma concreta la promessa costituzionale della Repubblica.

Il lavoro nelle grandi trasformazioni

È proprio qui che il suo insegnamento parla con particolare forza al tempo che stiamo vivendo.

Perché oggi il lavoro attraversa una stagione di trasformazioni profonde. Cambiano le tecnologie e le competenze richieste. Cambiano i modelli organizzativi e i confini tradizionali dell’impresa.

Di fronte a questi cambiamenti, e alla rivoluzione prodotta dall’intelligenza artificiale, rimane però immutata una questione di fondo: come fare in modo che l’innovazione produca più dignità e non nuove disuguaglianze? Come evitare che la competizione e l’innovazione si scarichino sulla parte più debole del rapporto di lavoro?

Credo che Tina Anselmi ci inviterebbe a partire da un punto molto semplice: non esiste qualità dello sviluppo senza qualità del lavoro. E la qualità del lavoro non nasce mai spontaneamente. Va costruita attraverso regole, contrattazione, partecipazione, formazione, responsabilità condivisa.

Contratti giusti e rappresentanza vera 

È anche per questo che considero importante ciò che è avvenuto nelle ultime settimane.

Da una parte, il Decreto Primo Maggio ha compiuto un passo significativo, individuando come riferimento per la dignità salariale i contratti collettivi rappresentativi. Non è un dettaglio tecnico. È il riconoscimento di un principio che la CISL sostiene da sempre: non tutti i contratti hanno lo stesso valore, perché la qualità della tutela dipende anche dalla qualità della rappresentanza che li costruisce.

È un principio che va sviluppato fino in fondo. Perché significa affermare che il denaro pubblico non può sostenere modelli fondati sul dumping, sulla compressione dei diritti dei lavoratori.

Le risorse pubbliche devono accompagnare chi investe nella buona occupazione, nella qualità del lavoro, nella sicurezza e nella buona contrattazione.

La piattaforma unitaria 

Dall’altra parte, CGIL, CISL e UIL hanno scelto di presentarsi insieme con una piattaforma unitaria per un nuovo accordo sulle relazioni industriali, sulla rappresentanza, sulla contrattazione, sulla formazione, sulla salute e sicurezza, sulla partecipazione.

È un fatto che merita di essere sottolineato.

Perché riafferma il protagonismo delle parti sociali nel momento in cui il mondo del lavoro è attraversato da trasformazioni profondissime.

E perché dimostra che, sulle questioni decisive per il futuro dell’occupazione, il sindacato confederale sa ritrovare una responsabilità comune, mettendo al centro le persone che rappresenta.

La piattaforma riafferma un principio che appartiene alla cultura della CISL: le grandi questioni del lavoro non si risolvono sostituendo la politica alla contrattazione, ma rafforzando la capacità delle parti sociali di assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie scelte.

È questa, in fondo, la lezione che Tina Anselmi ci consegna. La politica deve creare le condizioni, riconoscere il valore dell’autonomia collettiva, sostenere i processi negoziali.

Ma sono le relazioni industriali mature, credibili e rappresentative che danno concretezza ai princìpi costituzionali.

Dal salario giusto al contratto giusto 

L’articolo 36 della Costituzione continua a indicarci una direzione molto chiara: una retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare una vita libera e dignitosa. Quella promessa costituzionale, però, non può essere ridotta a una soglia numerica stabilita una volta per tutte. Prende forma dentro contratti collettivi autorevoli, capaci di tenere insieme salario, professionalità, formazione, diritti, sicurezza, welfare, organizzazione del lavoro.

Per questo continuiamo a sostenere che il salario giusto vive sempre dentro un contratto giusto. Perché un buon contratto non distribuisce soltanto la retribuzione. Costruisce percorsi professionali.

Valorizza le competenze. Accompagna le trasformazioni tecnologiche. Tutela la salute. Rende più forte la partecipazione delle persone alla vita dell’impresa.

Anselmi e Tarantelli

Il pensiero di Tina Anselmi incontra qui quello di Ezio Tarantelli. Entrambi, pur con esperienze diverse, capivano che la qualità delle relazioni industriali rappresenta una risorsa decisiva non soltanto per il lavoro, ma per la democrazia stessa.

Entrambi rifiutavano l’idea che il conflitto fosse destinato a rimanere l’unico linguaggio possibile tra interessi diversi. E cercavano, invece, un punto di equilibrio più alto, nel quale crescita economica, giustizia sociale e responsabilità collettiva potessero rafforzarsi reciprocamente. È una lezione che oggi resta di straordinaria attualità.

Viviamo una stagione in cui sarebbe facile rifugiarsi nella contrapposizione permanente. Nell’illusione che ogni problema possa essere risolto individuando ogni volta un avversario da battere. La strada che noi indichiamo è diversa. È più difficile, perché richiede pazienza, competenza, autonomia, capacità negoziale. Ma è anche l’unica che produce risultati veri e duraturi.

La corresponsabilità come metodo

Per questo continuiamo a parlare di corresponsabilità. Non come una formula astratta. Non come un invito generico alla moderazione. Ma come il riconoscimento che nessuno, da solo, è in grado di governare trasformazioni così profonde.

La corresponsabilità significa che ciascuno è chiamato a fare la propria parte. Le istituzioni, creando condizioni favorevoli allo sviluppo e alla buona occupazione; le imprese, investendo in innovazione, qualità del lavoro, sicurezza e formazione; il sindacato, continuando a rappresentare il lavoro con autonomia, competenza e spirito riformatore.

È dentro questa visione che acquista pieno significato anche la proposta di un nuovo Patto sociale che la CISL ha avanzato da tempo e che continua a sostenere con forza.

Non un appuntamento occasionale convocato quando esplode un’emergenza.

Ma una sede stabile di confronto tra Governo e Parti sociali per affrontare insieme le grandi questioni che riguardano il futuro del Paese:

  • la crescita della produttività;
  • la redistribuzione dei suoi benefici;
  • la formazione permanente;
  • la partecipazione dei lavoratori;
  • la sicurezza;
  • le politiche industriali;
  • la qualità dell’occupazione;
  • la sostenibilità delle trasformazioni tecnologiche e demografiche.

Un’eredità da praticare 

In fondo, è esattamente il metodo che Anselmi ha praticato per tutta la vita. Un metodo che non cercava scorciatoie. Che non alimentava contrapposizioni ideologiche e non inseguiva il consenso immediato. Ma costruiva pazientemente punti di equilibrio più avanzati nell’interesse generale.

Allora credo che, cinquant’anni dopo la sua nomina al Ministero del Lavoro e a dieci anni dalla sua scomparsa, il modo migliore per ricordare Tina Anselmi sia non limitarci a celebrarne la memoria.

Dobbiamo continuare a praticare il suo modo di intendere il servizio pubblico, il lavoro e la democrazia. Perché lei ci ha insegnato che le istituzioni acquistano autorevolezza quando sanno ascoltare. Che il sindacato è tanto più forte quanto più è capace di proporre, oltre che di rivendicare.

E che il lavoro rimane il luogo nel quale si misura, ogni giorno, la qualità della nostra convivenza democratica. È un’eredità preziosa. Un’eredità che interpella tutti noi.

E che chiede di essere raccolta innanzitutto con la responsabilità delle scelte che sapremo compiere, insieme, per il futuro del lavoro e del Paese.