Il più importante piano nazionale per il recupero e rilancio del territorio sembra tirare le conclusioni sull’ambizioso progetto per le cosiddette aree interne (Snai), quelle montane e lontane dalle città.
Il nuovo piano aggiornato e più dettagliato varato dal Governo per gestire questo tema sempre più scottante e attuale sembra aggiungere qualche certezza sul destino di questi territori.
Il famoso progetto Snai, ormai alla seconda edizione, e forte di un ampliamento di nuove 56 aree che si aggiungono alle 72 già riconosciute, nella nuova declinazione del documento ministeriale introduce come nuova strategia “l’accompagnamento alla morte per quei Comuni dove si può riscontrare un cronicizzato declino”.
Il mondo dei Comuni, con in testa l’Anci, come anche numerosi studiosi dello sviluppo territoriale, sono insorti, contestando il cinismo con cui il Ministero della Coesione territoriale, cui è affidato il compito di tenere insieme e valorizzare le diverse realtà territoriali, abbia potuto utilizzare una simile definizione.
Mentre l’Anci e tutto un mondo di ricercatori collegati allo studio del territorio e ai problemi dello spopolamento e del riabitare i luoghi compromessi dal declino demografico, dalla mutazione del modello di sviluppo, dalle crisi climatiche, si indignano e si organizzano, il Ministero a ben vedere non ha fatto altro che prendere atto di una situazione (la cronicizzazione), reale quanto drammatica, che riguarda lo spopolamento e l’abbandono di quei luoghi.
Una situazione ben evidente, frutto di ritardi, negligenze, sottovalutazioni di un problema che si trascina e peggiora da circa quarant’anni.
Al punto in cui siamo e considerati i ritardi, che un numero consistente di paesi e borghi collocati in quelle aree sia destinato a morire è un dato di fatto (tra mille e 5mila nei prossimi cinque anni ipotizza il Ministero).
Una condizione conseguenza di politiche sbagliate o mal gestite che il progetto Snai non ha invertito, e nemmeno i fondi Pnrr, che non è sufficiente spendere, ma che andrebbero spesi bene, riusciranno ad invertire la drammatica situazione dello spopolamento e desertificazione.
La storia del declino e della morte di paesi e territori collocati in aree cosiddette “a fallimento di mercato”, non appetibili, non interessanti a investimenti, è una storia di trascuratezza e soprattutto di mancata attrattività che si è invece concentrata nelle città ed in quei tessuti territoriali ad alta densità e dinamismo.
Le città e i loro hinterland hanno vinto la sfida dell’abitare perché si sono fatti attrattivi, dinamici e forieri di opportunità, “a vantaggio di mercato”, determinando la fuga di persone e giovani dai paesi e dalle campagne a iniziare da quelli montani, un fenomeno che ha premiato le varie fasi dell’evoluzione tecnologico – finanziaria che si è appunto concentrata nelle città.
Questa situazione è stata favorita dalla visione mainstream della new economy che ha retrocesso l’agricoltura a industria di serie b, ha concentrato l’innovazione nei poli industriali, ridotto il turismo rurale ad economia marginale e trattato la natura, non come fosse un bene da tutelare e valorizzare, ma come fosse un problema.
La cruda dichiarazione ministeriale non fa che alimentare un dibattito tardivo sul futuro di paesi e territori che, seppur attenzionato e ben finanziato, è rimasto inefficace e non ha prodotto la discontinuità desiderata, nonostante l’impegno dell’Anci, dell’Uncem, etc.; con l’associazione dei piccoli comuni (Anci) che ha elaborato “l’agenda del controesodo”, un documento declinato in 15 obiettivi che propone attività interessanti e possibili per ripopolare il territorio con azioni a misura di famiglia.
I numeri che riguardano le aree interne, 25% della popolazione e 60% del territorio nazionale, sono importanti e danno la misura drammatica dell’abbandono.
Se prendessimo come esempio la regione Umbria, 840 mila abitanti e un territorio “rugoso”, prenderemmo subito atto che ci troviamo davanti ad un fenomeno irreversibile (come dice il Ministero) con circa 25 comuni (su 92) che cesseranno di vivere entro il secolo, ed altri 35 nei prossimi duecento anni, con le frazioni che moriranno molto prima.
I dati e le proiezioni demografiche mostrano quarantamila residenti persi in 10 anni e una media tra nati e morti dal saldo negativo di quasi seimila abitanti in meno ogni anno (dati 2019-23); la Valnerina vedrà la morte entro il secolo dei Comuni di: Poggiodomo entro 23 anni, Vallo di Nera entro 70, Arrone entro 71, Polino entro 75, Sellano entro 76.
Oppure nell’area dei Comuni del Trasimeno, le sparizioni entro il secolo sarebbero tre: Paciano entro 32 anni, Piegaro entro 80, Panicale entro 96. Esempi questi che, se pur limitati a due delle cinque aree interne umbre, danno la misura del disastro incombente.
Preso atto dell’evidente ritardo e della sua sottovalutazione, il tema per la sua importanza non può essere liquidato con l’eutanasia dei paesi e dei suoi abitanti, ma sarebbe meritevole di una nuova attenzione e soprattutto di una determinazione politica a tutti i livelli, perché ciò che rischia di disperdersi è il patrimonio profondo, la storia, la cultura, l’arte, le tradizioni, il pluralismo straordinario e l’identità complessa e “rugosa” del territorio nazionale.
Una politica del ritorno, del restare, del riabitare sarebbe ancora possibile, ma ha bisogno di un pensiero nuovo, capace di darsi obiettivi diversi dal profitto a breve e di ragionare nell’immediato di resistenza, ma con uno sguardo progettuale di lungo respiro.
Pensare dunque all’abitare provando a ricollegare le persone al lavoro in 40/60 minuti di viaggio, preferibilmente in treno, attrezzare nuovi servizi come banda larga, telemedicina, etc., valorizzare economie nuove come le cooperative sociali, o forme di autogestione, sviluppare le green community, sarebbero tutte azioni e progetti possibili per consolidare il capitale quotidiano necessario alla sopravvivenza delle comunità.
Inoltre, andrebbe tenuto in considerazione il fatto che sia Istat, che Confindustria, ci dicono che servono nei prossimi anni centinaia di migliaia di lavoratori e di case per accoglierli, questo in contrasto con la retorica della sostituzione etnica e delle politiche sovraniste, e quale strumento migliore per riequilibrare il divario demografico.
Tutte azioni che andrebbero sostenute con politiche serie di accoglienza, integrazione, convivenza, che sarebbero anche la soluzione più efficace per rivitalizzare i centri storici, anch’essi in avanzata fase di declino.
Accompagnare alla morte i paesi e le comunità è darwinismo istituzionale, i paesi vuoti o il silenzio assoluto possono anche sembrare bucolici e per un po’ piacevoli, ma il vuoto di per sé è deprimente, triste, e andrebbe contrastato con tutti i mezzi e le risorse possibili.
Si tratta di sforzarsi, pensare altrimenti, cercare opportunità dove oggi non sembra esservi più speranza, non cedere alla fatalità, ma reagire, organizzarsi, non rassegnarsi all’abbandono.