Negli ultimi anni la sostenibilità è passata dall’essere un tema principalmente reputazionale a rappresentare una componente strutturale delle strategie industriali delle imprese. Con l’introduzione della Direttiva europea 2022/2464 sulla Rendicontazione di Sostenibilità Aziendale (CSRD – Corporate Sustainability Reporting Directive), le aziende sono ora chiamate ad adottare gli Standard Europei per la Rendicontazione di Sostenibilità (ESRS – European Sustainability Reporting Standards), integrandoli nelle proprie strategie e rendicontandoli nelle dimensioni ambientale, sociale e di governance, contestualmente al bilancio d’esercizio.

A partire da questo nuovo quadro normativo, il Progetto Europeo ESRS “Gli standard europei di rendicontazione sociale come nuovo strumento per rafforzare il dialogo sociale nelle aziende nell’attuazione della direttiva CSRD e del sistema di reporting ESG”, coordinato da NSZZ Solidarność (Polonia), e con partner, tra gli altri, la CISL Nazionale e la Fondazione Ezio Tarantelli, si è proposto di analizzare in che misura tali strumenti possano rappresentare un’opportunità per rafforzare il dialogo sociale, inclusa la contrattazione collettiva, e quali possano essere eventuali raccomandazioni affinché l’adempimento normativo possa tradursi in un reale processo di governance partecipata.

Per raggiungere questo obiettivo, il progetto ha previsto una fase di ricerca che ha portato alla selezione di trentadue aziende: cinque per ciascun Paese coinvolto, ad eccezione della Polonia, dove le imprese identificate sono state sette. L’analisi si è concentrata sui bilanci di sostenibilità e, in particolare, sugli aspetti sociali in essi trattati. Successivamente, il ruolo effettivamente svolto dai rappresentanti sindacali nella definizione dei contenuti di tali report è stato approfondito attraverso interviste rivolte sia ai referenti aziendali responsabili della loro redazione, sia ai rappresentanti sindacali a livello aziendale, territoriale e settoriale nazionale.

In attesa di una lettura comparativa dei risultati complessivi della ricerca, le evidenze emerse dai cinque casi studio italiani[1] consentono, nonostante l’esiguità del campione, di formulare alcune considerazioni generali e di aprire una riflessione più ampia.

Le aziende oggetto dell’indagine appartengono ai settori metalmeccanico, tessile, agroalimentare e bancario-assicurativo e sono state selezionate e contattate grazie al coinvolgimento delle rispettive Federazioni di categoria della CISL. Si tratta prevalentemente di grandi gruppi multinazionali che, considerato il contesto normativo, ancora in evoluzione, risultano i soggetti maggiormente preparati ad affrontare i nuovi obblighi di rendicontazione.

La Direttiva europea cosiddetta “Stop the Clock”, recepita in Italia attraverso il Decreto Legge 30 giugno 2025, n. 95, convertito nella Legge 8 agosto 2025, n. 118, ha prodotto, infatti, un restringimento dell’ambito di applicazione e uno slittamento temporale degli obblighi previsti dalla CSRD.

Nell’ambito della ricerca, soltanto due aziende risultano attualmente pienamente soggette agli obblighi della Direttiva CSRD. Le altre hanno invece adottato percorsi graduali di allineamento, selezionando autonomamente i temi da sviluppare nei propri report di sostenibilità. Questo suggerisce che il rinvio normativo ha rallentato l’obbligo formale di pubblicazione, ma non ha interrotto i processi già avviati dalle imprese più strutturate, che stanno sperimentando i nuovi modelli di rendicontazione.

Tutte le aziende coinvolte dispongono di una lunga esperienza nella redazione di bilanci di sostenibilità, inizialmente costruiti su base volontaria. Ciò ha favorito la presenza di sistemi consolidati di raccolta dati e di strutture e funzioni interne dedicate alla sostenibilità.

Uno degli elementi più innovativi introdotti dalla CSRD è il principio della doppia materialità: non si considera soltanto il modo in cui i fattori ambientali e sociali incidono sui risultati economici dell’impresa, ma anche l’impatto che l’impresa stessa genera sulla società, sul lavoro e sull’ambiente.

Le aziende analizzate applicano questo principio con livelli diversi di intensità. In molti casi si affidano a società di consulenza esterne per costruire matrici di materialità,[2] benchmark settoriali e processi di consultazione degli stakeholder. Proprio su questo punto emergono differenze rilevanti: cambiano infatti sia i soggetti coinvolti sia le modalità di consultazione. In tre casi il sindacato è esplicitamente indicato tra gli stakeholder; in uno ci si riferisce ai “rappresentanti dei lavoratori” mentre nell’ultimo non ci sono riferimenti specifici.

Questo apre ad una riflessione sulla possibilità per il sindacato, laddove menzionato, di incidere in qualche misura nella definizione delle priorità sociali del report.

Le pratiche aziendali osservate in proposito sono molto differenziate. Alcune imprese, come già evidenziato, coinvolgono i sindacati soprattutto nella fase di analisi di materialità, tramite focus group o questionari online gestiti spesso da consulenti esterni, collocandoli all’interno del più ampio alveo degli stakeholder. Altre aziende non ne prevedono alcun ruolo specifico, richiamando l’assenza di un obbligo normativo. In alcuni casi emerge, inoltre, una preferenza per un coinvolgimento dei sindacati solo successivo alla redazione del report.

Le aziende tendono a ritenere che, attraverso il sistema delle relazioni industriali — in particolare mediante la contrattazione collettiva, il confronto nell’ambito di comitati congiunti su tematiche specifiche e ulteriori opportunità di consultazione (incluse quelle condotte da soggetti terzi ai fini del rilascio di eventuali certificazioni) — il sindacato risulti, seppur indirettamente, coinvolto nella definizione di alcuni contenuti del report.

Dall’analisi emerge, infatti, che molte pratiche relative agli aspetti sociali riportate nei bilanci derivano da accordi sindacali già consolidati. Tra gli esempi più frequenti figurano il welfare aziendale integrativo, i fondi sanitari, la formazione continua finanziata tramite Fondi Interprofessionali, le misure di conciliazione vita-lavoro, gli interventi su salute e sicurezza, le politiche di parità di genere e i premi collegati a indicatori di sostenibilità.

In generale, i rappresentanti sindacali intervistati hanno manifestato interesse a partecipare al processo di redazione dei report, pur con livelli diversificati di attenzione al tema. Tali differenze sembrano dipendere spesso dalla sensibilità personale, dall’interesse delle proprie Federazioni di categoria e, più in generale, dal sostegno offerto dalla Confederazione sindacale di appartenenza.

Il nodo principale in tema di coinvolgimento dei rappresentanti sindacali sembra riguardare, però, le competenze tecniche necessarie a questi ultimi per leggere criticamente i report e verificare la coerenza tra i dati dichiarati e le condizioni reali di lavoro. Su questo punto emerge con chiarezza una richiesta di formazione, anche per ridurre il divario rispetto alle competenze aziendali, spesso rafforzate dal supporto di società specializzate nella redazione dei report. Tuttavia, alcuni intervistati hanno espresso perplessità circa la concreta possibilità per i rappresentanti sindacali aziendali di disporre, nel quadro delle attività quotidiane, del tempo e delle risorse necessari a sviluppare pienamente le competenze tecniche utili per una lettura critica del bilancio di sostenibilità e per un’analisi approfondita di tutte le sue componenti. Questa osservazione sembra suggerire la necessità di una riflessione approfondita per le Organizzazioni sindacali, orientata alla ricerca e sperimentazione di modalità innovative volte a fornire un supporto efficace ai propri rappresentanti, in tale ottica.  

Alla luce dell’analisi dei report e di quanto emerso dalle interviste, rimangono aperte numerose altre questioni di rilievo, tra le quali si evidenziano sinteticamente le seguenti.

Il quadro presentato nei bilanci consolidati riflette effettivamente le diverse realtà dei Paesi in cui opera l’impresa relativamente al ruolo dei sindacati e alle fasi di consultazione e di relazioni industriali? Quale ruolo potrebbero svolgere, in questo contesto, i Comitati Aziendali Europei? E gli Accordi Quadro Internazionali?

I sindacati e i lavoratori che rappresentano possono essere considerati allo stesso modo degli altri stakeholder esterni, oppure il loro ruolo richiede un riconoscimento distinto?

Infine, in che modo il coinvolgimento del sindacato nella redazione dei report può essere valorizzato anche alla luce delle opportunità aperte dall’entrata in vigore, nell’ordinamento giuridico italiano, della legge 15 maggio 2025, n. 76, promossa dalla CISL?

Nel complesso, lo studio lascia aperta la domanda iniziale relativa alla possibilità che il bilancio di sostenibilità e gli obblighi derivanti dalla direttiva CSRD possano davvero rafforzare il dialogo sociale.

Le evidenze emerse dallo studio dei casi italiani analizzati sembrano suggerire che relazioni industriali (dialogo sociale) forti e consolidate contribuiscano a rendere il report di sostenibilità più condiviso e, quindi, più aderente alla realtà, anche in assenza di specifiche procedure di informazione e consultazione per la sua redazione.

Affinché l’obbligo normativo si traduca in pratica consolidata, occorre, comunque, una trasformazione culturale, capace di fare del bilancio di sostenibilità non solo uno strumento di compliance, ma anche uno spazio di confronto tra lavoratori, rappresentanze sindacali e management, orientato a reali opportunità di partecipazione. 


[1]Per approfondire i casi studio analizzati è possibile consultare il Rapporto di Sintesi dei casi italiani al seguente link: https://www.fondazionetarantelli.it/wp-content/uploads/2026/04/Prog.-ESRS_Report-di-Sintesi-dei-casi-studio-italiani.pdf

[2]Le matrici di materialità sono le traduzioni in grafica dei risultati dell’analisi di materialità e consentono di determinare la rilevanza dei temi ESG.