Il contributo prende spunto dai principali temi emersi nel Corso per dirigenti e operatori CISL Abitare il territorio e contesti metropolitani, diretto da Ulderico Sbarra che si è svolto al Centro Studi Formazione Cisl di Firenze nell’aprile scorso, dedicato alle trasformazioni economiche, sociali e demografiche dei territori e alle loro implicazioni per l’azione sindacale (con interventi di M. Valerii, Direttore Censis; M. Colombi, sociologo; F. Monaco, Fondazione Ifel).
Per oltre trent’anni, a partire dalla fine della Guerra fredda, il territorio è stato considerato una dimensione secondaria rispetto ai grandi processi della globalizzazione. In Italia, come nel resto dei paesi cosiddetti “occidentali”, si è consolidata l’idea che crescita economica, integrazione dei mercati e innovazione tecnologica avrebbero prodotto automaticamente sviluppo e benessere diffuso, rendendo progressivamente meno rilevanti le specificità territoriali. Oggi quella prospettiva appare profondamente incrinata. La crisi della globalizzazione e l’inverno demografico stanno riportando al centro il territorio come spazio in cui si manifestano tensioni economiche, fragilità sociali e nuove domande di rappresentanza.
Non si tratta soltanto di una trasformazione economica, ma di un cambiamento che investe il modo stesso di leggere la società italiana. Se per anni il territorio è stato interpretato prevalentemente come mero supporto fisico dello sviluppo, oggi appare sempre più evidente che crescita economica, investimenti pubblici e innovazione, in assenza di solide relazioni territoriali, rischiano di produrre benefici assai limitati. La questione territoriale torna così ad assumere una dimensione decisiva, insieme sociale e politica.
L’Italia vive questa fase di transizione in modo particolarmente intenso. Per lungo tempo la globalizzazione è stata associata all’idea di un progresso lineare, fondato su interdipendenza economica e conseguente riduzione dei conflitti. Ed è pur vero che, in parte, questa promessa si è realizzata: il PIL globale è cresciuto significativamente e la povertà estrema mondiale si è ridotta drasticamente. Tuttavia, questi risultati si sono accompagnati all’emergere di nuovi squilibri economici, sociali e territoriali.
Nel caso italiano, tuttavia, la competizione globale è stata affrontata soprattutto attraverso la compressione del costo del lavoro anziché mediante un rafforzamento strutturale della produttività e dell’innovazione dei servizi. Tra il 1990 e il 2020 le retribuzioni annue lorde in Italia sono diminuite del 2,9% in termini reali, in netta controtendenza rispetto agli altri principali paesi europei. Parallelamente, la crescita dell’export ha rafforzato la competitività internazionale del nostro sistema produttivo, ma ha gravemente indebolito la domanda interna e contribuito a una crescita economica complessivamente debole.
In questo quadro, la stagnazione salariale, l’aumento del costo della vita e la difficoltà di accesso ai servizi stanno modificando la struttura delle aspettative sociali e hanno progressivamente incrinato la promessa che aveva accompagnato la precedente stagione di sviluppo: la convinzione che ogni generazione avrebbe vissuto meglio della precedente. Oggi questa idea appare gravemente indebolita, soprattutto tra i più giovani.
A complicare ulteriormente il quadro è il ritorno della dimensione geopolitica. La competizione tra grandi potenze, il ritorno dei conflitti e la crescente instabilità internazionale hanno incrinato l’idea di una globalizzazione capace di neutralizzare la dimensione dello spazio e della geografia. La guerra è tornata a essere una variabile concreta anche nel continente europeo e il territorio ha ricominciato a manifestarsi non solo come luogo, ma come fattore strategico, economico e politico. Abbiamo riscoperto quanto catene produttive, approvvigionamenti energetici, infrastrutture logistiche e sistemi territoriali siano vulnerabili a crisi globali improvvise.
A questa trasformazione di origine prevalentemente esterna si affianca la seconda grande, e decisiva, dinamica italiana: la crisi demografica o, meglio, l’inverno demografico. Il calo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione stanno modificando profondamente la struttura sociale del paese. Dagli oltre 800.000 nati del secondo dopoguerra si è scesi a circa 355.000 nel 2025. Dal 2014 la popolazione residente diminuisce in termini assoluti e le prospettive future indicano un ulteriore ridimensionamento della popolazione in età lavorativa. Si tratta dunque di una dinamica strutturale, destinata a produrre effetti di lungo periodo sulla composizione e sugli equilibri della società italiana.
La crisi demografica, tuttavia, non può essere letta soltanto come conseguenza di scelte individuali o cambiamenti culturali. Essa si sviluppa all’interno di condizioni materiali sempre più difficili: precarietà occupazionale, salari stagnanti, aumento del costo dell’abitare, indebolimento dei servizi territoriali e crescente incertezza sul futuro. Demografia ed economia non costituiscono quindi dimensioni separate: le condizioni in cui le persone lavorano, costruiscono percorsi di autonomia e progettano il proprio futuro interagiscono con le dinamiche demografiche e, a loro volta, ne subiscono gli effetti.
Ed è proprio sul territorio che questa trasformazione assume forme concrete e differenziate. Spopolamento e progressivo indebolimento dei servizi accentuano la distanza tra aree capaci di attrarre popolazione, lavoro e investimenti e territori maggiormente esposti alla marginalizzazione. Le città più dinamiche continuano a concentrare opportunità e risorse, mentre molte aree interne e periferiche rischiano di vedere ridotta la propria capacità attrattiva. La contrazione demografica non rappresenta quindi soltanto un problema quantitativo: contribuisce a ridisegnare la geografia economica e sociale italiana, ampliando divari territoriali già esistenti.
Gli stessi squilibri si riflettono sul mercato del lavoro e sulla sostenibilità del welfare. Se da una parte la riduzione della popolazione in età attiva limita il potenziale di crescita economica, dall’altra l’invecchiamento aumenta la domanda di servizi sanitari e assistenziali proprio mentre si restringe la base chiamata a sostenerli. Parallelamente, l’emigrazione giovanile sottrae ai territori ulteriori competenze e capitale umano qualificato. Il rischio dunque è quello di una spirale perversa nella quale declino demografico, debolezza economica e carenza di servizi si alimentano reciprocamente, rendendo sempre più difficile interrompere la traiettoria di impoverimento dei territori più fragili.
In questo scenario cambia anche il significato stesso dell’abitare. Per lungo tempo il territorio è stato letto prevalentemente attraverso categorie amministrative o urbanistiche. Oggi queste categorie non bastano più. Le persone vivono, lavorano, consumano e si spostano su scale territoriali sempre più ampie e interconnesse, mentre i tradizionali confini amministrativi risultano spesso incapaci di rappresentare la realtà concreta delle relazioni sociali.
In questa prospettiva, abitare non coincide semplicemente con il risiedere. La casa rappresenta uno spazio fisico; l’abitare riguarda invece l’insieme delle relazioni, delle opportunità, dei servizi e delle connessioni che definiscono concretamente la qualità della vita. Il territorio non è quindi un contenitore neutro, ma un ecosistema sociale. Questo cambiamento di prospettiva è fondamentale, perché implica il superamento di una lettura frammentata della realtà territoriale.
Per molti anni le politiche pubbliche hanno affrontato separatamente temi come lavoro, mobilità, welfare, urbanistica e sviluppo economico. Oggi appare sempre più evidente che queste dimensioni sono profondamente intrecciate. La qualità dei trasporti incide sulle opportunità lavorative; l’accesso ai servizi educativi condiziona la partecipazione al mercato del lavoro; il costo dell’abitare influenza la possibilità di costruire percorsi di autonomia. Anche la qualità delle relazioni sociali diventa un fattore decisivo per la tenuta delle comunità.
Definire il territorio come “soggetto corale” significa riconoscere che sviluppo e coesione dipendono dalla qualità delle relazioni tra persone, istituzioni, imprese, servizi e reti sociali. Dove queste connessioni si indeboliscono, anche le politiche pubbliche e gli investimenti rischiano di perdere efficacia.
In questo quadro, anche la povertà assume caratteristiche differenti rispetto al passato. Non si tratta soltanto di mancanza di reddito, ma spesso di isolamento relazionale, difficoltà di accesso ai servizi, fragilità abitativa e riduzione delle opportunità territoriali. La marginalità sociale si costruisce sempre più attraverso la combinazione di fattori economici, territoriali e relazionali.
Per questa ragione, la questione territoriale non può essere affrontata separando rigidamente economia e welfare. Servizi educativi, mobilità, sanità territoriale, accesso alla casa, infrastrutture sociali e qualità urbana incidono direttamente sulle possibilità di sviluppo economico e sulla qualità del lavoro. La capacità di mettere in relazione queste dimensioni diventa dunque una condizione dello sviluppo territoriale stesso.
Se il territorio va letto come un sistema di relazioni, lo stesso criterio deve essere applicato alle politiche pubbliche che su di esso intervengono. Il rapporto tra PNRR e politiche di coesione mostra con chiarezza una tensione sempre più evidente: quella tra capacità di spesa e capacità di costruire sviluppo territoriale duraturo.
Il PNRR ha rappresentato una straordinaria accelerazione degli investimenti pubblici, ma ha anche reso visibile un limite strutturale italiano: la difficoltà di trasformare le risorse straordinarie in capacità stabile di governo territoriale. In molti casi si costruiscono infrastrutture senza consolidare contestualmente i servizi, le competenze amministrative e le reti territoriali necessarie per renderle realmente efficaci. Il rischio è quello di una modernizzazione solo materiale, priva di una corrispondente capacità sociale e istituzionale di sostenere il cambiamento nel tempo.
È qui che le politiche di coesione europee mantengono una funzione decisiva. A differenza della logica emergenziale e centralizzata del PNRR, la politica di coesione nasce per ridurre i divari territoriali attraverso programmazione di lungo periodo, governance multilivello e coinvolgimento degli attori locali. Tuttavia, anche la disponibilità delle risorse non basta. Dove il territorio è fragile dal punto di vista amministrativo e relazionale, anche la capacità di utilizzare efficacemente i fondi si indebolisce.
In questo senso, la capacità di governo del territorio diventa essa stessa un’infrastruttura strategica. Non basta finanziare opere o programmi: occorre rafforzare competenze amministrative, reti istituzionali e forme di cooperazione tra soggetti pubblici e privati. È una questione che riguarda direttamente la qualità della governance democratica e la possibilità di trasformare gli investimenti in sviluppo duraturo.
La questione territoriale, quindi, non riguarda soltanto l’organizzazione dello spazio, ma la qualità della democrazia e della coesione sociale. In un contesto segnato da frammentazione, invecchiamento e disuguaglianze crescenti, il territorio torna a essere il luogo in cui si misura concretamente la capacità di tenuta delle comunità.
È qui che emerge con forza anche il ruolo della CISL e la sua interpretazione del lavoro come parte di una più ampia affermazione dell’interesse generale. Un interesse che comprende anzitutto le lavoratrici e i lavoratori, ma che richiede anche un confronto con imprese, istituzioni e gli altri soggetti che compongono il territorio. Oggi questa impostazione torna particolarmente attuale. La tutela del lavoro non si esaurisce nella dimensione aziendale o categoriale, ma si estende alla contrattazione sociale e a quelle dimensioni della vita territoriale che incidono concretamente sulle persone: welfare e servizi, politiche abitative, mobilità, istruzione e formazione, sanità, sviluppo locale e partecipazione. A ciò si affianca la costruzione di relazioni con istituzioni, imprese, terzo settore e gli altri attori locali.
In una fase storica caratterizzata da transizioni profonde e nuove fragilità sociali, il sindacato è chiamato sempre più a svolgere una funzione di connessione: sviluppare relazioni tra istituzioni, imprese, terzo settore e comunità locali, rafforzare la coesione sociale e contribuire a trasformare risorse e politiche pubbliche in miglioramenti concreti della qualità della vita. In un paese segnato da forti differenze territoriali e da una crescente polarizzazione sociale, questa funzione diventa decisiva anche per evitare che le transizioni economiche e demografiche producano nuove forme di esclusione e marginalità.
“Abitare il territorio” significa allora anche questo: ricostruire legami sociali dentro un mondo che cambia rapidamente, sviluppando linguaggi e strumenti capaci di interpretare trasformazioni sempre più profonde e complesse.