Il Global Gender Gap Report 2025, presentato lo scorso giugno, analizza ogni anno lo stato attuale e l’evoluzione della parità di genere attraverso quattro dimensioni chiave: partecipazione economica ed opportunità, livello di istruzione, salute e sopravvivenza, empowerment politico.

Giunto alla sua 19esima edizione, la prima nel 2006, il rapporto si conferma un importante strumento di confronto internazionale, grazie al monitoraggio e all’analisi dello stato della parità di genere in 148 Paesi a livello globale, evidenziandone, in alcune realtà, i progressi compiuti per colmare i divari esistenti, in altre il perdurare di criticità.

La fotografia è un mondo, che sebbene in cammino verso il progresso, risulta ancora lontanissimo dal raggiungimento dell’obiettivo “parità di genere”.

I miglioramenti ci sono ma l’andamento è a piccoli passi, si stima infatti che il cammino necessario per traguardare la piena uguaglianza di genere a livello globale sia di 123 anni, che aumentano a 162 se si parla di dimensione politica e diventano 135 per quella economica.

Nel 2025 è stato colmato il 68,8% del divario globale complessivo, in lieve aumento rispetto al 68,4% del 2024, il progresso annuo più significativo dall’inizio della pandemia.

I risultati nel complesso mostrano che i divari nella salute (96,2%) e nell’istruzione (95,1%) sono stati quasi colmati, mentre quelli nell’economia (61,0%) e soprattutto nella politica (22,9%) rimangono ancora ampi.

I primi posti nella classifica di merito, di cui 8 in Europa, confermano ancora una volta in testa e per il sedicesimo anno consecutivo, l’Islanda, seguita da Finlandia, Norvegia, Regno Unito e Nuova Zelanda. Questi Paesi, fortemente accelerati e spinti verso il raggiungimento della parità di genere, nelle aree indicate hanno chiuso più dell’80% del divario.

Nello specifico – degno di lode – l’Islanda colma il divario al 92,6% (fatto salvo che il Paese ha una delle più basse densità di popolazione al mondo); significativo anche l’ingresso della Moldova tra le prime 10. 

Il Nord America guida la classifica regionale con un punteggio medio del 75,8%, trainato da forti risultati nella partecipazione economica (76,1%); notevoli anche i progressi nella rappresentanza politica: dal 2006 il divario si è ridotto di 19,3 punti percentuali. Segue l’Europa (75,1%) con un’elevata performance nella sfera politica (35,4%), dove guida a livello globale e subito dopo l’America Latina (74,5%), con un progresso record di 8,6 punti percentuali dal 2006, è la regione più veloce nel miglioramento della parità di genere, dimostrando che riforme mirate possono accelerare lo sviluppo economico.

Le regioni con i progressi più lenti restano il Medio Oriente e il Nord Africa (61,7%) e l’Asia Meridionale (64,6%) che si posiziona in fondo alla classifica pur avendo triplicato la partecipazione politica femminile rispetto al 2006. Degna di nota nel campione l’Africa subsahariana, sesta con il 68%, mostra un panorama eterogeneo, ma anche casi virtuosi. La partecipazione politica è in forte crescita: le donne occupano il 40,2% dei ruoli ministeriali e il 37,7% dei seggi parlamentari.

La disparità di genere pesa nello sviluppo globale, indebolisce le economie sotto utilizzando metà della popolazione mondiale.

Scendendo in analisi a noi più prossime partiamo dal continente per arrivare al caso italiano. L’Europa si colloca al quarto posto tra tutte le regioni in termini di partecipazione economica e opportunità (68,4%), dai dati risulta inoltre aver colmato il suo divario di parità economica dell’8,6% e in termini di performance il 35,0% del blocco regionale ha colmato tre quarti del divario economico. La dimensione dell’istruzione (99,6%) porta il vecchio continente al terzo posto in classifica, avendo ridotto la disparità educativa pur se di un modesto 1,5 punti percentuali dal lancio del rapporto.

Si registrano lievi progressi nelle iscrizioni all’istruzione primaria e secondaria, con incrementi inferiori a 3 punti percentuali; la parità nell’alfabetizzazione, al contrario, è diminuita di 0,1 punti percentuali.

In perdita e collegata alla diminuzione della parità nell’aspettativa di vita in buona salute di -2,6 punti percentuali, risulta essere salute e sopravvivenza (96,9%), dimensione nella quale l’Europa perde 1 punto percentuale; di contro possiamo vantare il punteggio più alto in termini di empowerment politico, con il 35,4%; i progressi in questi termini sono quasi il doppio di quelli in termini di partecipazione economica e opportunità, con guadagni dal 2006 rispettivamente di 16,0 e 8,6 punti percentuali. L’Europa inoltre ha il terzo punteggio più alto per la parità ministeriale e il secondo per quella parlamentare, dell’indice 2025, rispettivamente al 55,3% e al 53,3%.

Passiamo adesso al nostro Paese: l’Italia si muove troppo lentamente verso la parità.

L’Italia resta nella seconda metà del ranking globale, superata anche da economie emergenti e si colloca all’85° posto su 148, con un punteggio complessivo di 0,704, in lieve miglioramento rispetto allo 0,703 del 2024 (quando era all’ 87° posto) e si conferma fanalino di coda tra le economie europee.

Nel dettaglio la performance peggiore riguarda la partecipazione economica, l’Italia scende al 117esimo posto, un calo di sei posizioni rispetto al 2024, segnando il risultato più basso tra i Paesi europei; le donne italiane partecipano al mercato del lavoro molto meno degli uomini (41,5% vs. 58,8%) e guadagnano significativamente meno. Solo il 38,8% dei ruoli dirigenziali è occupato da donne.[1]

L’Italia, sul versante dell’istruzione, ha colmato il 99,8% del divario e si qualifica tra le migliori. Infatti, le donne risultano più istruite degli uomini e superano gli uomini sia nel tasso di alfabetizzazione (100%) che nell’iscrizione universitaria (63,5% contro 89,6%), collocando il nostro Paese al 51° posto a livello mondiale. Analogamente, anche l’indice di salute e aspettativa di vita è elevato.

La crescita della leadership femminile è fortemente rallentata, nonostante livelli educativi femminili molto alti, la transizione verso ruoli apicali resta difficoltosa e difficile dal concretizzarsi, dati alla mano. L’Italia continua a evidenziare ampie disuguaglianze soprattutto nell’accesso al lavoro e nei vertici della politica e dell’economia. Le donne coprono il 28,8% delle posizioni apicali, pur rappresentando il 41,2% della forza lavoro. Persistono barriere culturali e strutturali, accentuate da una distribuzione ineguale del lavoro di cura che continua a pesare in modo sproporzionato sulle donne, influenzando i loro percorsi professionali. Il congedo parentale retribuito, ad esempio, dura in media 19,6 mesi per le donne e 13,9 mesi per gli uomini, con effetti a cascata sulla continuità lavorativa e sulle opportunità di carriera.

Massiccia, inoltre risulta essere la diffusione del lavoro part-time involontario (le donne occupano il 49,8% del lavoro part-time contro il 23,5% degli uomini), seguita dalla scarsa diffusione di leadership femminili nelle imprese (solo il 15,3% delle aziende ha una CEO donna), e da una partecipazione ancora bassa delle donne ai settori STEM. In sintesi il quadro che emerge è quello di un Paese che eccelle nel formare capitale umano femminile, ma che non riesce a tradurre questi risultati in occupazione, carriera e leadership politica.

In sintesi, leggendo il rapporto dal macrosistema mondo, al micro –  per così dire – della realtà italiana, si evince come l’essere donna continui a dimostrarsi condizione difficile, perché difficile è avere spazi, difficile è aver voce in capitolo, difficile è avere opportunità in quasi ogni ambito della vita sociale ed economica. Questa arretratezza culturale, nella maggior parte dei casi dovuta ad un’idea retrograda che relega la donna ad una posizione di subalternità e ad un maggior impegno familiare dalla gestione alla cura, si scontra inesorabilmente con l’idea che invece il Global Gender Gap Report 2025 esprime e rafforza nelle sue pagine, sostenendo che la parità di genere è un motore di sviluppo economico e una forza per le economie mondiali.

Non si può leggere nell’obiettivo del raggiungimento della parità esclusivamente un intento sociale perché non è così, non è una crociata, né un grimaldello, né la mera enunciazione di un principio, è un fattore reale che incide direttamente sui rendimenti e l’efficienza economica. In un contesto che vive profondi processi di innovazione tecnologica, conflitti geopolitici ed incertezza economica è strategico e lungimirante pensare che i Paesi che scommetteranno, e alcuni lo hanno già fatto, sui talenti e sul capitale umano femminile, risulteranno essere nella posizione migliore per affrontare questa era di profonda trasformazione e dare una accelerata alla produttività che necessita un mondo in evoluzione.

Quindi l’equazione “a maggior equità corrisponde maggior crescita” soddisfa i risultati del rapporto che ci spinge a colmare quell’ancora esistente divario di genere medio globale, combinato di oltre il 30% nelle quattro aree oggetto dell’indagine, pur riconoscendo le differenze tra i Paesi e valorizzando le eccellenze che oggi hanno, in alcune economie, colmato oltre l’80% del loro divario di genere.

Questi Paesi registrano livelli più alti di partecipazione femminile al lavoro retribuito e una presenza più consistente nei ruoli qualificati con effetti positivi sulla produttività e sulla tenuta dei mercati del lavoro.

L’impegno per la parità di genere deve tradursi in scelte concrete, i dati infatti ci dimostrano che i Paesi dotati di misure avanzate in tema di congedi, istruzione e accesso ai vertici decisionali, reagiscono in maniera più pronta alle crisi, la riduzione del divario di genere risulta contribuire alla stabilità e alla competitività dei sistemi economici.

Concludiamo quindi con una considerazione che nasce spontanea dall’analisi del Global Gender Gap Report 2025: le diversità, e la diversità di genere è sicuramente emblematica, ci impongono di riflettere ed analizzare differenti modi di leggere e vivere i fenomeni rispetto alle condizioni di vita e di lavoro delle persone; la conoscenza e l’esperienza ci arricchisce e ci aiuta nella gestione dei problemi e nelle possibili soluzioni attraverso il dialogo e il confronto, fonti infinite di avvio di piste di analisi e lavoro innovative.

Investire nella parità può aiutare i Paesi a costruire economie più resilienti, prospere e produttive, ma soprattutto società più aperte ed inclusive.


[1] Si rimanda alla consultazione dell’articolo Quel cristallo infrangibile, “Il Progetto”, 4, 2025,  per maggiori dettagli sulla condizione femminile in Italia.