Negli ultimi anni i centri di ricerca e gli osservatori specializzati sui conflitti e la sicurezza internazionale hanno registrato e documentato un aumento degli investimenti in armamenti, delle guerre e dei conflitti armati e conseguentemente delle vittime. La carneficina che si sta consumando in Palestina e in Ucraina è sotto gli occhi di tutti, ma la violenza è all’ordine del giorno in diversi Paesi e continenti: Myanmar, Pakistan, Afghanistan, Sahel, Sudan, Corno d’Africa, Haiti, Venezuela, Messico, ecc. Inevitabile dunque tornare a dibattere di guerre, tanto più in un momento in cui in Europa si riattiva la paura del nemico russo e le istituzioni europee decidono di rilanciare l’investimento in armamenti e si cerca di normalizzare nell’opinione pubblica la prospettiva del conflitto militare.
Nel dibattito attuale sulla prospettiva della guerra c’è tuttavia una questione che si tende a lasciare sullo sfondo, mentre dovrebbe essere messa al centro dell’analisi e della discussione. Ovvero il fatto
che la guerra sia sostanzialmente un’impresa maschile. Questo non significa che le donne non vi partecipino, o che in forme diverse non la sostengano. Ma significa concretamente che la guerra è pensata, organizzata, finanziata, equipaggiata, armata, combattuta, narrata, commentata e celebrata soprattutto da uomini. Con questo non intendo affatto dare adito all’idea che ci sia qualcosa di “naturale” o di istintuale nella storica propensione maschile alla guerra. I conflitti bellici sono attività molto complesse che prevedono grandi investimenti economici, ampie ricerche e sperimentazioni tecnologiche, un processo continuo di produzione su base industriale di armi, suppellettili e tecnologie di supporto, sistemi logistici e organizzativi articolati e diffusi, un apparato direttivo e una catena di responsabilità e di ordini dall’alto verso il basso, e un sistema di informazione e comunicazione altamente sofisticato, ecc. Si tratta dunque di un complesso sistema socio-culturale istituito con funzioni specifiche e finalità continuamente aggiornate. È chiaro che in questo sistema sono impiegate anche molte donne e che negli ultimi anni la presenza delle donne nelle forze armate è in crescita.[1] In Italia la componente femminile nelle forze ha superato il 7%, in Gran Bretagna l’11,9%, in Germania l’12,1%, in Francia al 16,1%, in Norvegia e in Ungheria il 20%. Tale percentuale diventa più forte in contesti particolari come l’Ucraina, dove secondo i numeri del ministero della Difesa[2] si registrano circa 43 mila donne nei ranghi dell’esercito pari al 20% e con un aumento di almeno il 40% rispetto al periodo precedente l’invasione russa. Mentre in Israele dove esiste una leva femminile obbligatoria le donne rappresentano complessivamente il 40% delle forze armate.
Molte istituzioni e commentatori descrivono queste percentuali come una discriminazione e un portato della cultura patriarcale, assimilando quello dell’esercito e delle forze armate a uno dei tanti ambienti elitari storicamente occupati principalmente se non esclusivamente da maschi, come le imprese, le università o le istituzioni politiche.
Una lettura di genere dell’impresa bellica
Tuttavia, ci sono molti elementi convincenti per inquadrare e considerare in maniera differente un fenomeno sociale come quello dell’impresa bellica dal punto di vista di genere.
Per cominciare, diverse studiose e studiosi (per es. Ehrenreich, 1998 e Goldestein, 2004) hanno notato che c’è una sorta di circolarità che connette storicamente la costruzione del genere e la costruzione della guerra. Il combattimento, la violenza, l’uso delle armi sono attività non semplicemente “associate” ai maschi, quanto piuttosto attività che contribuiscono alla definizione e al riconoscimento della virilità e dell’identità maschile. In molte culture e società la partecipazione alle imprese belliche, se non direttamente l’uccisione del nemico, è stato un aspetto centrale dei riti di iniziazione e di ingresso nel mondo degli uomini. Il combattimento è dunque stato concepito come un aspetto centrale del percorso di individuazione del maschio adulto, o come l’ha definito Joanna Bourke, un’iniziazione maschile “al potere di vita e di morte” (Bourke, 2001, p. 23). Non è dunque un caso che la connessione tra maschilità, forza, eroismo guerriero, sia un aspetto centrale dell’immaginario mitologico, letterario e cinematografico dai poemi omerici fino ai blockbuster hollywoodiani.
Più in generale la dimensione della guerra è un aspetto cruciale della definizione dei ruoli di genere che ha segnato l’organizzazione di molte società e lo sviluppo psicologico di molti individui. La guerra è stata narrata e concepita come un laboratorio di cameratismo maschile e di affermazione della maschilità.
L’educazione dei bambini e delle bambine, l’avviamento al gioco, alla gestione delle emozioni, all’espressione del dolore, al riconoscimento della vulnerabilità, alla competizione fisica, si prolunga nella ginnastica e nelle diverse discipline sportive fino all’addestramento militare. Il maschio è stato storicamente accompagnato a plasmare il proprio corpo e le proprie emozioni nella cornice di una durezza e insensibilità ed in funzione di un processo di competizione e di affermazione sugli altri.
La differenza rispetto alla partecipazione alla guerra da parte di uomini e donne è dunque profonda non soltanto in termini numerici, ma soprattutto in termini simbolici. La guerra è sempre stata un dispositivo potente di costruzione della virilità. I maschi si prestano all’impresa bellica per dimostrare di essere “veri uomini” o “più uomini” degli altri, dei nemici non a caso femminilizzati, svirilizzati o deumanizzati. Diversamente, le donne possono tutt’al più rivendicare di entrare nell’esercito per dimostrare di poter essere “al pari degli uomini”, ma la partecipazione all’impresa bellica non le rende “più donne” o più “femminili” perché per millenni la femminilità è stata associata a valori, attributi e ruoli del tutto differenti se non opposti (di cura, di relazione, di accudimento, di supporto, ecc.).
Non si tratta solamente di una questione psicologica o psico-sociale, ma il fatto che fin dall’antichità al guerriero e ai militari era attribuita una funzione sociale e con ciò un ruolo preciso all’interno dell’organizzazione sociale e di genere, ovvero una gerarchia tra uomini e tra uomini e donne. La guerra è sempre stata un’attività connessa all’affermazione e alla giustificazione sociale di una casta o di una élite di guerrieri. E ancora oggi in molte nazioni, negli Stati Uniti, come in America Latina, in Europa come nel Maghreb, l’esercito rappresenta un player cruciale della vita sociale e politica del Paese.
La guerra, dunque, presuppone e riafferma una specifica organizzazione della società in tutti i suoi aspetti – sociali, economici, politici, formativi ed educativi – macro e micro.
In quanto impresa maschile, l’impresa bellica rappresenta una mobilitazione simbolica che supporta un certo modello di virilità. Dalle forme più arcaiche di razzia, di violenze sessuali, di messa in schiavitù, tassazione e controllo del territorio, la guerra ha sempre rappresentato un potente dispositivo di affermazione di potenza e di status, ovvero di conservazione e riaffermazione della gloria e del prestigio maschile. La stessa esibizione per esempio nelle parate, delle divise, delle armi, della potenza militare è un tipo di comunicazione al tempo stesso verso l’interno e verso l’esterno. Si propone di rafforzare l’idea di forza e autorità al proprio interno, come al mondo esterno verso avversari reali o presunti. In qualche misura la guerra è dunque contemporaneamente funzione di asimmetrie sociali ma anche il dispositivo di riproduzione e riaffermazione di quelle asimmetrie, diseguaglianze e posizioni di potere. Da questo punto di vista la difficoltà di condurre trattative di pace attraverso mediazioni, rinunce, arretramenti va letta come paura e percezione di quella che può essere considerata una perdita di autorevolezza interna e di credibilità e rispetto internazionale.
Lo stupro e le violenze sessuali come dispositivo trasversale
Da un altro lato, come ho cercato di documentare più analiticamente altrove (Deriu, 2025, pp. 391-397), rileggere la guerra dal punto di vista dello stupro e delle violenze sessuali, spalanca una visione e una comprensione differente da quella dei tradizionali paradigmi interpretativi a cui siamo abituati. In particolare, la classica diade Amico/Nemico al centro della riflessione sulla guerra di Carl Schmitt come presupposto della stessa politica (Schmitt, 1972). La violenza sessuale infatti rappresenta, non soltanto un tratto ricorrente di tutti i conflitti armati ma, una dimensione che attraversa trasversalmente i fronti di guerra (la contrapposizione amico-nemico), ma anche la distinzione tra tempi di guerra e tempi di pace. Che il ratto delle donne ed il loro stupro come prede o trofei di guerra siano fin dal mito al centro delle imprese belliche non è una novità. Ma l’aspetto che normalmente non si considera è che la dimensione del militarismo e della violenza bellica sembra aumentare ed amplificare questo fenomeno in tutte le direzioni. Tra i casi più documentati,[3] da questo punto di vista si possono citare gli stupri commessi dall’esercito giapponese a Nanchino durante la seconda guerra sino-giapponese tra il dicembre 1937 e il gennaio 1938; le cosiddette “marocchinate”: gli ampi e ripetuti episodi di violenza fisica e sessuale su intere popolazioni locali commessi dai “goumier” marocchini dell’esercito francese durante la campagna d’Italia del 1944; le violenze organizzate nei “campi di stupro” e di gravidanza forzata o nelle “stanze delle donne” perpetrate dai nazionalisti serbi durante la guerra in Bosnia (1992-95); lo stupro su base etnica fu riproposto e riutilizzato sistematicamente ancora durante il genocidio in Rwanda nel 1994 in particolare contro le donne tutsi. Si tratta dei casi più noti, ma il fenomeno è presente in tutte le guerre e i conflitti armati comprese l’invasione in Ucraina e il conflitto in Palestina. Come ha scritto recentemente Sofi Oksanen «La violenza sessuale traumatizza e spezza famiglie intere comunità per generazioni, cambiando la struttura demografica di un territorio» (Oksanen, 2024, p. 18).
Ci sono anche molti casi noti nei quali le violenze sessuali e gli stupri sono stati usati come parte di una strategia repressiva e del terrore contro l’opposizione o i movimenti di resistenza come è avvenuto in Algeria, in Turchia (in particolare contro le donne curde), in Perù, in Guatemala, nel Kashmir, ad Haiti, in Egitto, in Iran.
La questione si fa ancora più ingarbugliata se si considera il fatto che sono ampiamente documentate violenze sessuali anche nella cornice delle missioni militari “di pace” (per esempio in Somalia, in Mozabico, in Kosovo, in Libano).
Infine, forse è meno noto, ma altrettanto significativo, il fenomeno segnalato da diverse inchieste e ricerche per cui le guerre e le violenze armate producono un aumento delle violenze e degli stupri anche nelle proprie truppe o persino nelle case delle famiglie dei soldati una volta che questi sono tornati dal fronte.
Ad essere violentate e seviziate dunque, non sono solamente le donne del cosiddetto “nemico”, ma anche le donne del proprio Paese, della propria comunità, della propria famiglia. Queste violenze sulle donne dunque attraversano i fronti, bucano le opposizioni tradizionali, mettono in discussione i fronti e le suddivisioni tra pace e guerra e lasciano il dubbio sul fatto che la violenza militare e bellica rappresenti una sorta di lasciapassare per sfruttare e infierire senza troppe remore sul corpo delle donne chiunque esse siano. Ed è significativo il fatto che un’infima percentuale di tutte queste forme di violenza contro le donne sia stata perseguita e condannata. L’impunità è un tratto comune di queste violenze sulle donne e contribuisce a rafforzare queste pratiche.
La guerra potrebbe essere letta dunque, come una forma estrema o “paradigmatica” di uno schema di rapporti gerarchico e di sottomissione tra uomini e donne. In questa cornice, il corpo femminile è visto come una preda, o un trofeo sul quale esercitare – attraverso un corpo maschile che si è fatto duro e insensibile come un’arma – il proprio potere e dominio ribadendo contemporaneamente un atto di sfida e di sottomissione tra popoli e tra generi.
Due grandi sottovalutazioni
Le élites politiche tentano di presentare il ricorso alla violenza come un semplice mezzo da impiegare e orientare ai fini della pace o della giustizia. Ma in questa rappresentazione comune sfuggono due elementi centrali che continuano ad essere sottovalutati con gravi conseguenze.
Il primo è che la guerra non è un semplice strumento che si impiega o non si impiega. L’impresa bellica rappresenta un potentissimo ordinatore sociale al proprio interno, oltre che sui campi di battaglia in termini politici, economici, sociali, educativi. In termini economici è sempre stata legata ad un rafforzamento dei poteri centrali e ad una giustificazione dell’indebolimento della libertà di espressione e di azione (e i vari Putin, Netanyahu chiaramente usano la guerra come strumento di governo), in termini economici ha sempre rappresentato non solo un’enorme estrazione di risorse economiche e finanziarie, ma anche un orientamento complessivo del sistema produttivo ed economico a scapito di altre tecnologie e di investimenti pubblici e privati. Solo per fare un esempio, non è un caso che l’attuale progetto di riarmo europeo ha completamente messo in secondo piano tutta l’enfasi sul Green Deal Europeo. Del resto, le forze armate sono uno dei più importanti soggetti responsabili di emissioni di CO2 e l’aumento della potenza militare oltre che l’uso delle armi non possono che produrre un effetto regressivo sugli obiettivi climatici, un peggioramento della biodiversità e inquinamento degli ecosistemi. In termini sociali l’investimento militare produrrà inevitabilmente tagli o contenimenti verso servizi, sussidi, protezioni ecc. Più in generale il rilancio della leva obbligatoria nel dibattito europeo rappresenta a mio modo di vedere un’ombra minacciosa sulla possibilità di promuovere un modello di educazione verso una maschilità differente. In termini storici l’addestramento alla violenza e ad un certo tipo di maschilità aggressiva, così come la consuetudine all’uso delle armi, la ricerca dello scontro e del confronto fisico, come forma di affermazione di sé, sono aspetti diffusi nelle società ed in particolare tra i giovani maschi di cui si trovano tracce nel fascino verso gli sport di combattimento, nelle gang giovanili, nelle tifoserie violente, nei movimenti politici estremisti e xenofobi, nelle mafie e nella criminalità organizzata, e non da ultimo nella diffusione dei crimini violenti, compresi i femminicidi, nelle generazioni più giovani. Dobbiamo chiederci per quanto tempo i giovani maschi continueranno ad essere educati a comprimere la propria tenerezza ed empatia, a delegare e svalorizzare le proprie capacità di cura, per concentrarsi ed addestrarsi ad un modello di maschilità dura, aggressiva, abituata ad usare le armi e a potenziare le proprie abilità di combattimento.
Il secondo errore è continuare a pensare la violenza bellica come uno strumento controllabile che può essere pianificato ed utilizzato per esercitare il diritto alla difesa o per una guerra “giusta”, anziché considerare la violenza come un dispositivo sociale e internazionale che si sviluppa attraverso dinamiche in larga parte impreviste e incontrollabili dagli stessi attori.
La guerra si fonda su un meccanismo mimetico e di auto-accrescimento, tale per cui una volta scatenata la violenza, nessuno più dei soggetti che l’ha messa in atto risulta più capace di controllarla e amministrarla per davvero.
Come ha notato lo storico Gabriel Kolko facendo un bilancio delle guerre moderne «chi inizia la guerra immancabilmente perde il controllo dei suoi aspetti decisivi» (Kolko, 2005, p. 653).
In altre parole, le guerre sono eventi complessi e incontrollabili, in termini militari, sociali, politici, economici che molto spesso tradiscono le aspettative anche di chi le scatena o producono risultati largamente imprevisti rispetto agli obbiettivi militari di breve periodo. Negli ultimi decenni abbiamo visto una lunga serie di interventi militari in Iraq, Libia, Siria, Afghanistan, Ucraina, Palestina, ecc., condotti in nome della libertà, della democrazia, della giustizia, della lotta al terrorismo o del diritto alla difesa. Ma nessuna di queste avventure militari ha realmente realizzato quello stato di pace e stabilità che avevano promesso. Queste guerre hanno al contrario devastato ambienti e generazioni di persone, hanno aumentato e rilanciato organizzazioni criminali e il terrorismo internazionale e hanno posto le basi per nuove generazioni di combattenti e nuovi cicli di odio e di violenza.
Al di là della retorica e della propaganda, la guerra appare ancora oggi come un’impresa maschile finalizzata ad affermare la propria identità, la propria potenza, perfino il proprio potere personale, in competizione con altri uomini e Nazioni, e a scapito delle donne e dei bambini e dei civili più in generale.
Bibliografia
Bourke J. (2001), Le seduzioni della guerra. Miti e storie di soldati in Battaglia, Roma, Carocci.
De Michele S. (2024), Guerra in Ucraina, la vita al fronte delle donne cecchino, “Euronews”, 08 marzo, 2024, https://it.euronews.com/2024/03/08/guerra-in-ucraina-la-vita-al-fronte-delle-donne-cecchino
Deriu M. (2005), Dizionario critico delle nuove guerre, Bologna, Emi.
Ehrenreich B. (1998), Riti di sangue. All’origine della passione della guerra, Milano, Feltrinelli.
Flores, M., a cura di (2016), Stupri di guerra. La violenza di massa contro le donne nel Novecento, Milano, Franco Angeli.
Goldestein J.S. (2004), War and Gender, Cambridge, Cambridge University Press.
Guenivet K. (2002), Stupri di guerra, Roma, Luca Sassella Editore.
Kolko G. (2005), Il libro Nero della Guerra, Roma, Fazi Editore.
Lilly R. J. (2004), Stupri di guerra. Le violenze commesse dai soldati americani, in Gran Bretagna, Francia e Germania 1942-1945, Milano, Mursia.
Oksanen S. (2024), Contro le donne. Lo stupro come arma di guerra, Torino, Einaudi.
Schmitt C. (1972), Le categorie del politico, Bologna, Il Mulino.
[1] Un confronto sistematico si trova nel #SHEcurity report https://shecurity.info/ che però presenta dati relativi al 2020-21. Le percentuali in alcuni Paesi sono lievemente cresciute, ma i dati qui presentati rimangono comunque piuttosto indicativi.
[2] De Michele S. (2024), Guerra in Ucraina, la vita al fronte delle donne cecchino, “Euronews”, 08 marzo 2024 https://it.euronews.com/2024/03/08/guerra-in-ucraina-la-vita-al-fronte-delle-donne-cecchino
[3] Sul tema degli stupri di guerra si vedano Guenivet (2002), Lilly (2004), Flores (2016), Oksanen (2024).