Il primo settembre scorso è morto Guido Baglioni. Era nato a Gardone Val Trompia il 21 giugno 1928, ventidue anni prima della Cisl, e per tutta la vita l’ha accompagnata con affetto e rigore espressi con pacatezza. Ha intrecciato una importante carriera accademica con la direzione per due decenni della rivista “Prospettiva sindacale” e la guida di importanti istituzioni di ricerca e formazione di questa Confederazione: l’ufficio studi della Cisl di Milano negli anni Sessanta, il Centro Studi nazionale Cisl negli anni dal 1974 al 1979, il Cesos (Centro Studi Economico Sociali) negli anni Ottanta e Novanta.
È stato uno dei protagonisti della sociologia economica e del lavoro del dopoguerra, ma la sua formazione aveva una origine sorprendente: laureato in lettere nel 1953, iniziò la sua carriera professionale come insegnante di lettere e storia dell’arte, prima in istituti privati, poi in un liceo classico di Brescia. Studi e attività coerenti con il filone artistico della sua famiglia. Il padre era infatti incisore alla Beretta e, come ha raccontato in una bella intervista biografica di Serafino Negrelli «nel genere era un maestro, riconosciuto come tale»:[1] con martelletto, punta e bulino trasformava un fucile da caccia in un’opera d’arte unica e di pregio.
Proprio alla Beretta Guido Baglioni ha la sua prima esperienza di lavoro, da giugno 1944 a maggio 1945. È una fabbrica d’armi e i tedeschi ne avevano preso il controllo diretto, ciò nonostante vi era un’organizzazione clandestina a favore della Resistenza. Baglioni vi partecipò in prima persona: «la mia attività consisteva nella distribuzione di materiale, volantini, giornali, per esempio “Il Ribelle”,[2] un giornale che si stampava a Brescia negli ambienti cattolici. Organizzavamo, durante gli allarmi frequentissimi, la consegna ai partigiani di pezzi del mitragliatore, un’arma estremamente semplice dal punto di vista tecnologico e facile da montare anche fuori dalla fabbrica».[3]
Nel 1948 si diplomò all’Istituto Tecnico Industriale di Brescia e la sua prospettiva era il lavoro in qualche importante fabbrica del paese. Invece Guido Baglioni, pur senza aver «mai avuto un senso di sufficienza nei confronti dell’ambiente sociale di origine, né sentito il bisogno di evadere da questo»[4] scelse un’altra strada, si diplomò alle “magistrali” per poter accedere all’università e laurearsi in Lettere con una tesi su Lorenzo Lotto.
È divenuto un maestro in tutt’altra disciplina. Però non ha mai dimenticare quella origine, i primi venti anni di vita trascorsi a Gardone. L’affetto per i luoghi dove era cresciuto gli farà realizzare nel 2011 un breve ma approfondito pamphlet intitolato Economia e società a Gardone Valle Trompia negli anni ’40, in cui esprimeva il legame con la sua terra d’origine combinando l’esperienza diretta con le competenze di sociologo per «tentare di narrare e di rappresentare la realtà di Gardone in un periodo cruciale, drammatico e, subito dopo, di rinascita».[5]
Confermò la sua vena artistica alcuni decenni più tardi. Nel 2014 pubblicò Un racconto del lavoro salariato e le copie che regalò ad amici erano accompagnate da un suo disegno, un cigno. Fu scaramanzia? In ogni caso non fu il suo canto del cigno, negli anni seguenti ha saputo dare ancora un contributo di riflessione e stimolo sui temi del lavoro, del sindacato, dell’uguaglianza. L’ultimo è stato pubblicato proprio quest’anno, dedicato ancora una volta alla Cisl, Una Cisl innovatrice nel complesso dei sindacati in Italia.
E l’impegno con la Cisl, nella Cisl, è stato una costante della sua lunga vita.
Dopo la caduta del fascismo nel giugno 1944 fu costituita la Cgil come unico sindacato antifascista, grazie ad un accordo fra i rappresentanti sindacali dei tre principali partiti: democratico cristiano, comunista e socialista. La Cgil manterrà anche nei decenni seguenti il riferimento alle componenti partitiche al suo interno. La corrente cristiana lasciò la Cgil nel 1948, ma l’organizzazione che contribuì a costituire due anni dopo affermò una natura del tutto diversa: un’associazione di lavoratori autonoma da partiti, Stato e qualsiasi altra organizzazione. Una concezione sindacale del tutto innovativa, che rompe la tradizione consolidata di rapporto fra partiti politici e sindacato.
Per la Cisl fu subito evidente la necessità di un’attività di formazione per illustrare e sostenere la nuova e innovativa Confederazione. È ampiamente nota la costituzione del Centro Studi che a Firenze diventa, fin dal 1951, sede della formazione del gruppo dirigente. Meno noto è il fatto che contemporaneamente sia stata avviata una campagna di formazione denominata “le tre sere”. Erano infatti tre gli incontri fatti nelle ore libere al termine del lavoro. In case private, sale parrocchiali, osterie, si illustrava e discuteva la concezione sindacale Cisl. Sotto severe e impegnative indicazioni di studio di Mario Romani, Guido Baglioni ha iniziato in quel modo la sua attività di formatore Cisl per militanti e quadri di base, operai delle fabbriche e braccianti delle campagne lombarde. L’impegno, parziale all’inizio, diventa a tempo pieno nel 1958 e assieme a Sergio Zaninelli costituisce l’Ufficio Formazione Alta Italia con sede a Milano.
Sostenuto e stimolato da Mario Romani, che aveva riconosciuto in lui la sensibilità e la mentalità del sociologo, e dopo un decisivo incontro con Francesco Alberoni, avvia un percorso professionale all’esterno del sindacato, che lo ha portato a divenire un riferimento per la sociologia del lavoro e delle relazioni industriali a livello nazionale e internazionale.
Ne è un esempio una ampia e approfondita ricerca comparata sulle relazioni industriali in Europa negli anni Ottanta, pubblicata alla fine di quel decennio. Diresse la ricerca coordinando la collaborazione di importanti studiosi quali, fra gli altri, Otto Jacobi e Walter Müller-Jentsch per la Germania, Colin Crouch per la Gran Bretagna, Serafino Negrelli e Ettore Santi per l’Italia, Jelle Visser per l’Olanda, Denis Segrestin per la Francia, Gösta Rehn e Birger Viklund per la Svezia, Jordi Estivill e Josep M. de la Hoz per la Spagna. Si tratta del primo tentativo organico, nella letteratura italiana e internazionale, di conoscere e interpretare una realtà complessa, mutevole e differenziata a valle di un decennio cruciale, segnato dal “riflusso” dopo la crescita della sindacalizzazione, del potere contrattuale e dei miglioramenti nella retribuzione e nel welfare dei due decenni precedenti.
Baglioni è stato fra i primi a cogliere i connotati della svolta e capire che la fase precedente era finita e si poneva il problema della compatibilità fra le conquiste e le realtà economiche concrete. Nel 1981 pubblica Potere e responsabilità. Contributo alla strategia del sindacato, dove, in merito al ruolo del sindacato, alla parola “potere” affianca quella di “responsabilità”, termine con implicazioni rilevanti, allora generalmente ignorate e costituisce un tassello decisivo nel dibattito teorico e strategico che ha investito il sindacalismo italiano tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, reso acuto dalla sconfitta alla Fiat del 1980 e dalla necessità di affrontare il nodo dell’iperinflazione che arriva a superare il 20% annuo.
Riemergono così i temi della democrazia industriale e della partecipazione, con una visione del sindacato che cura la rappresentanza degli interessi a livello aziendale, misurandosi con i vincoli della competitività, in un mercato che sta diventando sempre più globale, e a livello macroeconomico con la stabilità monetaria, lo sviluppo e l’occupazione.
Il suo fondamentale contributo teorico sulla partecipazione, un principio cardine della concezione sindacale Cisl, si esprime nel 1995 con Democrazia impossibile? I modelli collaborativi nell’impresa: il difficile cammino della partecipazione fra democrazia ed efficienza.
Nel recensirlo Umberto Romagnoli afferma che «conferisce alla tematica della partecipazione la dignità scientifica che in Italia non ha mai avuto (…) la parola resta polisensa, ma è guarita, e tutti sono tenuti a sapere ciò di cui stanno parlando (..) [grazie al fatto che] ha deciso di arricchire la monografia con un inconsueto quanto utile corredo di definizioni atte a depurare la parola delle incrostazioni causate dagli usi impropri o promiscui a cui si prestava». Guido Baglioni mette in chiaro che la partecipazione implica da un lato accettare l’economia di mercato, ovvero la necessità del funzionamento dell’impresa e della sua capacità competitiva, dall’altro rifiutare la visione manageriale che riduce la partecipazione ad un clima atto a favorire l’impegno dei dipendenti. Merita una citazione il passaggio in cui spiega la scelta del titolo: «La connessione fra partecipazione e democrazia politica è marcatamente presente già nelle fasi iniziali dell’impiego del lavoro dipendente (…) una sorta di errore di impostazione che ha ostacolato l’affermazione della partecipazione. Il titolo di questo libro “Democrazia impossibile?” esprime con un po’ di indulgenza la valutazione appena fatta. (…) la nostra tesi è che tale connessione non ha fondamento. (…) la partecipazione non consente l’applicazione degli elementi costitutivi della democrazia, ossia: la condizione di uguaglianza dei cittadini nei loro diritti politici, la loro designazione dei rappresentanti legittimati ad assumere decisioni, in ragione della volontà della maggioranza».[6] Insomma alla domanda del titolo la risposta è netta: non c’è spazio per le decisioni a maggioranza nei rapporti tra lavoratori e datori di lavoro. La contrattazione collettiva non considera espressamente il superamento dell’asimmetria di potere fra le due parti sociali, mentre può stabilire istituti e pratiche che la attenuano: «i lavoratori, attraverso rappresentanze normalmente espresse o influenzate dal sindacato, partecipano, assieme alla controparte, ad organi formalizzati che, in grado più o meno ampio, sono deputati a stabilire le condizioni di lavoro o i rapporti fra tali condizioni e le decisioni dell’impresa, con procedure e su materie che possono andare oltre l’ambito e gli esiti tradizionali della contrattazione collettiva (…) si differenziano dalle pratiche contrattuali per i seguenti aspetti: la minore incidenza dei rapporti di forza fra le parti, l’attivazione di istituti congiunti e misti per la tutela del lavoro e le politiche dell’impresa, la sua costante e naturale collocazione a livello aziendale (…) modificano in modo qualitativo le condizioni dei lavoratori dipendenti, senza porre obiettivi che risultino intrinsecamente inaccettabili da parte degli imprenditori».[7]
Non ignora le difficoltà del sindacato: L’accerchiamento. Perché si riduce la tutela sindacale tradizionale, pubblicato nel 2008, contesta la tesi del declino sindacale che da quarant’anni continua ad essere affermata. Senza dubbio il suo ruolo e il suo potere si sono ridotti in confronto all’apice raggiunto negli anni Settanta, ma resta un soggetto con una rilevanza ben superiore a quella dei decenni precedenti. Baglioni individua tre fattori di tale riduzione: 1) l’azione sindacale è ridimensionata (minore sindacalizzazione, dinamica salariale e conflittualità); 2) la globalizzazione produce abbondanza di lavoro e mobilità riducendo il potere contrattuale dei lavoratori; 3) nuove e corpose questioni sociali hanno fatto sì che il problema sociale numero uno non è più il rapporto di lavoro, il rapporto tra capitale e lavoro.
Baglioni ha dedicato sempre attenzione alla Cisl combinando appartenenza ideale con pacata severità. Ha messo in luce che la Cisl ha vinto la scommessa fatta nel 1950 nel costruire un sindacalismo nuovo, autonomo in un Paese democratico con economia di mercato. La CISL, come sindacato, ha contribuito alla modernizzazione del Paese, prendendo parte al processo di deruralizzazione e di industrializzazione e schierandosi pienamente con la democrazia occidentale, accettando di essere parte dello sviluppo con la sua autonomia.
Lo conferma il suo ultimo contributo: Una Cisl innovatrice nel complesso dei sindacati in Italia. Un titolo che enuncia la tesi del libro. Come avverte nella premessa è la revisione e l’ampliamento di un lavoro di quindici anni prima La lunga marcia della Cisl (1950-2010), che con parecchi ritocchi è diventata la prima parte del nuovo libro, alla quale ha aggiunto una seconda parte con tematiche innovatrici e più moderne.
È davvero enorme l’apporto che Guido Baglioni ha dato alla sociologia, ai sindacati e alla Cisl in particolare. Oggi non possiamo più godere della sua disponibilità per un evento di formazione né per un semplice colloquio. Ci restano i suoi scritti da leggere o rileggere. Ha saputo offrirci dei contributi che anche dopo decenni dalla pubblicazione aiutano ad affrontare la complessità dell’agire sindacale odierno, focalizzando problemi e aprendo scorci di prospettiva. Continuiamo ad essergli grati.
[1] https://sisec.it/guido-baglioni-con-serafino-negrelli-new/
[2] Il giornale Il Ribelle, organo di stampa delle Brigate Fiamme Verdi (formazioni partigiane di orientamento cattolico) nasce a Brescia per iniziativa di Teresio Olivelli (ufficiale degli alpini e fondatore delle Fiamme Verdi), Claudio Sartori (che aveva contribuito al giornale Brescia Libera) e Carlo Bianchi. Il suo motto: “Non vi sono liberatori, ci sono solo uomini che si liberano”. Il primo numero vedrà la luce il 5 marzo del 1944; nella distribuzione – che riguardò i maggiori centri del Nord Italia – ebbero un ruolo significativo le donne; (https://www.fiammeverdibrescia.it/le-fiamme-verdi/).
[3] https://sisec.it/guido-baglioni-con-serafino-negrelli-new/
[4] ibid.
[5] Economia e società a Gardone Valle Trompia negli anni ’40, visibile alla pagina https://www.yumpu.com/it/document/view/16998491/economia-e-societa-a-gardone-val-trompia-negli-anni-cisl-brescia
[6] Democrazia impossibile?, pag. 20-21, corsivo dell’autore.
[7] Ibid, pagg.50-51.