Alla fine la questione demografica con i suoi dati immediatamente fruibili e concreti si è imposta al centro del dibattito sullo sviluppo del Paese.
Il gap generazionale condizionato dall’invecchiamento della popolazione e dal crollo delle nascite sembra avere, seppure in clamoroso ritardo, spostato l’attenzione sulla tenuta del sistema, anche se questa è prevalentemente attenzionata dal versante produttivo.
È soprattutto la mancanza di manodopera e di forza lavoro sia generica che specializzata ad allarmare le istituzioni costrette a prendere atto che la tenuta del benessere acquisito dal Paese può diventare un rischio, perché vede compromessa la produzione e quindi la creazione della ricchezza disponibile.
I requisiti fondamentali di uno Stato, crescita e redistribuzione, sono in difficoltà per mancanza di manodopera; un allarme lanciato con determinazione da tutte le associazioni imprenditoriali che da tempo su questo punto richiedono un intervento più importante da parte del Governo.
La questione, oltre al fattore ricchezza, ne evidenzia anche un altro: quello dello spopolamento e della desertificazione del territorio, con l’aggravarsi dell’abitare anche nei contesti urbani.
La tenuta demografica è l’evidenza di un’emergenza che potrebbe aggravarsi e tendere al declino vero e proprio di gran parte del territorio, sia nelle cosiddette aree interne che rappresentano il 25% della popolazione e il 60% del territorio, sia nelle metropoli e nella città diffusa.
Tutti mondi questi molto condizionati dalla potente innovazione tecnologico-digitale che ne sta cambiando i connotati e gli stili di vita.
La post-modernità sembra mandare definitivamente in soffitta la concezione fordista su cui si erano costruiti modelli, stili, tempi e comportamenti delle comunità sia urbane che rurali e montane.
Il confronto tra il tecno capitalismo e la conservazione, se non genererà uno scontro mortale tra i due sistemi, tenderà a favorire l’affermazione del primo che già in maniera insidiosa ha pervaso l’intero ambito della vita quotidiana.
Questi grandi cambiamenti ormai ben visibili nella quotidianità, sono il segnale evidente del cambio d’epoca del grande reset[1] che sta trasformando le nostre società e soprattutto le nostre vite, rimettendo in discussione le certezze acquisite.
Le scarse risorse, le crisi crescenti, e l’insicurezza del futuro non aiutano a trovare le soluzioni adeguate ad arginare il declino, e con esso il peggioramento delle condizioni generali di vita e di lavoro.
Le politiche messe in atto negli anni, si sono dimostrate insufficienti, inadeguate a rilanciare la crescita, la stabilità demografica, la tenuta solidale delle comunità.
Tutte le leggi di bilancio si sono attestate sul galleggiamento e non hanno trovato la forza di promuovere delle riforme, di fare delle scelte selettive, di agire in profondità sui problemi reali che rallentano lo sviluppo del Paese e ne determinano, le disuguaglianze, l’invecchiamento, la desertificazione.
Il ritardo pesa troppo e rende difficile invertire la tendenza. Le politiche dei servizi per l’occupazione e per la produzione, che sarebbero determinanti, continuano a essere limitate e troppo spesso insufficienti, emergenziali, inadeguate.
Le poche risorse disponibili condizionate dal debito e in prospettiva dalle spese militari, i dazi la fine del Pnrr, unite alla grande evasione fiscale e alla bassa produttività, potrebbero contribuire ad affermare una stagnazione economica con pesanti ricadute in ambito sociale.
Anche la prossima legge di bilancio sarà (e non può essere altrimenti) all’insegna del rigore e della prudenza e indirizzerà le poche risorse disponibili a sostegno di sistema produttivo, welfare, e fisco, senza particolari novità; la previsione di crescita di zero virgola per questo e i prossimi anni ne sono la conferma.
Rifinanziare la consuetudine non aiuterà ad affrontare le emergenze accennate, ridistribuire a pioggia un po’ di risorse, tenendo conto sempre dei grandi capitoli di spesa pubblica (previdenza e sanità), non faranno altro che confermare la continuità e non aiuteranno ad affrontare il futuro e le sue emergenze.
Cosa si potrebbe fare? Molti hanno avanzato delle idee e ci sono in campo alcune proposte, ma si trascura un elemento che forse sarebbe la vera mossa del cavallo: quella che potrebbe rianimare una discussione e attivare gli strumenti per una vera quanto necessaria inversione di tendenza.
Si tratterebbe di provare a pensare altrimenti e mettere al centro i giovani, il vero capitale innovativo, il soggetto capace di agire, fuori dagli schemi.
I giovani: il soggetto sacrificato, quello che pagherà il conto lasciato dalle generazioni precedenti, potrebbe diventare il motore del cambiamento, il portatore dinamico di una nuova visione all’interno di un sistema bloccato dalle rendite.
Allo stato attuale e alle condizioni date, è difficile pensare a riforme strutturali che possano incidere sulla crescita, invertire il declino demografico e magari riuscire a frenare spopolamento e desertificazione.
Le limitate risorse, largamente impegnate nelle azioni abituali, non aiuteranno nessuno sviluppo; al limite favoriranno qualche “rimbalzo del gatto morto”, ma salvo riforme strutturali (es. quelle indicate nel Pnrr) non sembra esserci margine né volontà per invertire la tendenza.
Preso atto della situazione, e considerate le prospettive poco incoraggianti, ben evidenziate dalla demografia, sarebbe augurabile una scossa, e il soggetto giovani, se posto al centro di una nuova visione – attenzione, potrebbe concorrere fattivamente a trovare qualche soluzione e provare ad arginare emergenze che altrimenti sarebbero irreversibili.
Considerare temi come lo studio, Il lavoro, la casa e i servizi, dal punto di vista dei giovani e provare a invertire la politica economica, passando da un sistema puramente assistenziale ad uno proattivo, potrebbe riaprire scenari al futuro e alla speranza.
Tutto ciò avendo consapevolezza che parlare dell’universo giovanile non è per la politica affatto facile, pur essendo materia studiata, è molto trascurata, spesso oggetto di preoccupazione, di reciproca diffidenza e di sfiducia da parte dei giovani che in massa disertano le urne.
Peraltro anche i dati[2] confermano il ritardo nazionale nell’affrontare i temi più strettamente legati alla questione giovanile, evidenziando insufficienze, rischi e ritardi su tre aree fondamentali: l’istruzione, non sufficientemente diffusa, l’elevato rischio di esclusione (i Neet), con divari importanti nella transizione scuola lavoro, tra Nord e Sud; il ritardo nel costruirsi una vita autonoma prevalentemente a causa della precarietà lavorativa, dell’eccessivo costo della vita, della possibilità di trovare un’autonoma abitazione.
Dati che evidenziano un triplo ritardo: formativo, lavorativo e abitativo, molto penalizzante nel confronto con gli altri Paesi europei, in particolare con Francia e Germania.
La fragilità evidenziata trova conferma anche nell’andamento dell’occupazione, dove su un totale di occupati del 61,5% (EU 70,4% ), i giovani 15 -24 sono il 20,4% (EU 35,2%), mentre gli anziani 50-64 sono il 63,4% ( EU 70,6% 55 -64), con oltre 3 milioni di NEET 16,1, 15-29 (media EU 11,75).
Un andamento che conferma il ritardo italiano in materia di occupazione con un altrettanto evidente divario di genere: 12,4%, di cui uomini 51,0%, donne 38,6%, 15-34 anni.[3]
La penalizzazione dei giovani e delle donne nella ricerca di un’occupazione a favore delle fasce più mature e anziane della popolazione conferma la necessità di un impegno sia straordinario sia innovativo; capace di tenere conto dell’evoluzione positiva su questo terreno dell’universo femminile.
Le donne, seppur ancora penalizzate, sono in ascesa irreversibile, e non solo recuperano spazi e terreno, ma sono destinate a condizionare positivamente il nuovo mercato del lavoro nazionale, in Europa sono già una componente importante del lavoro e della produzione, e sono soggetto fondamentale della trasformazione culturale.
Non si fermeranno perché sono più motivate, hanno migliori performance nello studio e nell’acquisizione di nuove specializzazioni e sono più attente alla carriera e a una propria autonomia economica, cui si può ricondurre l’effettiva condizione personale, e la liberazione dalla dipendenza/sudditanza del reddito del coniuge. L’idea fordista dell’uomo che porta il pane a casa, è definitivamente tramontata.
Le donne in primo luogo, insieme ai giovani e ai migranti, potrebbero essere i soggetti del possibile riscatto, gli attori dinamici del cambiamento, dell’auspicabile rivoluzione demografica, del riabitare e rivitalizzare città e territori.
Per dirla con gli studiosi – poco ascoltati – delle politiche giovanili: «gli alibi sono finiti e i rinvii equivalgono a vere condanne», il messaggio che deve arrivare dalla politica e dal sistema Paese deve essere chiaro «tutto ciò che serve ai giovani è la nostra priorità».[4]
Si dovrebbe prima di tutto credere che invertire la tendenza sia fattibile, per poi lavorare sulle possibili soluzioni e sul principale soggetto attuatore.
Le politiche giovanili dovrebbero avere la priorità e diventare uno strumento centrale della rinascita del Paese, i giovani devono poter concorrere attivamente a riscrivere le azioni per realizzare il cambio di paradigma, che invertendo l’inerzia delle cose sia capace di affrontare il futuro e generare speranza, impegnandosi per ridurre il divario generazionale.
L’Europa con la strategia EU per la gioventù[5] ha già attivato le politiche a favore dei giovani e alcuni Paesi stanno già utilizzando strumenti di valutazione d’impatto generazionale (Vig), valutando ambiti e parametri attraverso lo Youth Check, uno strumento di valutazione degli effetti delle politiche sulla popolazione giovanile, già operativo in alcuni Stati membri quali: Francia, Austria, Germania, Belgio, etc.
La strategia mette al centro tre ambiti: la partecipazione (Engage), che si pone l’obiettivo di coinvolgere i giovani attivamente nella vita democratica; la connessione (Connect ), incoraggiare gli scambi tra giovani e territorio, sia a livello locale che continentale; la responsabilizzazione (Enpower), rendere protagonisti i giovani, dare loro strumenti, competenze e fiducia per agire e incidere nei processi decisionali.
Il Cese (Comitato economico e sociale europeo) ha indicato tutte le leggi e gli atti aventi forza di legge, politiche, strategie, programmi, misure, investimenti pubblici, per accertarne l’impatto sui giovani, valutarne la portata e il rischio di violazione dei diritti e di discriminazione.
In Italia purtroppo siamo in ritardo, anche in Pnrr (Next Generation EU) non ha una misura dedicata ai giovani, non abbiamo una legge quadro dedicata e sempre l’Istat[6] evidenzia come nelle aziende la piramide demografica sia spostata verso i cinquantenni e persista un gap salariale per i giovani del 9,1% rispetto ai salari del 2021.
I giovani sono “risorse scarse”, che andrebbero trattate meglio e valorizzate, sono un capitale umano importante, che in molte aziende, grazie alle competenze digitali, stanno migliorando le performance sulla produttività e lo stesso clima aziendale.
Nel restare in attesa di rendere operativa la norma europea, riscontriamo che solo il Comune di Parma e quello di Bologna hanno attivato misure di valutazione dell’impatto generazionale, di attenzione e cura dei diritti e delle politiche giovanili.
Troppo poco!
[1]Il “grande reset” (The Great Reset) è un’iniziativa promossa dal World Economic Forum di Davos nel 2020, con l’obiettivo di stimolare una trasformazione strutturale dell’economia mondiale dopo la crisi pandemica (Shock economy).
[2] Istat dati medi 2023, Eurostat tassi medi 2023 per EU-27.
[3] Ibidem.
[4] Alessandro Rosina, “Vita magazine”, 11 settembre 2025.
[5]La Strategia Europea per la Gioventù (2019 – 2027) è il quadro di riferimento adottato dall’Unione europea per promuovere la partecipazione, l’inclusione sociale e lo sviluppo delle competenze dei giovani in tutti gli Stati membri.
[6] “Sole 240re”, 7 ottobre 2025.