La lettura dell’enciclica Magnifica Humanitas, di Papa Leone XIV, è densa di spunti e riflessioni. Di seguito riporto i punti che mi hanno maggiormente colpito, a cui ho aggiunto alcune suggestioni di carattere letterario e musicale.

Premessa: non è un’enciclica sull’Intelligenza artificiale ma, come dice il titolo, su ciò che caratterizza e distingue l’essere umano.

L’importanza di partecipare alla creazione del Bene comune e la valorizzazione delle diversità

Le due immagini bibliche che si trovano all’inizio e alla fine dell’enciclica: la costruzione della torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme. Nel primo caso gli uomini vogliono costruire una città e una torre “la cui cima tocchi il cielo”, imponendo un’unica lingua e un’unica direzione, eliminando le diversità e basandosi solo sulle proprie forze (senza Dio), ma il risultato è l’incomunicabilità e la dispersione; nel secondo caso Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, vedendo le mura in rovina di Gerusalemme prega e chiede a ciascuna famiglia di ricostruire il proprio pezzo di muro (responsabilità condivisa di tutto il popolo che ha Dio al centro e ricostruisce legami ancora prima delle pietre) (punto 7 e 8).

Il valore ontologico della persona umana

“La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno. Per questo, la persona umana rimane sempre “la via della Chiesa” e il cuore di ogni autentico cammino di sviluppo umano integrale” (punto 50). La persona (maschera in latino), si distingue dall’individuo per il suo essere in relazione con l’altro. È  solo attraverso la relazione con l’altro che possiamo definire e capire chi siamo.

Il tempo è superiore allo spazio

La comprensione della verità come dono da condividere e non come possesso da rivendicare. La verità non è un territorio da difendere ma un bene da condividere. In questa prospettiva, come riassume Papa Francesco “il tempo è superiore allo spazio”: “non conta anzitutto occupare spazi di potere o presidiare roccaforti culturali, ma avviare processi di bene e lasciarli maturare; così la verità del Vangelo non si impone dall’alto, ma cresce nel tempo, dentro l’intreccio concreto delle vite, delle comunità e delle culture. È una verità che non teme la diversità, ma la accoglie e la ordina; che non elimina i conflitti, ma li trasfigura; che ricompone ciò che la storia tende a disperdere…” (punto 25). Come canta F. Battiato “Il cielo è primordialmente puro ed immutabile, mentre le nubi sono temporanee… Tutto è illusorio, privo di sostanza, tutto è vacuità. E siamo qui, ancora vivi, di nuovo qui, da tempo immemorabile; qui non si impara niente, sempre gli stessi errori, inevitabilmente gli stessi orrori, da sempre, come sempre. Però in una stanza vuota la Luce si unisce allo spazio; sono una cosa sola, inseparabili… (da Io chi sono, di F. Battiato).

Il “senso del limite” che fa andare “oltre il limite”

Il Signore è una calamita che ti prende e ti attira a sé. Il limite, il cuore, la grandezza dell’essere umano. “Il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità- tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite… È proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio. Lo vediamo in tanti momenti in cui il limite si fa concreto nella nostra vita, quando riceviamo un rifiuto, quando soffriamo per la malattia o la morte di una persona amata, quando sperimentiamo l’incapacità o il fallimento. Misteriosamente, proprio in questi frangenti possiamo trovare una saggezza nuova, toccare con mano l’affetto delle persone e sperimentare la presenza del Signore” (punto 118 e 119).

L’importanza di una educazione rinnovata

È necessaria un’alleanza educativa rinnovata tra famiglie, scuole, comunità e istituzioni. “Educare alla sobrietà e al senso del limite; educare al riconoscimento del diritto dell’altro e di chi verrà dopo di noi a godere dei beni che ci sono donati, o che l’ingegno umano rende disponibili; educare alla libertà e alla responsabilità; educare al senso della trascendenza e al bene comune. La scuola non è chiamata a inseguire la velocità del mondo digitale, ma a offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili.” (punto 147). Tornare al vero senso dell’e-ducare (trarre fuori); accompagnare a scoprire quale sia il proprio talento, il fine per cui siamo stati generati (solo “fare ciò per cui siamo stati fatti” ci renderà veramente felici). Per questo ognuno ha bisogno del proprio tempo. Contro la velocità “performante e funzionalistica” della macchina digitale. Quando ti presenti a qualcuno non dire: “sono un ingegnere o un professore” ma chiamati per nome: “sono Marco”, è sufficiente e molto più completo. L’approfondimento, lo sforzo cognitivo, il voler capire le cose difficili richiede tempo, impegno; poi però vi è la bellezza della conquista personale. L’Intelligenza Artificiale non può essere un anestetico, una scorciatoia per non pensare, che ci risolve ogni problema; anzi, se vogliamo controllarla e non subirla, richiede più pensiero (e azione).

Tutti possiamo fare la nostra parte

“In questo punto, però si insinua una tentazione sottile: pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla. È una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo. Certo non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà… Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)…. La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione….cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo” (punto 212 e 213). Fare la propria parte lì dove siamo, nella vita di ogni giorno.

Tra transumanesimo e incarnazione

“Mentre ideologie antiche e nuove spingono l’uomo al superamento tecnico del limite e a elevarsi sopra gli altri per affermare un dominio, il mistero del Figlio di Dio che entra nella nostra condizione racconta un movimento opposto: il Dio vivente scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù, prende su di sé la nostra debolezza e la trasforma in luogo di salvezza…Nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’I.A. In Cristo comprendiamo che l’uomo è chiamato ad essere collaboratore nell’opera della creazione, anziché spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità. …Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia” (punto 232 e 233). Il canto di Maria, il Magnificat, canto della speranza, accompagna il nostro impegno (punto 243). “Quella circulazion che sì concetta pareva in te come lume reflesso, da li occhi miei alquanto circunspetta, dentro di sé, del suo colore stesso, mi parve pinta de la nostra effige, per che ‘l mio viso in lei tutto era messo” (Dante, Paradiso, canto XXXIII, versi 126/132), Dante nell’immagine di Dio vede l’immagine dell’uomo; è un Dio che si fa uomo (con tutte le sue fragilità), è l’incarnazione di Dio, atto perfettamente complementare all’“indiarsi” dell’uomo in Dio.