Sembra un paradosso, specie se guardiamo al dibattito pensionistico in corso nel nostro Paese, schiacciato tra le proposte di nuove quote per l’accesso alla pensione, i blocchi all’incremento dei requisiti e i bonus per prolungare le carriere nelle loro fasi finali. Eppure, in Germania, lo sguardo dei decisori politici e degli addetti ai lavori in campo previdenziale si è improvvisamente spostato su chi la pensione ancora non sa cosa sia, ma prima o poi dovrà inevitabilmente farci i conti. Si tratta dei giovani, o – sarebbe meglio dire in questo caso – dei giovanissimi.

Il Governo guidato da Friedrich Merz ha infatti inserito, nell’ambito del proprio programma di governo e tra le misure al centro della possibile prossima riforma delle pensioni, la cosiddetta Frühstart-Rente, un termine che, tradotto letteralmente, significa “pensione anticipata”.

Ed è qui che scatta, comprensibilmente, l’equivoco per il lettore italiano, abituato a interpretare l’aggettivo “anticipato” come sinonimo di uscita precoce dal lavoro rispetto ai requisiti ordinari di accesso. In realtà, la proposta tedesca punta esattamente nella direzione opposta: non anticipare la fine della carriera, ma l’inizio del percorso previdenziale, cominciando a costruire una pensione fin dall’infanzia, con risorse pubbliche e capitalizzazione di lungo periodo.

Nei prossimi mesi si capirà se questa misura entrerà in vigore o resterà una semplice “provocazione”, pensata per attirare l’attenzione sull’accidentato sistema pensionistico tedesco, oggi stretto – al pari di quello italiano – tra la morsa dell’invecchiamento della popolazione e la (in)sostenibilità dei conti pubblici. Resta il fatto che, al di là della fattibilità, il segnale politico e culturale è forte: riportare al centro del discorso previdenziale chi, di solito, ne è del tutto assente.

Proprio per questo, vale la pena di provare a comprendere i principali aspetti su cui si sviluppa la proposta, che punta a istituire una vera e propria “paghetta” in vista della vecchiaia dei futuri pensionati.

Secondo quanto finora illustrato dal Governo tedesco, la Frühstart-Rente prevede l’apertura automatica di un conto previdenziale individuale per ogni bambino al compimento dei sei anni d’età, su cui lo Stato verserebbe dieci euro al mese fino al raggiungimento della maggiore età. Un capitale iniziale, questo, destinato ad essere investito in strumenti finanziari diversificati e a capitalizzare nel tempo.

L’obiettivo – ed è facile capirlo guardando alle cifre e al periodo di intervento – non è ovviamente quello di garantire agli interessati una rendita significativa, bensì quello di promuovere sin da subito nei più giovani una logica di risparmio e investimento di lungo periodo.

Il fine, insomma, riporta inevitabilmente all’educazione previdenziale, quella particolare branca dell’educazione finanziaria che pone al centro le scelte finanziarie di lungo periodo dei cittadini, con l’intento di supportarli nella costruzione – sin dall’età più giovane – del proprio futuro pensionistico. Un campo, questo, in cui si gioca attualmente una partita fondamentale per evitare che le diseguaglianze presenti nel mercato del lavoro di oggi si ripercuotano in altrettante (e ulteriori) disparità di trattamento nel futuro previdenziale dei pensionati di domani.

Sul piano tecnico, la Frühstart-Rente si colloca in una posizione intermedia rispetto alla tradizionale distinzione tra primo e secondo pilastro previdenziale. Non si tratta infatti di una riforma del sistema pubblico (primo pilastro), né di un classico fondo di previdenza aziendale o volontaria (secondo e terzo pilastro). È piuttosto una forma di capitalizzazione collettiva con contributo statale iniziale, ma con gestione di mercato, e quindi vicina ai meccanismi tipici della previdenza complementare.

A chiarire questo aspetto è il Sachverständigenrat zur Begutachtung der gesamtwirtschaftlichen Entwicklung (il Consiglio degli esperti economici tedeschi) che, in un Policy Brief pubblicato nel 2024,[1] illustra il programma come una misura di risparmio sostenuta dallo Stato, ma affidata a fondi di investimento privati regolamentati (Ucits), sottoposti a vincoli di diversificazione, liquidità e limiti sui costi di gestione.

Secondo questo modello, tutti i bambini che compiono sei anni dovrebbero essere iscritti automaticamente al programma, mentre i versamenti pubblici (pari appunto a dieci euro al mese per dodici anni) confluiscono in fondi a basso costo e ampiamente diversificati, composti in prevalenza da azioni, secondo criteri di trasparenza e contenimento delle spese amministrative. Il capitale accumulato rimarrebbe così vincolato fino alla maggiore età, senza possibilità di prelievi anticipati, proprio per preservare la finalità previdenziale di lungo periodo. Il modello prevede inoltre che – una volta divenuto maggiorenne – il titolare possa trasferire le somme in un piano pensionistico privato, proseguendo l’accumulo nel tempo.

In questo senso, la Frühstart-Rente diventa un vero e proprio ponte tra la garanzia pubblica e la previdenza individuale, valorizzando contemporaneamente risorse statali e strumenti di mercato, nell’ottica di garantire tutele pensionistiche più ampie e diversificate al termine della carriera.

In attesa di capire quale sarà l’esito concreto del dibattito tedesco, la proposta di una “pensione per bambini” offre comunque una lente utile per riflettere su alcune criticità del nostro sistema previdenziale italiano, chiamato a guardare, al pari della Germania, non solo alle pensioni attuali, ma anche a quelle future.

Sul sistema pubblico si è già anticipato nelle righe introduttive come l’attuale dibattito previdenziale resti schiacciato in una logica di breve periodo, tra quote e finestre di accesso, che sembrano comunque impensabili da raggiungere per coloro che si affacciano oggi al mercato del lavoro, e sono sempre più soggetti a carriere frammentate e discontinue. Risulta emblematico, in questa prospettiva, che le proposte più ambiziose – come quella di introdurre una pensione di garanzia per i giovani con carriere discontinue – vengano puntualmente riproposte nei tavoli di confronto tra governo e parti sociali, ma finiscano in un cassetto al momento di individuare le coperture, come accade con ogni legge di bilancio.

A fronte di queste criticità del primo pilastro, diversi osservatori sottolineano che il vero canale per rafforzare la tutela delle nuove generazioni non può che essere quello della previdenza complementare. Ma anche qui, a ben vedere, le criticità restano numerose.

Se si osservano i dati italiani, emerge chiaramente come la previdenza complementare resti ancora lontana dal rappresentare, soprattutto per i più giovani, un canale di tutela realmente diffuso. Tra i quasi dieci milioni di iscritti ai fondi pensione rilevati dalla Covip nel 2024, la fascia fino ai 34 anni rappresenta appena il 19,9% del totale, sebbene in crescita rispetto al 17,6% del 2019. Ancora più contenuta è la quota dei giovanissimi (under 20), pari al 2,7%: si tratta di circa 269.000 individui, quasi tutti iscritti a forme pensionistiche di mercato, le uniche accessibili anche ai non lavoratori.

È vero che su questi numeri pesa, in parte, la minore partecipazione dei giovani alla forza lavoro: secondo i dati Covip, solo il 29,9% tra i 15 e i 34 anni risulta iscritto a un fondo pensione, contro il 34% nella fascia 35-44 e il 36,3% in quella 45-54. Tuttavia, anche una volta entrati nel mercato del lavoro, la propensione all’adesione resta più bassa. La fascia 25-34 anni, ad esempio, mostra un tasso di attività del 75,6%, ma una partecipazione alla previdenza complementare inferiore di quattro punti percentuali rispetto alla classe immediatamente successiva (35-44 anni). Queste differenze finiscono così per amplificare i divari già presenti nel mercato del lavoro, producendo inevitabilmente effetti anche in termini di disuguaglianze previdenziali future.

Del resto, in un sistema che si fonda sulla volontarietà delle adesioni, l’assenza di incentivi normativi specifici per i giovani contribuisce a spiegare la scarsa diffusione della previdenza complementare. L’unico intervento legislativo di rilievo in questa direzione resta quello introdotto dal D.Lgs. n. 252/2005 (art. 8, c. 6), che prevede per i primi cinque anni di partecipazione un regime di deducibilità fiscale dei contributi più favorevole rispetto a quello ordinario. Misura utile ma isolata e che, da sola, non è bastata a generare una svolta.

Tuttavia, al di là del pur rilevante fattore economico, si aggiunge un altro nodo, di pari rilievo: la scarsa consapevolezza, da parte dei potenziali aderenti, delle opportunità offerte dalla previdenza complementare. Le più recenti rilevazioni evidenziano come una larga parte dei cittadini dichiari di conoscere poco o nulla del funzionamento di questi strumenti e dei benefici che ne derivano. Il quadro appare ancor più critico tra i più giovani, spesso privi non solo delle risorse economiche necessarie per iniziare a risparmiare nelle prime fasi della carriera, ma anche degli strumenti informativi indispensabili per compiere scelte previdenziali consapevoli.

In questo quadro, la proposta tedesca della Frühstart-Rente – al di là dei suoi possibili sviluppi concreti – ha comunque il merito di spostare l’attenzione su un punto decisivo: riportare l’educazione previdenziale e la costruzione del futuro pensionistico dei più giovani al centro del dibattito. Accendere, insomma, un faro che sarebbe utile proiettare anche sul dibattito italiano.


[1] V. Grimm et al., A starting capital for children in Germany, German Council of Economic Experts Policy Brief, 3/2024.