Il 19 maggio scorso si è svolto al Centro Studi Cisl di Firenze il seminario di storiografia e cultura sindacale dedicato a “Partecipazione e contrattazione territoriale del lavoro”. Tale tematica è stata affrontata non solo in chiave storica, ma anche alla luce delle più recenti trasformazioni del lavoro e delle relazioni industriali.

La territorialità nella cultura originaria della CISL

Nel suo intervento di apertura, Aldo Carera (dell’Università Cattolica di Milano) ha invitato a riflettere su come il tema della territorialità rappresenti uno degli elementi costitutivi della CISL e ne abbia caratterizzato la nascita e lo sviluppo. Attraverso il ricorso al concetto più ampio di “azione sociale” si afferma l’idea di un sindacato che non si limita alla dimensione strettamente rivendicativa in azienda, ma che si concepisce fin dalla sua fondazione come soggetto inserito proattivamente dentro le trasformazioni sociali e territoriali del Paese. 

La CISL nasce in un’Italia ancora prevalentemente agricola, ma destinata, nel secondo dopoguerra, a una rapida industrializzazione. In questo contesto la dimensione territoriale è quella in cui il sindacato incontra direttamente i problemi delle persone, delle comunità e dello sviluppo locale.

Assumono rilievo alcuni elementi caratteristici della cultura originaria della CISL: le leadership diffuse, la confederalità, la bilateralità e soprattutto la formazione. Non è casuale che nei primi anni del Centro Studi di Firenze l’obiettivo principale fosse quello di formare dirigenti “non specialisti ma organizzatori sociali”. Il dirigente  sindacale territoriale si qualifica infatti non solo come tecnico della contrattazione, ma anche e soprattutto come figura capace di comprendere e governare la complessità sociale del territorio.

Anche il tema della bilateralità emerge come elemento centrale. Le casse edili, le scuole professionali, le esperienze mutualistiche e gli strumenti territoriali di welfare rappresentano, già negli anni Cinquanta, tentativi di costruire forme di cooperazione stabile tra lavoratori, imprese e comunità locali. Questa cultura territoriale, attraverso l’impegno delle Unioni Sindacali Provinciali (USP), assumeva particolare importanza nel Mezzogiorno, dove il sindacato si doveva confrontare non soltanto con i temi del lavoro, ma con problemi più ampi di sviluppo, infrastrutture, occupazione e coesione sociale, spesso in un contesto segnato dalla debolezza dello Stato.

In questo quadro assume particolare rilievo il pensiero di Mario Romani; per il quale il lavoro non poteva essere separato dalla vita sociale della persona, dal momento che ciò che accade in azienda è inevitabilmente collegato alla famiglia, alla comunità e al territorio in cui il lavoratore vive.

Le trasformazioni del lavoro e i limiti del modello contrattuale tradizionale

Se l’intervento di Carera ha consentito di ricostruire le radici storiche della territorialità nella cultura della CISL, quello di Maurizio Del Conte (dell’Università “Bocconi” di Milano) riporta invece il dibattito dentro le trasformazioni del lavoro contemporaneo e i limiti degli strumenti tradizionali delle relazioni industriali italiane. 

La sola contrattazione aziendale, in un sistema produttivo frammentato e composto in larga parte da micro e piccole imprese come quello italiano, appare infatti in larga parte insufficiente. È in questo contesto che la contrattazione territoriale può venire a rappresentare un possibile “presidio negoziale”, capace di estendere tutela e rappresentanza anche dove il livello aziendale non riesce ad arrivare.

Un punto particolarmente significativo riguarda il rapporto tra produttività, salari e territorio. La produttività non può infatti essere considerata esclusivamente come un dato interno all’impresa, slegata dai profili retributivi. Salari troppo bassi rispetto al costo reale della vita rischiano di produrre una progressiva carenza di lavoratori anche nei servizi essenziali, come trasporti, sanità e assistenza, riducendo conseguentemente l’efficienza complessiva del territorio e innescando un circolo vizioso che finisce per incidere negativamente anche sulla produttività del sistema economico locale. La contrattazione territoriale della produttività, a cui si legano gli aspetti salariali, dunque, può diventare una leva significativa, anche per sostenere crescita, occupazione e sviluppo dell’impresa.

A partire dal Protocollo del 1993, poi con il Testo Unico del 2014 e infine con il Patto per la Fabbrica del 2018, si è sostenuto da più parti che la contrattazione territoriale debba intervenire esclusivamente su materie residuali oppure su temi espressamente delegati dalla contrattazione nazionale.  La contrattazione territoriale dovrebbe invece poter disporre di spazi molto più ampi, fino a diventare una contrattazione territoriale “di perequazione”, ovvero capace di alzare i livelli retributivi per compensare squilibri oggettivi del costo della vita. 

Partecipazione, bilateralità e formazione: la proposta della CISL

Se la contrattazione territoriale rappresenta uno degli strumenti che la CISL può utilizzare nel contesto della frammentazione del lavoro, il tema della partecipazione costituisce il punto più evidente di continuità tra la cultura originaria e le proposte avanzate oggi. L’intervento di Emmanuele Massagli (Presidente della Fondazione “Ezio Tarantelli”) ha mostrato chiaramente come la legge sulla partecipazione promossa dalla CISL sia il naturale sviluppo della sua tradizione.

Da sottolineare il rilievo fornito dalla legge alla necessità di estendere la partecipazione oltre il perimetro della grande impresa. La questione è decisiva in un Paese caratterizzato da un sistema produttivo fondato prevalentemente su piccole e medie imprese. In questo contesto, la partecipazione non può limitarsi ai modelli classici della grande industria, ma deve trovare strumenti adattabili a realtà produttive molto più frammentate. Da qui il ruolo attribuito agli enti bilaterali, alla formazione territoriale e ai sistemi mutualistici, che rappresentano forme di cooperazione già consolidate in molti settori, dall’artigianato al commercio.

La bilateralità emerge quindi come possibile strumento sociale capace di estendere welfare, formazione e protezione anche a lavoratori impiegati in aziende troppo piccole per provvedervi autonomamente. Vi è dunque una linea di continuità tra il mutualismo storico prima richiamato e le forme di partecipazione e welfare territoriale. 

Sul punto viene  segnalata una criticità significativa relativa al trattamento fiscale del welfare erogato tramite enti bilaterali. A differenza del welfare riconosciuto direttamente dall’azienda ai sensi dell’art. 51 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR), quello erogato attraverso gli enti bilaterali infatti subisce un trattamento fiscale meno favorevole, finendo per penalizzare proprio quegli strumenti collettivi e territoriali che il sistema della bilateralità vorrebbe rafforzare.

Altro elemento centrale è quello della formazione. Occorre infatti fornire nuove conoscenze e competenze sul piano contrattuale per affrontare le trasformazioni del lavoro in atto. Non è un caso che tale elemento sia precisato espressamente dalla legge sulla partecipazione (art. 12, della legge n. 76/2025); il che rinvia al ruolo storico del Centro Studi di Firenze come luogo di formazione della classe dirigente sindacale. La formazione rappresenta infatti la condizione necessaria per rendere effettiva la partecipazione.

Vi è d’altro lato la necessità di superare una lettura rigidamente gerarchica dei livelli di contrattazione, anch’essa figlia di un’impostazione novecentesca delle relazioni industriali. I livelli confederale, nazionale, aziendale e territoriale non devono essere interpretati in termini di subordinazione reciproca, ma come strumenti capaci di coesistere e adattarsi alle diverse caratteristiche del sistema produttivo. In un’economia sempre più differenziata e frammentata, appare quindi naturale che la contrattazione territoriale e quella aziendale crescano come ambiti di specializzazione e risposta concreta ai problemi specifici dei territori e delle imprese.

La prospettiva della CISL non consiste in un ritorno nostalgico a modelli del passato. Piuttosto, emerge il tentativo di adattare strumenti storici, quali bilateralità, mutualismo, territorialità e formazione, a nuove condizioni produttive e sociali. Partecipazione e formazione diventano così elementi attivi di trasformazione, oltre che di adattamento, rispetto ai cambiamenti che investono il mondo del lavoro contemporaneo.

Una tradizione per governare il cambiamento

Il seminario ha mostrato come la riflessione sulla storia della CISL non sia un esercizio di memoria interna, ma un modo per interrogarsi sulle sfide del presente.

Il filo che ha legato i diversi interventi è proprio questo: la CISL possiede una tradizione che può ancora parlare al futuro perché nasce da una cultura sindacale attenta al territorio, alla persona e alla cooperazione sociale. 

D’altro lato, come ha ribadito il Segretario Confederale Cisl, Giorgio Graziani, nelle sue conclusioni, occorre affermare “il diritto” di ogni lavoratore alla contrattazione decentrata.

Gli strumenti della tradizione CISL devono essere adattati a un contesto profondamente mutato, segnato da quelle transizioni economiche, tecnologiche, demografiche e produttive sulle quali il Centro Studi, attraverso la formazione, sta già lavorando. La trasformazione digitale, l’invecchiamento della popolazione, la ridefinizione delle filiere produttive, la frammentazione del lavoro e le nuove tensioni internazionali stanno infatti modificando profondamente il rapporto tra impresa, territorio e lavoro. In questo scenario, la legge sulla partecipazione promossa dalla CISL rappresenta un tentativo di rendere attuale una cultura sindacale fondata sulla corresponsabilità, sulla formazione e sul coinvolgimento dei lavoratori.

Resta però una condizione essenziale: la valorizzazione dei territori non può trasformarsi in frammentazione. Perché la territorialità diventi davvero una risorsa, deve inserirsi dentro una visione più ampia, capace di collegare sviluppo locale, corpi intermedi e interesse nazionale.