Il 21 settembre del 1990 veniva ucciso in un agguato mafioso il giudice Rosario Angelo Livatino. Il 9 maggio 2021 è stato beatificato da Papa Francesco che lo ha definito “martire della giustizia e della fede”. Mandanti ed esecutori dell’omicidio sono stati assicurati alla giustizia.
Sono trascorsi 35 anni e la sua figura ha retto egregiamente all’usura del tempo e la sua testimonianza si è diffusa e imposta ben oltre i limiti regionali e nazionali. Anche le giovani generazioni conoscono la storia e il senso della sua testimonianza.
Come è accaduto tutto ciò?
Per tentare una risposta che si presenta immediatamente difficile abbiamo girato la domanda a Roberta Masotto, avvocato del Foro di Padova, che con un gruppo di amici e colleghi ha prodotto una mostra sulla vita e l’opera di Livatino e, attraverso di essa, ha conosciuto tante altre realtà e persone coinvolte nell’avvenimento.
Roberta, non essendo né agrigentina né siciliana, come hai incrociato Rosario Livatino sulla tua strada?
Premetto che faccio parte di un’associazione di avvocati, la Libera Associazione Forense, in sigla Laf. È accaduto che a settembre del 2019 un mio caro amico dell’associazione, Guido, si sia imbattuto in un articolo commemorativo su Rosario, scritto dal Postulatore Romano della causa di beatificazione, mons. Vincenzo Bertolone, e sia rimasto letteralmente “folgorato” da alcune frasi di Livatino lì riportate. Guido ha quindi proposto agli amici dell’associazione un approfondimento della figura di Livatino, e da questo è nata l’idea di un convegno, da tenersi a Verona nella primavera del 2020.
Come è accaduto il salto dalla tradizionale conferenza alla mostra?
La pandemia di Covid ha impedito lo svolgersi del convegno nella data programmata, sicché, dopo due rinvii, lo stesso si è potuto tenere solo a settembre 2021. Nel frattempo, era intervenuta la beatificazione di Rosario Livatino, sicché si è pensato di riproporre il convegno a una platea più grande, all’interno del Meeting per l’Amicizia tra i Popoli, a Rimini, che si sarebbe tenuto nell’agosto del 2022. Il presidente della Fondazione Meeting, sentendo le scoperte che avevamo fatto su questa splendida figura, ci ha proposto di realizzare una mostra, in luogo della classica conferenza, così ci siamo messi al lavoro.
Perché la mostra si è rivelata uno strumento così efficace?
Perché coloro che l’hanno visitata si sono trovati davanti un vero e proprio percorso, modulato in quattro sezioni, precedute da un momento introduttivo che ricostruiva il momento dell’agguato: in questa maniera il visitatore aveva modo di fare una conoscenza più approfondita della persona di Rosario Livatino, nei vari aspetti e fasi della sua vita, accompagnato da una guida che sottolineava i passaggi più rilevanti.
Quali particolarità ha avuto rispetto ad altre similari iniziative, in primis quella della diocesi di Agrigento?
Il percorso è costruito con una serie di pannelli descrittivi e con un video per ogni sezione della mostra; nei video troviamo i racconti di parenti, compagni di scuola, amici, colleghi di lavoro, quindi persone che hanno conosciuto direttamente Rosario Livatino, oppure stralci di telegiornale e quotidiani dell’epoca, in modo da far “entrare” il visitatore nell’ambiente e nel periodo storico; di particolare impatto sono anche le parole di alcuni dei suoi killer, in seguito pentitosi, e del testimone oculare dell’agguato, Piero Nava. L’audio ricostruttivo dell’uccisione, poi, utilizzato come introduzione alla mostra, ha colpito moltissimo i visitatori, aiutandoli a immergersi subito nell’argomento. Credo che questo mix di racconto scritto e racconto “vivo”, attraversato tramite un tragitto che definirei “immersivo”, abbia aiutato particolarmente chi visitava la mostra a concentrarsi e rimanere colpito dalla figura di Livatino.
Quali dati oggettivi si possono citare a sostegno di questo giudizio?
Sicuramente il numero dei visitatori: all’interno del Meeting 2022 la mostra è stata vista da circa 13 mila persone: chi la visitava, avvisava poi gli amici dicendo loro che avrebbero dovuto assolutamente vederla, e siamo arrivati a questi numeri. La mostra itinerante poi è stata molto richiesta: sono state fatte circa 120 esposizioni in diversi luoghi d’Italia, e ci sono prenotazioni sino a fine anno.
Se ho capito bene un valore aggiunto sono state e sono ancora le persone che hanno fatto da “guida”. Tutto merito dei volontari del Meeting?
Sicuramente le guide sono state molto importanti: chi fa da guida conduce il visitatore nel percorso, sintetizzando i punti salienti, magari evidenziando anche ciò che in particolare l’ha colpito direttamente, sicché ogni visita è in qualche modo “personalizzata”. Noi curatori della mostra abbiamo provveduto alla formazione delle guide, sia per il Meeting, sia in seguito, tramite collegamenti a distanza organizzati con i responsabili delle varie esposizioni. Sicuramente si sono coinvolti moltissimi volontari del Meeting in questo compito, ma devo dire che hanno tenuto a fare da guida anche parecchi altri amici e colleghi che sono rimasti affascinati dalla figura di Livatino.
Che impatto ha avuto nei locali della giustizia in cui è stata presentata?
Direi che l’impatto è stato fortemente positivo. Molti Presidenti di Tribunale e magistrati in genere hanno accolto con grande favore l’esposizione, alcuni si sono anche personalmente coinvolti come relatori negli incontri di presentazione che sono stati organizzati. Anche gli avvocati hanno partecipato con notevole entusiasmo. Del resto, è una figura che unisce anche coloro che si trovano su fronti opposti: non dimentichiamo che Livatino, magistrato, aveva grande considerazione e rispetto per il ruolo dell’avvocato.
Come hanno reagito i giovani che non l’hanno conosciuto?
È bello vedere come Livatino conquisti i giovani: è una figura che sentono vicina, sia dal punto di vista temporale, sia per la sua vita semplice, da “santo della porta accanto”, sia per i suoi ideali, soprattutto la giustizia, la cui necessità i giovani avvertono particolarmente. Ho visto molti ragazzi, da visitatori, uscire dalla mostra con gli occhi lucidi, e altri che facevano le guide appassionarsi tantissimo alla sua vita e alla sua storia.
Ci racconti alcune vicende significative accadute nel peregrinare della mostra per l’Italia?
Sono tanti gli episodi che potrei raccontare: sul momento me ne vengono in mente un paio. Il primo: nella primavera del 2024 sono stata invitata a parlare di Rosario Livatino a Pordenone, in occasione delle giornate della legalità; erano invitate varie classi delle superiori ma, probabilmente per una mancanza di coordinamento tra le scuole e gli organizzatori dell’evento, erano presenti un centinaio scarso di ragazzi, che si perdevano in un’aula da oltre 500 posti. Alla fine delle relazioni il Prefetto di Pordenone, che era presente, ha detto che una cosa tanto bella non poteva essere stata fatta per così pochi studenti, per cui ha “costretto” gli organizzatori a fissare una “replica” per il settembre successivo, chiedendo venisse prenotata anche la mostra per quel periodo, e si è impegnato personalmente a diffondere l’iniziativa. Quando sono tornata lì a settembre, i 500 posti della sala erano praticamente insufficienti e alcuni studenti erano seduti sui gradini!
E il secondo?
Un amico del Centro servizi per il volontariato di Pescara, avendo visto la mostra al Meeting di Rimini, ne aveva parlato con entusiasmo ad alcuni colleghi e, in seguito, aveva proposto ad una riunione del Csv di prenotarla e portarla in città come evento culturale organizzato dall’ente; un collega ha dissentito, dicendo che si trattava di una figura religiosa, quindi in contrasto con la laicità dell’ente: a quel punto sono intervenuti gli altri membri del consiglio, non credenti, che hanno evidenziato come si trattasse di una figura bellissima e di un’iniziativa meritevole, sicché hanno “seppellito” colui che aveva posto il problema della laicità e la mostra è stata poi portata addirittura in quattro città dell’Abruzzo, sedi del Csv. Questo per dire come Rosario Livatino riesca a conquistare proprio tutti.
Come si è incrociato il vostro lavoro con quello della diocesi di Agrigento?
Siamo grati alla Diocesi di Agrigento, in particolare all’Arcivescovo Mons. Alessandro Damiano, per il supporto che ci ha dato: innanzitutto, ci ha fatto il grande regalo di portare la reliquia del beato (la camicia insanguinata che indossava il giorno dell’uccisione) al Meeting 2022, collocandola alla fine del percorso della mostra; ci ha accolto quando ci siamo recati ad Agrigento per realizzare alcune delle interviste che si vedono nei video della mostra; ci ha permesso di pubblicare il contenuto delle sette agendine di Rosario Livatino che erano allegate alla Positio super Martyrium (ossia al materiale utilizzato per la causa di beatificazione, che era secretato); questo solo per fare un paio di esempi. Per quanto riguarda il lavoro, quello della Diocesi, concretizzatosi in tre docu-film, era già stato realizzato da mesi quando noi abbiamo iniziato il percorso della mostra, per cui quest’ultima è stata realizzata con un progetto totalmente nostro, con una diversa logica, che è quella dell’esposizione.
Sono trascorsi tre anni dalla creazione della mostra e ancora continua a girare per l’Italia. Qual è il segreto di questa iniziativa?
Credo che il segreto stia tutto nell’attrattiva che Rosario Livatino suscita, perché parliamo di una persona veramente eccezionale, pur nella sua semplicità di vita. Se possiamo attribuirci un piccolo merito, forse è quello di avere tentato con la nostra mostra di far incontrare alla gente la sua persona concreta (motivo per cui abbiamo voluto recarci personalmente sui luoghi e incontrare molte persone che l’hanno conosciuto e hanno condiviso con lui un pezzo di cammino) e non una specie di “santino” da altari. Considerato il successo riscontrato, direi che, almeno in parte, ci siamo riusciti.