Un fondo socio-sanitario nato per innovare
Un’idea, un concetto, un’idea,
fin che resta un’idea è soltanto
un’astrazione…..
— Giorgio Gaber
Nella crisi del welfare state, più o meno conclamata, più o meno annunciata, comunque determinata dalla dinamica demografica, la sostenibilità presente e futura della sanità e delle politiche sociosanitarie e assistenziali è un tema complesso, che richiede soluzioni articolate su più livelli.
Un fondo che cresce
Da luglio 2025, con il rinnovo dei Contratti Collettivi Regionali di Lavoro (CCRL), WILA ha visto crescere la contribuzione mensile da 5 a 7 euro e ha riconosciuto la qualifica di “aventi diritto” alle prestazioni anche a titolari e soci delle imprese.
Grazie a questo “upgrade”, nell’anno in corso il Fondo è passato da 170 mila iscritti fra i dipendenti a 220 mila assistiti complessivi, includendo fra gli aventi diritto alle prestazioni anche i titolari e i soci delle aziende artigiane: nelle microimprese dell’artigianato si lavora fianco a fianco, e rispetto alla tutela della salute le persone hanno gli stessi bisogni, indipendentemente dal loro status.
Questi numeri rendono WILA, per dimensioni, uno dei maggiori fondi regionali e uno dei più rilevanti a livello nazionale.
Per una valutazione più corretta del Fondo e della sua azione, agli aspetti quantitativi occorre affiancare le ragioni di senso che ne sono all’origine.
Un’identità originale
WILA nasce “per dare di più a chi ha (aveva) di meno”, i dipendenti del settore artigiano. Si origina come fondo di secondo livello, generato dalla contrattazione collettiva regionale dell’artigianato, per affiancarsi al fondo nazionale, San.Arti., costituito 3 anni prima, nel 2012 — e non, come accaduto in altri casi, per sostituirlo. Per questo le prestazioni di WILA sono integrative e complementari a quelle del fondo nazionale, almeno per i dipendenti.
Questa impostazione ha consentito al Fondo, fin dall’origine, nel 2015, di sviluppare una logica “win-win” che ha prodotto una forte innovazione nelle prestazioni. Poiché visite specialistiche e diagnostica trovavano già risposta in San.Arti., WILA ha istituito prestazioni di natura “selettiva”: rispondono a bisogni più circoscritti nei numeri, ma ispirati a una logica mutualistica e solidaristica, capace di intercettare i bisogni scoperti dell’iscritto e del suo nucleo familiare, genitori e suoceri, coniugi e figli.
A titolo esemplificativo, il Fondo prevede prestazioni a favore di figli disabili, affetti da autismo o DSA; contributi per le rette dell’asilo nido; contributi per apparecchi odontoiatrici destinati ai figli; indennità di maternità e paternità; un pacchetto maternità a favore di coniugi e conviventi; prestazioni a favore di genitori e suoceri non autosufficienti (assistenza e ospedalizzazione domiciliare, indennità di ricovero in RSA). Sono interventi a vocazione mutualistica che si allargano all’intero nucleo familiare dell’iscritto, primo nucleo della comunità.
Anche la recente estensione generalizzata a titolari e soci delle aziende artigiane ha un senso e un valore preciso: la contribuzione al Fondo, che ieri poteva essere percepita come un costo, può oggi essere considerata un investimento sul “bene comune” dell’intera collettività — la prima “comunità di cura” artigiana del Paese. È un cambio di paradigma che dovrebbe facilitare la conoscenza del Fondo, il superamento delle “asimmetrie informative” tipiche delle microimprese e la crescita della consapevolezza sulle opportunità offerte dal nostro sistema.
Le prestazioni rivolte a titolari e soci, di origine più recente e dunque ancora suscettibili di evoluzione, restano al momento più tradizionali: questi soggetti non godono infatti di coperture generalizzate da parte del fondo nazionale, che prevede solo la possibilità — al momento scarsamente praticata — di un’iscrizione volontaria. Il nomenclatore a loro dedicato ha il proprio fulcro nelle prestazioni tipiche dell’offerta nazionale, in forma ridotta: visite specialistiche e diagnostica.
Le nuove frontiere
Quali nuove frontiere può interpretare il Fondo nel prossimo futuro, sviluppando con coerenza il modello mutualistico e solidaristico che ne caratterizza fortemente l’identità?
Sul fronte della salute e sicurezza sul lavoro si potrebbero realizzare campagne di prevenzione in sinergia con il sistema paritetico lombardo dell’artigianato, a partire dai singoli territori e in relazione ai rischi lavorativi più evidenti nei rispettivi settori di attività — in particolare i cosiddetti rischi trasversali, comuni a più settori, come la movimentazione dei carichi; il Fondo potrebbe finanziare visite specialistiche anche e soprattutto come forma di prevenzione e di educazione alla corretta gestione dei rischi tipici degli ambienti di lavoro.
WILA guarda inoltre alle molte fragilità che abitano le nostre società, alla crescente vulnerabilità sociale, ai numerosi bisogni scoperti anche in un contesto apparentemente avanzato e presidiato come quello lombardo.
L’intenzione è realizzare una survey fra gli iscritti per avere conferma dei loro bisogni: fin da ora ipotizziamo un possibile approccio intergenerazionale, che tenti di interpretare le fragilità dai più giovani ai più anziani, un esercizio già avviato, se guardiamo all’offerta attuale, al nomenclatore delle prestazioni, ma suscettibile di forti sviluppi.
Pensiamo a interventi su temi socialmente rilevanti quali, a titolo esemplificativo, il fenomeno degli “hikikomori”, le sindromi metaboliche come anoressia e bulimia, tipiche, pur non in via esclusiva, delle giovani generazioni, la ludopatia e la vasta gamma delle demenze senili, dal Parkinson all’Alzheimer, con la possibile introduzione di prestazioni dirette a cura del Fondo: quantitativamente limitate, ma di forte significato per i diretti interessati e le loro famiglie.
Vi rientrano forme di sostegno psicologico, di assistenza a distanza, di orientamento verso servizi e interlocutori attivi in Lombardia ma non sufficientemente conosciuti o riconosciuti.
Sono tutele da realizzare attraverso prestazioni dirette, in regime di autoassicurazione, in collaborazione con partnership qualificate operanti sul territorio: essere un fondo locale può facilitare la costruzione di nuove alleanze, tutte tese a contenere il disagio delle persone fragili e delle loro famiglie, a rendere il nostro mondo più accogliente e inclusivo e il nostro sistema di welfare, presente e futuro, più resiliente e sostenibile, anticipando le criticità indotte dal declino demografico. Dovrebbe essere questo il ruolo dei fondi sanitari.
Il rapporto con la sanità pubblica
La centralità della sanità pubblica deve essere coadiuvata e rafforzata da un intervento mirato ai bisogni emergenti, a partire da quelli non adeguatamente presidiati.
È necessario ripensare il sistema sanitario, potenziando la sanità territoriale e la prevenzione, anche nell’ambito di un welfare contrattuale territoriale e sussidiario. Questo approccio richiede, come precondizione, l’attivazione di un’interlocuzione efficace tra i fondi sanitari e il livello istituzionale competente — la Regione, a livello decentrato — per affrontare i bisogni, vecchi e nuovi, delle persone e della collettività.
La non autosufficienza: una sfida ineludibile
In questo contesto, la fragilità delle fragilità — il bisogno scoperto più grande già oggi, destinato a una crescita esponenziale nel prossimo futuro — è la non autosufficienza, la Long Term Care (LTC), che deve costituire un obiettivo prioritario della nostra azione.
Già nel 2019 la CISL Lombardia aveva prodotto, sul tema, uno studio molto interessante dedicato a WILA — allora con 128mila iscritti —, consultabile fra l’altro sul sito di Bibliolavoro, realizzato con il contributo di numerose personalità di rilievo, docenti universitari e tecnici di competenza indiscussa.
Lo studio, per inciso, non è mai stato applicato né tradotto in proposte concrete, per l’opposizione di alcuni compagni di viaggio, convinti che le soluzioni in tema di LTC dovessero essere garantite esclusivamente dal sistema pubblico.
Auspichiamo che le ipotesi delineate in quel progetto possano ancora realizzarsi: una tutela a vita intera sulla non autosufficienza, che oggi nessuna assicurazione offre, alla quale si ha accesso non con i criteri assicurativi (ALD) ma attraverso il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento, tre volte più premiante. Costerebbe poco meno di 80 euro all’anno, come premio unico indipendente dall’età, per garantire l’equivalente di 1.000 euro al mese in caso di insorgenza della non autosufficienza.
Erano queste le ipotesi di lavoro del nostro studio, fondate su un modello che fa del mutualismo — della consistenza numerica di un collettivo — la propria forza: un rischio non più individuale ma mediato dai grandi numeri consente un utilizzo e una redistribuzione delle risorse efficace, efficiente e solidale.
Il modello prevede la possibilità, per chi lascia il lavoro, di mantenere la contribuzione al Fondo per garantirsi una tutela a vita intera, e la conversione della “moneta” in “prestazioni”: in particolare su due bisogni scoperti di natura assistenziale, le rette delle RSA e l’assistenza domiciliare — quest’ultima garantita, in Lombardia, nel 2019, per sole 16 ore l’anno.
Un fondo locale può più facilmente dedicarsi alla costruzione di reti territoriali capaci di rispondere a questi bisogni: ritorna il tema delle alleanze, anche con il terzo settore, sul fronte dell’assistenza domiciliare.
I numeri sono cambiati, così come i soggetti tutelati da WILA: lo studio della CISL dovrà essere aggiornato e declinato sulla crescita della collettività maturata in questi anni.
Forme di tutela della non autosufficienza sono già state introdotte dai livelli più alti della contrattazione collettiva, come i contratti dei bancari e degli assicurativi: realizzarle anche nell’artigianato significherebbe dimostrare la possibile generalizzazione di queste esperienze e tutelare una collettività poco dotata di strumenti per far fronte a queste esigenze. Infatti le retribuzioni del settore non sono certo elevate e nell’artigianato l’adesione alla previdenza complementare è quasi nulla: poche migliaia di iscritti al fondo contrattuale di riferimento, una percentuale ridicola in rapporto agli occupati totali, oltre un milione di lavoratori. Un futuro quindi caratterizzato da pensioni pubbliche basse e pensioni complementari inesistenti, dunque da pensionati poveri, privi di mezzi per affrontare le difficoltà di questa fase dell’esistenza.
Il livello locale e quello nazionale, un gioco a somma positiva
In questa sede è utile ritornare su una caratteristica particolare di WILA, l’essere determinato da una contrattazione di secondo livello, decentrata, nel caso specifico a livello regionale: questa particolarità consente di superare una asimmetria, in campo sanitario, quella fra la sanità pubblica, organizzata e finanziata a livello regionale ed i fondi sanitari, di norma articolati a livello nazionale. Un’asimmetria che complica interlocuzioni, sinergie e alleanze possibili. Una articolazione dei fondi sanitari a livello locale/regionale potrebbe colmare, almeno potenzialmente, questo divario. Le potenzialità di un modello a due stadi, come quello adottato attraverso la contrattazione lombarda del comparto artigiano sono evidenti perché oggi, indubbiamente, le tutele sociosanitarie a beneficio dei dipendenti dell’artigianato, in Lombardia, sono più estese di quelle previste dai singoli Fondi Nazionali di categoria. Scusate se è poco, per un comparto come quello artigiano, caratterizzato da una miriade di microimprese (40.000 quelle che versano a WILA), fino al 2012 totalmente privo di tutele di questa natura: la dimostrazione, ancora una volta, che la contrattazione decentrata può rappresentare un valore aggiunto anche sui temi del welfare a condizione che si sia capaci di interpretare giochi (contrattuali) a somma positiva, che non si pensi di sostituire, sic et simpliciter, il Fondo locale a quello nazionale, come avvenuto in altri casi.
Uno sguardo di sistema
Un’ultima riflessione riguarda il sistema dei fondi sanitari in quanto tale. Complessivamente i fondi associano fra 16 e 18 milioni di lavoratori dipendenti, due terzi del mondo del lavoro dipendente, ma restano in larga parte assorbiti dalle proprie identità particolari, poco propensi a pensarsi e concepirsi come parte di un sistema.
Si avverte il bisogno di un pensiero strategico delle parti istitutive, di ampio respiro e di lungo termine, sul ruolo dei fondi sanitari, anche in rapporto al sistema pubblico e alle possibili nuove alleanze utili alla sostenibilità sociale del nostro vivere comune.
Un welfare partecipato: l’idea della partecipazione e quelle della sussidiarietà applicate alle sfide del welfare che verrà.
Chi, se non la CISL, può pensarci?