La contrattazione territoriale rappresenta da tempo uno dei temi più complessi e, al contempo, più affascinanti del dibattito sindacale italiano. Si tratta di una materia spesso evocata, ma raramente approfondita e, forse proprio per questo, non sempre adeguatamente valorizzata nelle sue reali potenzialità. Per affrontare questa sfida senza semplificazioni, il tradizionale seminario storiografico annuale promosso dalla CISL presso il Centro Studi di Firenze ha scelto di misurarsi con questa questione tanto impegnativa quanto attuale. 

L’incontro ha avuto il merito di ricostruire le radici storiche e culturali del tema, mettendone in luce i legami profondi con le grandi sfide contemporanee del sindacato: la partecipazione dei lavoratori, l’evoluzione delle relazioni industriali, la bilateralità e le prospettive aperte dal nuovo quadro legislativo. Come suggerito in apertura dal direttore del Centro Studi, Marco Lai, la riflessione va collocata anzitutto all’interno della storia e dell’identità stessa della CISL, superando una lettura meramente tecnica od organizzativa. 

Il territorio come laboratorio di innovazione sociale

Nella visione della CISL, il territorio non è mai stato un semplice spazio geografico o amministrativo, bensì il luogo concreto delle relazioni sociali, della partecipazione e della composizione di interessi diversi. È qui che emergono i bisogni reali delle persone, si sviluppano le reti sociali e si attivano le collaborazioni tra soggetti economici e istituzionali. Una centralità che oggi diventa ancor più decisiva di fronte alla digitalizzazione, alla dematerializzazione dei luoghi fisici di lavoro, dinamiche che impongono di ripensare la rappresentanza dei lavoratori privi di una postazione comunitaria. Ma il territorio è anche l’alveo di crescita e sviluppo di cose antiche e molto diversificate, quali ad esempio l’emergere di filiere di prodotto, dei distretti manifatturieri e altri a vocazione immateriale, così come zone di concentrazione di produzioni molto particolari collegate alle risorse naturali presenti.  

Sotto il profilo storico, Aldo Carera (presidente della Fondazione Pastore) ha proposto un fecondo cambio di prospettiva: osservare l’esperienza della CISL privilegiando la dimensione dell’azione sociale rispetto a quella strettamente contrattuale. Nei primi anni di vita della Confederazione, in un contesto economico e politico che non favoriva una diffusa iniziativa contrattuale, la CISL costruì la propria presenza rispondendo concretamente ai bisogni delle comunità locali.

Infatti, già nel giugno del 1950, i primi documenti confederali delineavano un corpo unitario fondato sulle categorie, affidando alle strutture orizzontali provinciali compiti essenziali di collegamento, coordinamento e costruzione della rappresentanza. 

In questa cornice nacquero esperienze pionieristiche di bilateralità e mutualismo. Le Casse Edili ne sono l’esempio più noto, ma forme analoghe di regolazione territoriale — come i patti provinciali e zonali in agricoltura — anticiparono di molto la stessa disciplina nazionale del settore. Il territorio si è dimostrato, fin dalle origini, un vero e proprio spazio di innovazione sociale. 

Questo radicamento si rifletteva anche nei comportamenti organizzativi dei dirigenti. La formazione sindacale era pensata specificamente per i quadri provenienti dai territori, investendo sulla crescita delle persone per consolidare quel legame partecipativo che unisce organizzazione e comunità locali. 

Oltre l’anarchia contrattuale: le praterie del lavoro frammentato

Il nodo dell’articolazione contrattuale su più livelli rappresenta un problema storico del nostro Paese, basato su un ordinamento di fatto in cui il sistema sindacale è responsabilità delle parti sociali e non della legge. Come ricordato da Maurizio Del Conte (Università Bocconi), la contrattazione è per definizione “articolata” e non “disarticolata”, un principio chiaro già nei primi documenti delle associazioni datoriali delle Partecipazioni Statali (Intersind e Asap) del 1962. Dopo la fase di “anarchia contrattuale” iniziata nel 1969, l’ordine è stato ripristinato solo con il Protocollo Ciampi-Giugni del 1993 e il successivo accordo del 1994. 

In questo quadro, la contrattazione territoriale non si è mai distinta per una diffusione capillare. Eppure, lo spazio esiste: ci troviamo di fronte a una “prateria” di imprese frammentate e polverizzate, dove il territorio rimane forse l’unica possibilità concreta di presidio sindacale. Per superare ostacoli e resistenze, il punto di partenza deve essere rappresentato dalle materie delegate dai Contratti Collettivi Nazionali (CCNL). 

Partiamo dalla questione più annosa, la retribuzione. Non si tratta di riesumare le vecchie “gabbie salariali”, ma di elevare i livelli retributivi reali abbandonando le ideologie e analizzando i dati concreti. L’obiettivo è individuare parametri e indicatori solidi e specifici legati al territorio — come il costo della spesa alimentare, i trasporti, l’abitazione e i servizi — per svolgere un’operazione di perequazione e non di sperequazione. 

Allo stesso modo, nei “non-luoghi” del lavoro moderno (piattaforme, algoritmi, smart working), il sindacato è chiamato a investire con libertà, lungimiranza e coraggio, sperimentando e monitorando nuovi servizi e tutele per i lavoratori. 

Partecipazione, leggi e dinamiche associative

Un focus centrale del seminario ha riguardato il legame tra contrattazione territoriale e partecipazione, anche alla luce del recente quadro legislativo sulla partecipazione dei lavoratori (Legge 76/2025). Emmanuele Massagli, presidente della Fondazione Tarantelli e consigliere del CNEL, ha analizzato il testo normativo evidenziando come, nonostante la proposta iniziale di legge popolare della CISL fosse qualitativamente migliore del testo uscito dal Parlamento, la legge smentisca categoricamente i detrattori e i media che hanno presentato l’operazione legislativa contrapposta alla contrattazione collettiva. Il testo contiene infatti almeno 13 richiami espliciti al ruolo della contrattazione collettiva negli 8 articoli operativi.

Inoltre, la legge sostiene e valorizza l’istituto della bilateralità contrattuale che, di fatto, offre servizi ai lavoratori nei territori; i richiami sono presenti laddove si delineano le forme di partecipazione organizzativa e consultiva, con un particolare focus sulla formazione, esplicitata come diritto soggettivo in capo ai lavoratori. I nessi, quindi, sono in tutta evidenza.

I primi accordi depositati al CNEL dimostrano la forza delle pratiche partecipative, particolarmente diffuse anche nel mondo delle aziende a partecipazione pubblica, oltre che a tante forme di partecipazione organizzativa in molteplici aziende. Inoltre, il fatto che tali intese siano firmate da tutte le sigle sindacali dimostra come l’opposizione alla partecipazione sia spesso una postura ideologica delle leadership nazionali, mentre nei luoghi di lavoro l’azione contrattuale e partecipativa è, nei fatti, unitaria e ampiamente condivisa. 

Da qui emerge una necessità organizzativa: strutturare gli ambiti contrattuali per materie piuttosto che per una rigida gerarchia piramidale, ormai superata dalla linearità dei processi reali. Ciò richiede l’apertura di un confronto interno anche alle stesse categorie della CISL per verificare lo stato dell’arte con le controparti datoriali. Se l’opposizione di Confindustria alla contrattazione territoriale è nota, organizzazioni come Confcommercio e Confartigianato si dimostrano invece favorevolmente orientate. È proprio su questo terreno di “marketing associativo” e concorrenza che si gioca la partita contro il dumping contrattuale, con riflessi diretti anche sui servizi e sulla bilateralità. 

Infine, il dibattito ha evidenziato una serie di valutazioni utili per la riflessione comune: esperienze in atto, interrogativi intorno alle competenze come ampi margini di sperimentazione sussistano anche nel settore del lavoro pubblico: si pensi, solo per fare un esempio numericamente imponente, al potenziale offerto dal radicamento capillare delle scuole nei territori. Numerosi interventi hanno segnalato le potenzialità di incrementare i servizi offerti ai lavoratori come offerta di tutele contrattuali, sia per i lavoratori delle piccole e piccolissime aziende, sia per coloro che operano nei processi digitali e che necessitano di adeguate tutele anche sotto il profilo sociale, anche per dare forma e sostanza al termine lavoro dignitoso. In particolare, devono essere recuperate e conosciute anche le esperienze in atto nel settore dell’Artigianato, con esperienze di contrattazione territoriale molto importanti.

Verso una via percorribile

Nelle conclusioni del seminario, il Segretario confederale Giorgio Graziani ha valorizzato la ricchezza degli spunti emersi, rilanciando una considerazione di fondo: la contrattazione territoriale non può essere ridotta a una mera questione di ingegneria contrattuale o di ripartizione di competenze tra centro e periferia. Essa richiama intrinsecamente un’idea più alta di sindacato e di rappresentanza, fondata sulla prossimità, sulla partecipazione e sulla capacità di generare risposte condivise ai bisogni reali delle persone. 

In un’epoca di profonde transizioni economiche, tecnologiche e demografiche, il territorio riprende centralità. Le specificità locali e le asimmetrie tra le diverse aree del Paese non possono essere governate solo da sguardi generali, ma richiedono strumenti flessibili e mirati. 

Alla domanda iniziale se la contrattazione territoriale sia un tabù o una via percorribile, la storia e l’attualità della CISL rispondono con chiarezza: non solo è una via percorribile, ma rappresenta una delle rotte più coerenti con la tradizione e l’identità profonda del sindacato. Una strada certamente complessa, che esige innovazione, competenze e capacità relazionali, ma che proprio per questo merita di essere percorsa con coraggio e senza pregiudizi.