Il convegno promosso dalla Fondazione Ezio Tarantelli, insieme alla Fondazione Giulio Pastore e alla Fondazione Corazzin, con il patrocinio del CNEL che ne ha ospitato i lavori, riporta al presente la lezione di una donna che non separò mai le istituzioni dalla vita concreta delle persone.
“Ci sono personalità che appartengono al loro tempo. E altre che riescono ad andare molto oltre.” Con questa distinzione Daniela Fumarola ha aperto, e in un certo senso già racchiuso, il senso del convegno che il 9 luglio la Fondazione Ezio Tarantelli, insieme alla Fondazione Giulio Pastore e alla Fondazione Corazzin, ha dedicato a Tina Anselmi, con il patrocinio del CNEL che ne ha ospitato i lavori, cinquant’anni dopo la sua nomina a ministro del Lavoro. Non un’eredità da custodire in una teca, ha detto la segretaria generale della Cisl chiudendo i lavori, ma un metodo che “continua a interrogare ciascuno di noi”. È da questa domanda, più che dalla cronaca della giornata, che vale la pena ripartire.
Il 29 luglio 1976 Tina Anselmi diventa la prima donna a guidare un dicastero della Repubblica italiana. Come ha ricordato il presidente del CNEL Renato Brunetta aprendo i lavori, non vi arriva “dall’alto”, ma “dal basso”, dopo una vita spesa tra le filande venete, il sindacato, l’insegnamento. È un dettaglio che il convegno ha restituito con insistenza, perché è la chiave che spiega tutto il resto: per Anselmi il lavoro non fu mai materia amministrativa, ma esperienza vissuta prima di essere governata. “Mi sono portata dietro quell’esperienza”, diceva lei stessa ricordando le operaie tessili conosciute prima della politica — una frase che Fumarola ha scelto di rileggere come la cifra di un intero percorso pubblico.
A introdurre i lavori, prima ancora dell’inquadramento storico di Pitteri, è stato Emmanuele Massagli, presidente della Fondazione Ezio Tarantelli, che ha spiegato la genesi stessa dell’iniziativa: nata da un suggerimento di Daniela Fumarola e pensata come primo appuntamento di un percorso che porterà al 2028, cinquantenario della riforma sanitaria firmata dalla stessa Anselmi in qualità di ministra della Sanità. E proprio Massagli, a chiusura della mattinata, ha offerto una chiave di lettura che tocca il nodo più profondo dell’eredità di Anselmi: la sua frase più nota, “Per cambiare bisogna esserci”, il XIX Congresso confederale della Cisl l’ha volutamente ribaltata in “Esserci per cambiare” – essere, cioè, presenti a se stessi anche per cambiare il proprio modo di essere. Se non c’è questa disponibilità al cambiamento di fronte alla realtà, – è la considerazione di Massagli – si è ideologici e non si è costruttivi”.
Il metodo della mediazione e della responsabilità
Il convegno ha insistito su un punto che va oltre il primato simbolico della “prima donna ministro”: il modo in cui Anselmi ha interpretato quel ruolo. Fumarola l’ha definita “una ministra della composizione”, che non usava il dicastero per contrapporre lavoro e impresa, pur sapendo che il conflitto esiste, ma per ricondurlo “entro regole condivise”. Lo storico Mauro Pitteri, curatore del fascicolo dedicato ad Anselmi presentato in occasione del convegno, ha ricostruito il modo concreto in cui questo metodo prese forma nei primi mesi al ministero: la vertenza dei braccianti agricoli, ancora legati al patto colonico, quella dei piloti Alitalia, quella del commercio. Vertenze diverse, risolte tutte con lo stesso approccio — ascoltare le parti, cercare una mediazione reale, non sottrarsi alla responsabilità della decisione finale.
È un filo che arriva fino a Yale e all’università di Trento, dove Anselmi tenne due interventi ripresi al convegno da Carole Beebe Tarantelli: pagine sui rischi per la democrazia — dalla sostituzione della rappresentanza politica con quella degli interessi economici, alla fragilità dei corpi intermedi – che, ha osservato Beebe Tarantelli, “potevano essere scritte oggi”. Non è un caso che proprio su questo punto Fumarola abbia richiamato il pensiero di Ezio Tarantelli: entrambi, ha detto, “rifiutavano l’idea che il conflitto fosse destinato a rimanere l’unico linguaggio possibile tra interessi diversi”.
Essere la “prima”: lo scarto tra principio e realtà
Il convegno non ha evitato di misurare la distanza tra il 1976 e oggi. La ministra del Lavoro Marina Calderone, intervenuta subito dopo Brunetta, ha definito la legge 903 del ’77 sulla parità di trattamento “ancora straordinariamente moderna”, collegandola al più recente Decreto Primo Maggio sul salario giusto. Ma è stata soprattutto Maria Pia Garavaglia a fissare il dato che rende meno rassicurante l’anniversario: ottant’anni dopo l’articolo 51 della Costituzione, le donne guadagnano ancora, a parità di occupazione, circa un quarto in meno degli uomini. Una domanda che Valentina Magrin, nipote di Anselmi e presidente dell’associazione a lei intitolata, ha reso esplicita chiudendo il proprio intervento: “Sono passati cinquant’anni dalla sua nomina a ministro ma alcune domande restano aperte: quanto è dignitoso oggi il lavoro? Quanto è libero? Quanto è giusto? Quanto permette ancora alle persone di costruire un progetto di vita?”
Dal patto sociale all’intelligenza artificiale
È su questo crinale — tra eredità e attualità — che il convegno ha trovato il suo passaggio più utile a un lettore di oggi. Annamaria Parente – un lungo percorso cislino e un’importante esperienza da parlamentare, prima dell’attuale impegno nella Fondazione Tarantelli – ha collegato la visione di Anselmi al capitolo sull’intelligenza artificiale dell’enciclica Magnifica Humanitas, su cui nella stessa giornata l’Esecutivo Cisl si è riunito in sessione di studio: la persona, non la tecnica, al centro del lavoro. Fumarola ha ripreso lo stesso filo affidandolo direttamente ad Anselmi: di fronte alla trasformazione prodotta dall’IA, “non esiste qualità dello sviluppo senza qualità del lavoro”, e quella qualità “non nasce mai spontaneamente”, va costruita “attraverso regole, contrattazione, partecipazione”. Da qui il richiamo alla piattaforma unitaria presentata da Cgil, Cisl e Uil e alla proposta di un Patto sociale stabile tra governo e parti sociali, non convocato solo nelle emergenze.
Una strada, non un monumento
Il convegno ha restituito, attraverso voci diverse — la memoria familiare di Magrin, la ricostruzione storica di Pitteri, la testimonianza di Garavaglia e Beebe Tarantelli, l’attualizzazione di Parente e Calderone — un’immagine di Anselmi lontana dalla retorica celebrativa: una donna che, ha detto Fumarola in conclusione, “non cercava il consenso facile” e “considerava ogni incarico una responsabilità verso gli altri”. È forse questa la ragione per cui, cinquant’anni dopo, il modo migliore di ricordarla non è fissarne l’immagine, ma tornare a una frase che Anselmi stessa amava ripetere, alle filandiere venete del dopoguerra come alle proprie nipoti: “Nessuna vittoria è irreversibile. Dopo aver vinto possiamo anche perdere, se viene meno la nostra vigilanza”. Non un monumento, dunque, ma un cantiere ancora aperto — e la responsabilità, ha ricordato lei stessa, di prendersene ogni giorno una parte.