Tina Anselmi è una delle figure più significative della storia repubblicana italiana del Novecento, donna che ha saputo coniugare con coerenza impegno civile, passione politica e profonda adesione ai valori democratici. Come la ricorderesti oggi?

Tina è stata un esempio e una testimone di impegno sociale e politico, soprattutto per le giovani generazioni. Partirei facendo qualche cenno alla sua storia: a soli 17 anni assiste all’uccisione per rappresaglia di 31 persone catturate dai nazifascisti a Bassano del Grappa, tra le quali il fratello della sua compagna di banco. 

“Quando ho incontrato la morte, una morte barbara, disumana, ho capito che non potevo rimanere indifferente”, afferma in un’intervista a Enzo Biagi nel 2007; da quell’episodio drammatico comincia il suo impegno nella Resistenza come staffetta partigiana, con il nome di Gabriella.    

Dopo la guerra si occupa della condizione delle operaie che lavoravano i bozzoli nelle filande del Trevigiano, pagate 10 lire al giorno, in un ambiente pieno di vapore, con le “mani lessate”, organizzandole sindacalmente. In quel periodo, a 18 anni, Tina entra a far parte della corrente cristiana della CGIL, come rappresentante del sindacato dei tessili,  gira in bicicletta per le filande, cercando di convincere le giovani tessili  a iscriversi al sindacato per migliorare le proprie condizioni di lavoro.   

La motivazione che la spinge al lavoro sindacale, supportata dalla sua profonda fede religiosa ricevuta soprattutto dalla madre e dalla nonna, è la stessa che l’aveva portata a far parte della Resistenza: combattere contro le ingiustizie.  

Successivamente aderisce al movimento femminile della Democrazia Cristiana, impegnato nel coinvolgimento delle donne al loro primo voto, il 2 giugno del 1946, per il referendum monarchia/repubblica e per l’elezione dell’Assemblea Costituente.  

Mentre studia all’Università Cattolica di Milano, Tina diventa maestra e aderisce al Sinascel, la categoria della scuola della Libera Cgil guidata da Giulio Pastore, nata dalla componente cattolica che aveva lasciato la Cgil unitaria a seguito alla rottura dell’unità sindacale (agosto 1948), che poi confluirà, nel maggio 1950, nella CISL nascente. 

Tina si è iscritta alla Democrazia Cristiana nel 1944 e vi è rimasta fino alla fine; pur riconoscendo i difetti e gli errori del partito, ha sempre operato con le sue ragioni morali, rivendicando  la sua libertà di fare politica in modo non condizionato e affermando che se si fosse sentita condizionata avrebbe fatto politica in altro modo.  

Tina mette quindi sullo stesso piano società civile e partiti: “Ho cominciato da partigiana, ho fatto la sindacalista e poi sono approdata in Parlamento, non mi costerebbe fare marcia indietro perché ritengo che ogni impegno nella società ha un suo valore e peso”.  

Entra in Parlamento nel 1968 e ne esce nel 1992, firmando decine di proposte di legge: a lei si devono soprattutto la normativa sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, la 903 del 1977 e l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale,  la legge 833 del 1978. 

Partigiana, sindacalista, deputata e due volte ministro, del Lavoro e della Sanità; impegni che sono la sintesi di una vita densa, spesa sempre al servizio delle persone che ha rappresentato. 

Quest’anno celebriamo un anniversario importante: 50 anni dalla sua nomina, nel 1976, a Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale, prima donna della Repubblica. Che impronta ha dato a questo ruolo?

Vale la pena riascoltare alcune sue interviste rilasciate dopo aver assunto questo prestigioso incarico. Ne possiamo apprezzare la semplicità del linguaggio, la determinazione nel perseguire le proprie idee, la chiarezza dei progetti. Queste caratteristiche costituiscono senza dubbio un esempio per tutti noi che viviamo tempi concitati e difficili, a volte trascinati dalle sirene del populismo. Al contrario, Tina ha trasferito un messaggio forte: si può far bene rimanendo ancorati nelle istituzioni e nei luoghi della rappresentanza, senza demonizzarli e destabilizzarli, difendendo sempre la democrazia per la quale hanno combattuto e si sono sacrificati tanti giovani. 

Tina è stata nominata Ministro del Lavoro nel 1976 , la prima donna dopo 30 anni di storia Repubblicana. L’Anselmi ci arriva forte della sua esperienza sindacale, di deputata e di sottosegretaria al Lavoro.

La sua impronta più importante ha rimarcato sempre  l’attenzione al lavoro femminile.   Non a caso una delle sue  prime  uscite  pubbliche da Ministro è stata la Conferenza Nazionale sull’occupazione femminile.  Ricordiamo inoltre il suo impegno per il salario e la pensione  delle donne,  la riforma della formazione professionale, le norme per ridurre la disoccupazione giovanile.

La sua carriera politica e la sua attenzione alle grandi questioni sociali: lavoro, salute, parità di genere testimoniano il suo impegno. Quale ritieni sia l’attualità del suo pensiero rispetto a questioni ancor oggi prioritarie e come tramandarlo alle nuove generazioni?

Tina, a proposito dei suoi incarichi ministeriali, diceva spesso: “lavoro e salute, sono al centro della vita del Paese”.  Queste parole devono ispirare anche  la nostra azione. Troppo spesso oggi la politica è lontana dai temi che riguardano l’esistenza stessa delle persone, è necessario invece mettere al centro la vita delle cittadine e dei cittadini, per incrementare il loro protagonismo civile e anche per scongiurare il loro disinteresse alle questioni di natura politica e sociale,  causa della conseguente crescita dell’astensionismo. 

I partiti e in generale i corpi intermedi sono essenziali per fare sintesi delle istanze della popolazione e far vivere lo spirito di comunità. Da soli non riusciamo a risolvere i problemi, bisogna incoraggiare i giovani a partecipare alla vita politica e sindacale, anche per cambiarne istanze, metodi e priorità se è necessario. 

Le battaglie di Tina per la maternità e il supporto alla famiglia sono ancora temi di grande attualità che vanno rafforzati e rilanciati, proprio in un periodo di scarsa natalità per l’Italia. Molte ricerche fanno emergere un desiderio di maternità e paternità ancora vivo nei giovani, ma che poi si traduce troppo spesso nello scegliere di non avere figli per questioni economiche, salariali, abitative e di conciliazione lavoro/famiglia. Occorre una grande alleanza tra giovani, imprese, istituzioni a ogni livello, per sostenere una società realmente inclusiva e rendere possibile, nello stesso tempo, la sostenibilità del welfare, del sistema pensionistico e dell’occupazione. È  doveroso trasferire una cultura della bellezza del confronto e del dialogo intergenerazionale come ricchezza dei popoli.   

Inoltre, in uno scenario complesso e mutevole costellato da conflitti geopolitici e guerre come quello odierno, le donne sono spesso in prima fila per difendere i valori di una pace giusta e a sostegno dei diritti umani.  In questo  senso non possiamo non ricordare l’impegno internazionale della Anselmi nel 1975 come Presidente della delegazione italiana alla World Conference on Women promossa dall’ONU a Città del Messico, che ne è una significativa testimonianza. 

La questione della parità di genere, in particolare, è un campo in cui il suo lascito continua a parlare alle nuove generazioni. Le leggi e le iniziative che promosse fanno ancora discutere: la certificazione sulla parità di genere, la direttiva sulla trasparenza salariale in recepimento a giugno del 2026, la conciliazione tra vita privata e lavoro, la rappresentanza. Cosa ne avrebbe pensato oggi la Anselmi o cosa avrebbe aggiunto?

Sono stata a lungo Responsabile del Coordinamento Nazionale Donne della Cisl. Ricordo la partecipazione di Tina Anselmi all’assemblea di 1000 donne a Bologna nel 2000, esempio  della sua  fervida vicinanza al mondo sindacale dopo tanti anni dall’impegno diretto. 

Conservo ancora le foto con lei che ritraggono un momento per me importante perché ero incinta di mio figlio. Mi piace ricordare alcune frasi del suo intervento svolto in quell’occasione, contenute nel volume “Il lavoro cambia, cambia l’organizzazione” di Edizioni Lavoro: “C’è l’economia, c’è la finanza, ma la persona la famiglia, chi le tutela se non c’è un sindacato presente a fare le battaglie per le leggi? Quante battaglie abbiamo ingaggiato per cancellare le leggi del passato e dare leggi moderne al Paese, anche quando tra di noi c’erano elementi di contrasto. Abbiamo persino fermato gli orologi alla Camera e al Senato la notte che abbiamo voluto far passare la maternità e i servizi”.  

Nell’immagine del tempo che si ferma per far approvare le leggi, pronunciate da Tina in quella importante assise cislina, è contenuto il senso dell’impegno delle donne che devono agire, quando è necessario, in maniera trasversale ai partiti. “Le conquiste non sono per sempre”, amava dire Tina. 

Quindi, le conquiste di oggi sono sovente il continuum di quelle di ieri, aggiornate alla nostra epoca. Ad esempio, la direttiva Ue sulla trasparenza salariale è finalizzata a rafforzare l’applicazione del principio di parità retributiva tra uomini e donne per uno stesso lavoro o lavoro di pari valore. Sicuramente si riprendono i temi della legge 903 del 1977, come il diritto delle donne alla stessa retribuzione del lavoratore quando le prestazioni richieste siano uguali o di pari valore, ma si introducono oggi criteri più stringenti per eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap), attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela.  Nel rispetto della normativa sulla privacy, i lavoratori e le lavoratrici hanno il diritto di conoscere i criteri di determinazione del proprio stipendio e i livelli retributivi medi dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro, suddivisi per genere. Viene previsto nella Direttiva europea un rimando alla contrattazione collettiva, concetto già caro alla Anselmi, come riferimento principale per la classificazione professionale e retributiva. Ove emergesse un divario retributivo di genere non giustificato pari o superiore al 5%, il datore di lavoro deve motivarlo e avviare una valutazione congiunta con le rappresentanze sindacali e l’Ispettorato del lavoro per adottare misure correttive.    

Sono questioni che affrontiamo in maniera più precisa e vincolante del passato, perché ancora oggi presenti e irrisolte. Inoltre, è opportuno occuparsi anche dei salari dei giovani in generale, per limitare le “fughe dei cervelli” e rischiare di perdere un patrimonio di competenze e di formazione.   Molto interessante e innovativa è la certificazione sulla parità di genere che rientra nel Pnrr e che le aziende producono in maniera volontaria, ma che può aiutare la competitività delle imprese attraverso un sistema di incentivi. 

Infine, anche sul grande tema della conciliazione, molti passi avanti sono stati fatti nel tempo.

Non possiamo dimenticare che proprio durante lo svolgimento dell’Assemblea delle Donne Cisl a Bologna, alla presenza di Tina Anselmi, giunse la notizia che il Parlamento italiano aveva approvato la legge 53/2000 “Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città”. 

La CISL aveva raccolto centinaia di firme nei luoghi di lavoro per sollecitare la normativa e proseguire nel solco delle battaglie intraprese. 

Però le leggi, per Tina Anselmi, non erano sufficienti: “Non bastano le leggi. Se non c’è una cultura nel Paese che sostiene le ragioni delle leggi, anche le leggi rischiano di essere inefficaci. Ecco allora bisogna stare attenti a chi dice che lo scontro politico deve essere portato così in fondo da non fare prigionieri. La democrazia, ci insegnava De Gasperi, deve dare a chi ha vinto la capacità di rappresentare anche le ragioni di chi ha perso, questa è la nostra concezione della democrazia”.

Esprimere la forza delle donne con un cammino comune per ottenere conquiste sociali importanti per la vita delle lavoratrici e dei lavoratori e per le famiglie è il monito per tutti noi.

Servizio sanitario nazionale ed equità nell’accesso alle prestazioni, l’esperienza dell’Anselmi sancisce un punto di riferimento culturale e politico per chi vuole contribuire a ridurre le disuguaglianze. Come rilanciare il suo pensiero per abbattere le ingiustizie “regionali”, gestire l’accesso alle liste e rendere maggiormente equo il nostro servizio sanitario?

Quest’anno ricorrono i 10 anni dalla morte di Tina. Il suo più grande lascito alla Repubblica italiana, da ministra della Sanità, è stato sicuramente la legge 833 del 23/12/78 che istituisce il Servizio Sanitario nazionale. Il comma 1 dell’articolo 1 recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività mediante il servizio sanitario nazionale”. Si richiama così l’articolo 32 della Costituzione.  

Le mutue vengono sostituite da un sistema pubblico finanziato dalla fiscalità generale. I principi fondamentali sono: universalità del diritto alla salute, eguaglianza ed equità. Per anni il nostro è stato un sistema apprezzato come modello dagli altri Paesi, ora siamo in un momento di grande difficoltà dovuto alle eccessive differenze territoriali.   

La legislazione concorrente, la mancata programmazione sanitaria nazionale basata sui bisogni reali della popolazione, il legare le politiche sanitarie all’esclusivo pareggio del bilancio, i commissariamenti delle Regioni che non hanno portato i risultati attesi, i criteri di distribuzione delle risorse nazionali che penalizzano alcune regioni, una collaborazione tra pubblico e privato non sempre virtuosa, sono alcune delle maggiori criticità che sta vivendo la sanità italiana.   

Le conseguenze per le cittadine e i cittadini sono notevoli: liste d’attesa e pagamento di tasca propria delle cure, aumentando le diseguaglianze.     

Dovremmo riprendere lo spirito originario della riforma Anselmi almeno nei suoi principi cardine.    Parliamo sempre di invecchiamento della popolazione e del crescere delle cronicità e quindi di problemi di sostenibilità economica del servizio sanitario, ma non ci occupiamo a sufficienza di invertire il paradigma e investire in prevenzione. Temi presenti nella riforma e nella testa dell’Anselmi. 

In secondo luogo bisogna rafforzare la sanità territoriale, come era nelle intenzioni della riforma del 1978, che istituiva le Usl (Unità sanitarie locali) e rivedere l’eccessivo accento aziendalista delle riforme successive.   

Inoltre, è necessario passare da un approccio ai servizi come insieme di prestazioni a una vera presa in carico dei pazienti. Abbiamo ora un’occasione storica: attuare realmente il Pnrr nella missione Salute che prevede un deciso rafforzamento della medicina territoriale e garantire un vero continuum assistenziale ai cittadini nel raccordo casa, territorio, ospedale e viceversa, in tutto il territorio nazionale. Infine è indispensabile creare le condizioni per un lavoro multidisciplinare dei professionisti socio sanitari. 

Su queste tematiche mi sono impegnata quando ho avuto l’onore di presiedere la Commissione Igiene e Sanità del Senato e devo dire che la riforma del 1978 e il pensiero di Tina sono sempre stati, per il mio agire politico e istituzionale, riferimenti imprescindibili. 

L’Anselmi fu Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, unica donna a guidare un organismo istituzionale impegnato a fare luce su trame oscure che minavano la democrazia italiana. Legalità, coraggio, integrità e determinazione sono ancora valori perseguibili nella nostra società? E soprattutto sono ancora riconosciuti tali?

Come sappiamo l’Anselmi fu Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia massonica P2 dal 1981 al 1984. Mi hanno sempre colpito alcune frasi della relazione della Commissione al Parlamento. Nella introduzione si legge: “i risultati del proprio lavoro, che vengono rassegnati nella presente relazione, potranno adempiere la funzione che è loro propria di costituire la base ragionata per un sereno ma fermo dibattito nel Parlamento e tra i cittadini, a conferma – e del resto ne è testimonianza l’esistenza stessa di questa Commissione – dell’intatta forza della democrazia italiana”. 

E nelle conclusioni, a proposito dell’indagine su un’organizzazione  parallela  allo Stato che coinvolge politici,  militari, imprenditori, giornalisti,  si può evidenziare una frase: “la gravità del fenomeno non consente – poiché esso colpisce con indiscriminata, perversa efficacia, non parti del sistema, ma il sistema stesso nella sua più intima ragione di esistere: la sovranità dei cittadini, ultima e definitiva sede del potere che governa la Repubblica”. 

Ebbene in queste parole si evince, pur in presenza di fatti molto gravi,  la fede ferma e vivida nella democrazia, nei valori democratici e nella sovranità del popolo italiano e dei suoi rappresentanti in Parlamento. 

Del resto Tina Anselmi aveva un altissimo senso delle istituzioni; nelle conversazioni che ho avuto il piacere di tenere con lei questo tema era sempre presente. Era preoccupata che i partiti “invadessero” le istituzioni.

Nella vicenda della Commissione P2 il suo faro è sempre stato la Costituzione, nel caso specifico l’articolo 18, che “proibisce le associazioni segrete e quelle che perseguono scopi politici mediante organizzazioni militari”. 

L’Anselmi più volte si è trovata a ribadire che il diritto dei cittadini ad associarsi era legittimo e sacrosanto, ma che il pericolo della P2 consisteva nella sua non trasparenza. La segretezza mina le istituzioni e la democrazia.   

La determinazione e il coraggio dimostrate da Tina sono valori ancora da perseguire oggi. Lei stessa ricordava sempre Falcone e Borsellino come esempi di fermezza e ostinazione nella ricerca della verità contro gli atroci delitti di mafia. Dobbiamo piuttosto fare in modo che queste figure non siano ricordate come “eroi”, ma come esempi di impegno professionale e civile. Questo valeva prima e a maggior ragione oggi.  È fondamentale per noi difendere sempre e in ogni circostanza la legalità e l’integrità morale. Per dare concretezza a una tale impalcatura di valori bisogna praticare l’attaccamento ai valori costituzionali , alle leggi dello Stato e il rispetto delle istituzioni.   Solo così difenderemo la nostra democrazia in un momento difficile anche a livello globale. E per riconoscere questi principi come fondanti del nostro vivere civile abbiamo bisogno anche della memoria di testimoni, come è stata Tina Anselmi .  

Sarebbe importante raccontare questi esempi di vita vissuta e di impegno istituzionale nelle scuole e nelle università per innescare fiducia nella capacità delle persone, delle famiglie, delle istituzioni di trasmettere valori positivi per il bene comune. 

Concludendo, ci potresti raccontare un aneddoto che ti ricorda la figura di Tina Anselmi e che ci aiuti a conoscere meglio la figura, i valori e il suo pensiero?

Ho avuto occasione di partecipare a un suo compleanno a Castelfranco Veneto. Compiva 79 anni, era il 2006 e abbiamo festeggiato insieme alla sua famiglia in un ristorante molto accogliente, cibo buono e una grande torta con candeline. Mi accompagnavano mio marito e mio figlio ancora bambino. L’atmosfera molto bella, gioiosa e piena di affetto.

Nel pomeriggio io e Tina siamo andate ad un convegno pubblico nel teatro del paese. Tina mi ha consegnato una busta gialla dicendomi che al suo interno erano contenute indicazioni per l’impegno sociale e politico delle donne: tutelare la maternità era il compito principale per tutte noi e da lì avremmo potuto affrontare tutto il resto: lavoro, tempi di vita, salute e l’intera politica. Quel giorno non sapevo ancora della sua patologia, di lì a poco non l’avrei più sentita, ma la sua voce mi è rimasta dentro prepotentemente.  Il suo messaggio era di proseguire un cammino di giustizia sociale, libertà, partecipazione, responsabilità, solidarietà e centralità della persona.

Il gesto di Tina esprimeva tutto il suo essere: la forte propensione a passare il testimone alle generazioni future, coinvolgendole e appassionandole nelle battaglie sociali, sindacali e politiche. 

Continuare il suo percorso aggregando giovani lavoratori e lavoratrici alla Cisl e collaborando con associazionismo giovanile e studentesco è il modo migliore di onorare la “cislina” Tina Anselmi.