Buon giorno a tutti,
vi ringrazio per avermi invitato a partecipare a questo incontro e di avermi dato l’occasione di riprendere alcune teorie ed alcuni strumenti sui quali stava lavorando mio padre nell’ultimo periodo della sua vita e nella cui efficacia ed opportunità credeva fermamente.
Dalle sue parole:[1]
“Poiché ora ci occupiamo del futuro premetto che la ripresa di tale confronto mi appare molto importante: parlo sotto il profilo dell’opportunità, perché le condizioni poi non debbono essere definite dall’economista, ma scaturiscono dalla volontà e dagli atteggiamenti delle stesse forze sociali.
L’economista invece deve puntare il dito sulla malattia e poi indicare una terapia: a me pare che il quadro clinico sia caratterizzato ancora dall’inflazione, ma soprattutto da un forte problema di disoccupazione. Ciò, in primo luogo, perché il parziale rientro dei livelli inflazionistici è stato ottenuto attraverso politiche monetarie di tipo restrittivo che hanno penalizzato gli investimenti e, in ultima analisi, ancor più l’occupazione.”
Nel modello neocorporativo che proponeva mio padre potevano essere individuati tre grandi attori sociali, lo Stato, il sindacato e le imprese. Il confronto diretto tra le parti sociali era il metodo ed il fulcro nella determinazione delle relazioni industriali e questo consentiva sia alle parti sociali che allo stato (che interveniva sia come imprenditore sia a livello di scambio politico[2]) di acquistare peso, rilevanza e di essere credibili.
L’obiettivo di mio padre era il rientro dell’inflazione senza costi in termini di disoccupazione e senza le lacerazioni sul piano politico sociale ed aveva individuato tre dimensioni necessarie a tal fine:
La prima dimensione potremmo definirla la “neo-cooptazione” del sindacato ed il suo poter scegliere liberamente di essere “neo-cooptato”.
Neo-cooptazione è un termine che oggi suona strano, suonava strano anche in quegli anni, e secondo me anche lui lo usava in modo provocatorio.[3]
Secondo mio padre il sindacato doveva essere centralizzato, doveva poter contrattare a livello di industria ed a livello nazionale per poter avere l’affidabilità dell’annuncio, e doveva essere autonomo nelle scelte politiche ed essere libero di poter scambiare incrementi di salario monetario più moderati (anche se non costosi in termini di salario reale) con riforme sul piano politico istituzionale.
Mentre la neo-cooptazione delle parti sociali è più di carattere politico la seconda dimensione del modello era la contrattazione centralizzata.
Questa dimensione istituzionale consentiva allo strumento della predeterminazione dell’inflazione con scambio politico (la concertazione) di evitare i costi della disoccupazione e le lacerazioni politiche.
La terza dimensione, che secondo mio padre era stata piuttosto dimenticata nella letteratura sul neocorporativismo, era l’insieme di sistemi giurisprudenziali e legali di soluzione delle dispute di lavoro e di soluzione del conflitto.
La sua proposta era articolata, considerava l’assetto istituzionale negli anni Ottanta nei suoi aspetti fondamentali ma era a suo modo rivoluzionaria.
Utilizzando le sue parole:
Doveva esserci “La contrattazione centralizzata” con il Governo “da un lato, e quella aziendale dall’altro. In quest’ultima (la contrattazione aziendale ndr) trovano spazio il ruolo dei premi di produttività, delle gerarchie, delle divisioni del lavoro in fabbrica ed in azienda, degli investimenti, della qualità della vita, fino alla cogestione (delle imprese ndr) come progetto possibile, mentre nella prima, quella centralizzata a Palazzo Chigi, si realizza la contrattazione sul salario monetario per settore, la fissazione dei tetti di inflazione, l’accordo tra la politica fiscale e la politica monetaria, le riforme, quindi lo scambio politico.”
“Dopo aver elencato[4] le tre dimensioni centrali del modello neo-corporativo, la neo-cooptazione del sindacato, la centralizzazione, la neo-regolazione del conflitto industriale, ho accennato alle difficoltà che questo modello incontra, da un lato sul piano della democrazia nella società politica, cioè l’esautorazione del parlamento e dall’altro sul piano della democrazia nella società civile, cioè l’esautorazione dei consigli di fabbrica.
Ho detto che esistono strumenti attraverso i quali queste due esautorazioni possono essere risolte, seppure nella difficile situazione di un sistema decomposto di relazioni industriali.
Ho anche sottolineato la responsabilità degli economisti per aver costruito modelli che indicano il rientro dell’inflazione, con politiche dei redditi, in assenza di un sindacato, trascurando così fondamentali condizioni istituzionali e sociopolitiche.”
La citazione che ho riportato, tratta dall’articolo “Costo del lavoro, mobilità e inflazione. Quali prospettive per un rilancio dell’occupazione?”[5] rappresenta bene l’idea di mio padre che diede origine alla teoria della concertazione.
In questa citazione si evidenzia anche la sensibilità di mio padre riguardo all’influenza che hanno i modelli degli economisti nel disegnare la realtà economica e politica, la sua sensibilità ed il suo rispetto dei ruoli istituzionali.
Riguardo alla possibile esautorazione dei consigli di fabbrica nel modello neocorporativo questi erano esclusi solamente dalla contrattazione centralizzata, a cui partecipavano tramite i loro rappresentanti del sindacato centrale, mentre erano pienamente protagonisti della contrattazione aziendale che determinava punti importanti della contrattazione e della vita lavorativa.
Mio padre stesso si era posto il problema della possibile esautorazione del parlamento ed aveva ideato degli strumenti che gli consentivano di guidare l’operato del governo imponendogli dei limiti precisi e delle direzioni politiche da attuare nella concertazione con le parti sociali[6].
A tal fine, senza entrare nell’analisi degli aspetti giuridici, propose una delega parlamentare simile ad un contratto quadro tra il parlamento ed il governo.
Dalle sue parole:
“Il Parlamento, al momento di varare la legge finanziaria e di bilancio, dovrebbe prevedere un «intervallo di confidenza» uno spazio all’interno del quale il governo potrebbe essere autorizzato a portare denaro pubblico sul tavolo della trattativa per ottenere determinati obiettivi.
Il sistema potrebbe valere per più aspetti, ad esempio non solo per la spesa, ma anche per le entrate fiscali, e dovrebbe essere tale da garantire spazi di flessibilità ma con limiti categorici, nel senso di proibire tassativamente l’oscillazione al di là dei tetti fissati.”
Con questi strumenti il parlamento avrebbe mantenuto la sua autorità e le sue prerogative dettando gli obiettivi ed i limiti entro cui il governo poteva operare all’interno della concertazione con le parti sociali.
Il modello neocorporativo proposto da mio padre, quindi, non intaccava i ruoli istituzionali e le loro prerogative ma cambiava solamente il metodo di “contrattazione” politica che, grazie allo strumento dello scambio politico (che sarà successivamente definito concertazione) poteva essere diretto e aperto.
Ognuno, parlamento compreso, poteva farsi espressione degli interessi di parte che rappresentava e lo strumento della concertazione consentiva a ciascuna arena politica di contribuire all’analisi dei problemi, alla loro sintesi politica ed alla risoluzione dei problemi.
I corpi intermedi potevano esprimersi pienamente e giocare alla pari con i grandi attori economici all’interno di un gioco cooperativo che nel complesso tutelava gli interessi generali.
In alcune interviste mio padre, con il suo fare un po’ provocatorio, entrò nel merito della polemica dell’epoca evidenziando che anche le istituzioni ritenute super partes, come il parlamento, sono nei fatti portatori di interessi particolari di lobbies.
Riportò anche degli esempi storici in cui evidenziava che alcuni interventi considerati ex post super partes, come la presa della Bastiglia nella rivoluzione francese, erano stati portati avanti da classi di cittadini che hanno poi contribuito alla definizione di criteri e principi generali utili per la collettività.
L’approccio schietto e non retorico che proponeva mio padre rimandava ogni interlocutore alla rappresentazione degli interessi particolari di cui erano portavoce all’interno di un contesto plurale, realmente democratico, che doveva trovare la sintesi delle varie istanze nell’interesse collettivo. In questo approccio tutti, in primis i corpi intermedi, erano protagonisti e partecipavano direttamente alla sintesi delle istanze politiche costruendo nei fatti una forma di democrazia economica aperta e con un forte e diretto controllo popolare.
Questa forma di democrazia popolare si esprimeva sia a livello centrale con la contrattazione nazionale che, ancor più, a livello decentrato e riusciva a conciliare le richieste di decentramento contrattuale della base sindacale e dei piccoli industriali con la necessità di una politica dei redditi che tenga conto della regolazione dell’economia.
Riprendendo le parole di mio padre:[7]
“Da un lato c’è la necessità di dare più autonomia e forza ai consigli di fabbrica. Questi consigli devono poter contrattare in piena autonomia la struttura salariale al livello di fabbrica e di azienda, le gerarchie, la divisione e organizzazione del lavoro, gli investimenti ed i licenziamenti.
Il sindacato istituzionale centrale non deve d’altra parte perdere il suo ruolo macroeconomico.
Questo implica necessariamente un’azione di contrattazione centralizzata di scambio politico con le parti sociali, anch’esse altamente centralizzate, dal governo alla Confindustria. L’obiettivo della contrattazione centralizzata non deve in alcun modo diminuire il ruolo dei consigli di fabbrica come ho detto. Essa deve anzi costituire le condizioni di rilancio dell’occupazione senza le quali qualsiasi consiglio di fabbrica è indebolito nei confronti della controparte padronale.”
Il mondo del lavoro degli anni Ottanta a cui si riferiva mio padre era molto diverso da quello di oggi, lui ne aveva individuato le direttrici che ne hanno determinato la forma attuale intuendo lo sgretolamento progressivo della distinzione storica fra lavoro dipendente e lavoro indipendente, l’importanza e l’utilità di alcuni strumenti come il part-time, la necessità di una riorganizzazione degli uffici di collocamento e dei sussidi di disoccupazione.
Mio padre ne vedeva l’utilità e l’importanza ma sottolineava che “nessun rilancio dell’occupazione può essere da solo affidato a questi strumenti”.
Detto con le sue parole:
“Il rilancio dell’occupazione ha come condizione una politica dei redditi centralizzata che non subisca, anzi esalti il ruolo proprio della contrattazione aziendale, la cui area di competenza definito all’inizio. Questo è quello che chiamo un modello di neocorporativismo decentrato cioè di decentramento aziendale che coesiste con un livello centralizzato non solo della politica del sistema monetario, ma con lo scambio politico su voci importanti come quella dell’evasione fiscale.”
Oggi questa centralizzazione, soprattutto della politica del sistema monetario è molto più difficile in quanto questa è centralizzata a livello europeo e non più nazionale. Lo scambio politico possibile è quindi limitato alle variabili politico economiche rimaste disponibili mentre la contrattazione decentrata ha avuto fortunatamente un notevole sviluppo.
Oggi, come emerge dal VII rapporto OCSEL «la contrattazione decentrata è diventata uno degli strumenti principali per governare le trasformazioni del lavoro e sostenere la crescita del Paese».[8] Tramite la contrattazione decentrata sono spesso gestite, oltre le situazioni di emergenza e di crisi, anche molti strumenti per governare i cambiamenti del mondo del lavoro e per incentivare le innovazioni organizzative, di partecipazione e di miglioramento della qualità del lavoro.
Nei limiti dei vincoli europei si può puntare ad una contrattazione secondaria di qualità cercando di integrare sempre più i diversi livelli della contrattazione, rappresentare la maggioranza dei lavoratori e garantire i livelli retributivi e le condizioni lavorative nel loro complesso.
Il livello superiore di contrattazione a cui pensava mio padre tra gli attori fondamentali dello stato, sindacato e imprese non è più attuabile, purtroppo, in questo contesto istituzionale.
Non può essere sostituita da una legislazione imposta dall’alto che, anche qualora imponga degli strumenti utili ed idealmente favorevoli ai lavoratori non riesca ad articolare lo scambio politico tra le parti sociali né a costruire un accordo vincolante tra le parti sociali.
Oggi occorre disegnare un sistema di relazioni industriali cooperativo tra i vari attori protagonisti che cerchi di coinvolgere le parti sociali (Stato, sindacato e sistema produttivo) a tutti i livelli attuabile nel contesto istituzionale vigente.
Per poter riproporre un sistema di contrattazione e scambio politico centralizzato come immaginava mio padre occorre rilanciare anche la sua proposta di un sindacato europeo che possa contrattare uno scambio politico anche con la banca centrale europea che determina le politiche monetarie per l’intera comunità.
Tanti strumenti potrebbero essere ripresi dalle sue teorie, uno tra tanti lo “scudo dei disoccupati”.
A vent’anni dalla costruzione della comunità europea si potrebbe prendere l’occasione per riflettere su come trasformare questa Europa in una Europa sociale fondata sul lavoro nella quale si possa realizzare, per tutti i paesi che ne fanno parte, il gioco cooperativo, lo scambio politico e la democrazia economica che mio padre immaginava e che ci ha lasciato nei suoi ultimi articoli come “l’Europa del primo maggio”[9] e l’articolo uscito postumo “I dieci comandamenti per salvare l’Europa”.[10]
[1] https://eticaeconomia.it/il-neocorporativismo-decentrato/
[2] “Costo del lavoro, mobilità e inflazione: quali prospettive per un rilancio dell’occupazione?” da “La forza delle idee” Pag. 586-587.
[3]Riprendendo le sue parole: “il sindacato deve essere, diciamo, neo-cooptato, deve cioè poter scegliere liberamente di esserlo – questo è il senso della neo-cooptazione – all’interno della macchina politica ed economica del governo. Ciò in altri termini significa che c’è un sindacato che sceglie di poter scambiare l’incremento di salario monetario più moderato, anche se non costosi in termini di salario reale, in cambio di riforme sul piano politico istituzionale. In secondo luogo, deve essere un sindacato centralizzato, un sindacato cioè che contratta al livello di industria, se non anche a livello nazionale come il sindacato austriaco che lo fa per pochi grandi settori. Soltanto un sindacato di questo tipo può avere l’affidabilità dell’annuncio; il sindacato autonomo parla soltanto per sé.” Dall’articolo “Costo del lavoro, mobilità e inflazione: quali prospettive per un rilancio dell’occupazione?” ne “La forza delle idee” pag. 586.
[4] Sempre dall’articolo “Costo del lavoro, mobilità e inflazione: quali prospettive per un rilancio dell’occupazione?” ne “La forza delle idee” pag. 589.
[5] Edito da “Studi e informazioni della Banca Toscana” n.1, 1985 e riportato nel libro “La forza delle Idee” da pag 582.
[6]“Premetto che non voglio entrare nell’aspetto strettamente giuridico della questione, ma credo che una soluzione potrebbe essere prefigurata in questi termini: il Parlamento, al momento di varare la legge finanziaria e di bilancio, dovrebbe prevedere un «intervallo di confidenza» uno spazio all’interno del quale il governo potrebbe essere autorizzato a portare denaro pubblico sul tavolo della trattativa per ottenere determinati obiettivi.
Il sistema potrebbe valere per più aspetti, ad esempio non solo per la spesa, ma anche per le entrate fiscali, e dovrebbe essere tale da garantire spazi di flessibilità ma con limiti categorici, nel senso di proibire tassativamente l’oscillazione al di là dei tetti fissati. Creo che il Parlamento recupererebbe così la sua autorità e le sue prerogative, che sono state effettivamente intaccate, ma da molto tempo prima della vicenda del decreto.” Da “Il neo corporativismo decentrato” Intervista a “Quale impresa” del 1984.
[7] Non C’è Futuro Senza Regole da “Piccola industria”, aprile 1984.
[8] https://www.cisl.it/rapporto-ocsel-cisl-contrattazione-decentrata-partecipazione/
[9] Da “La Repubblica”, 1 maggio 1984.
[10] Da “La Repubblica”, 29 marzo 1985.