Si celebrano in questo anno, 2026, gli ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi (avvenuta il 3 ottobre 1226 alla Porziuncola), padre del Cantico delle creature, tra i primi testi che riportano il verbo morire e il sostantivo morte (entrambi derivanti dal latino, mors e mori).
“Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare. Guai a cquelli ke morrano ne le peccata mortali” (il testo è in volgare umbro).
La morte rappresenta la fine del ciclo vitale di ogni essere vivente, ed ha una “presenza significativa in tutto l’arco dell’esistenza”.[1]
La morte non è l’opposto della vita, lo è della nascita. La vita scorre nel mezzo, collega due limiti, due confini.
Eppure si fa fatica a nominarla, a pensarla, ad “accoglierla”, così come ci disorienta e ci fa orrore la malattia, la vecchiaia; tanto è vero che anche per loro ci sono molti eufemismi, pregiudizi, pudori. Preferiamo dire “brutto male”, terza o quarta età, “diversamente giovane”, longevità.
Queste espressioni verbali si portano dietro una visione parziale e distorta del mondo, della società, delle persone che tendiamo a classificare e a confinare in categorie che mal rappresentano la complessità nella quale siamo immersi. I giovani, gli anziani, i pensionati, gli “attivi”, grandi contenitori terminologici che ben poco e, peraltro, in modo semplificato, ci dicono di chi vi viene fatto rientrare.
La vecchiaia non ci piace, la “isoliamo”, ne facciamo un capitolo unico e a sé stante; la morte ci spaventa, non abbiamo elaborato una cultura della morte, non siamo educati a morire; scappiamo di fronte ai pensieri della morte e ci aggrappiamo alla frenesia del vivere quotidiano.
La vecchiaia è un memento mori, un richiamo alla caducità, che poco attrae in un’epoca in cui quasi niente si concede alla fragilità. “Perché vivere, se tutto finisce? Possibile che davvero tutto accada in quell’unica vita, vissuta una volta soltanto? […] Fatichiamo a elaborare un linguaggio in grado di placare ansie, smarrimenti, paure e in grado di esprimere la “grandezza” del problema. […] Non è per rimozione, per edonismo, per indifferenza che si parla in maniera insoddisfacente di caducità e della morte. Al contrario. Sotto una loquacità distratta io credo si nasconda un mutismo impotente […]. Di nuovo, oggi come nei tempi delle grandi trasformazioni, l’essere umano è inquietato da sé stesso, incomprensibile a sé stesso”.[2]
Non avere coscienza della propria “fine” è forse auspicio dei più: morire senza averne la consapevolezza.
La riflessione sulla morte è al centro del pensiero filosofico ed è l’origine di riti, miti e religioni. A partire dalla seconda metà del secolo scorso vi è la tendenza ad allontanare la morte, ad “eliminarla dalla vita”, per dirla con Sigmund Freud. Proprio lo psicanalista Freud afferma che per l’uomo la morte rappresenta un evento occasionale attribuendone la causa a incidenti, malattie, infezioni, vecchiaia prolungata, quasi a volerla privare di qualunque “carattere di necessità”, trasformandola in un accidente.
L’uomo è cieco di fronte alla morte e quando questa “accade” reagisce con “incredulità” e sbigottimento e, ogni volta che la incontra, si risveglia dalla sua cecità, riprendendone atto.
Ecco che non la si nomina, o meglio, si ricorre ad espressioni soltanto allusive. Ciò che non si nomina non esiste. “È scomparso”, “è mancato”, “è passato a miglior vita”, “è volato in cielo”, “si è spento”, sono soltanto alcuni dei modi di riferirsi alla morte, tra i molti suggeriti anche dalle stesse imprese di pompe funebri e rintracciabili sui relativi siti Internet.
La morte si nomina solo in senso metaforico, nei detti e nei proverbi che si tramandano da tempo. “Morto un Papa…”, “fino alla morte”, “ho la morte nel cuore”, “vita, morte e miracoli”, “avercela a morte con qualcuno”, “brutto come la morte”, “mi piace da morire”, “morire dalla voglia di…”.
Fino a concepire le espressioni più “volgari” quali “è crepato…”, nel caso in cui l’evento morte interessi qualcuno disprezzato.
È difficile pensare alla morte, perché è un pensiero triste, scabroso, da allontanare.
Non la pensa così il filoso Vladimir Jankélévitch, per il quale pensare alla morte significa pensare ai margini della vita, sul presupposto che vita e morte si intersechino e che la vita abbia forma all’interno di un perimetro che la definisce. E ciò che la definisce è anche ciò che la nega[3].
Oltrepassato tale perimetro la vita muore, finisce. Stare sul punto di intersezione ci rende consapevoli di come quel con-fine marcato dalla morte sia proprio ciò che fa la vita. La morte è ciò che la vita porta dentro di sé, tenendola fuori di sé.
Ciò non deve indurci allo scetticismo, piuttosto a guardare alle cose della vita in modo più lucido, più sano, più equilibrato.
Il tabù della morte è sempre più solido e radicato. Con lo sviluppo delle tecniche, della medicina, è aumentata la speranza di vita. La longevità è un importante traguardo e ad essa si aspira con crescente tenacia e pretesa; ciò che induce a scansare il pensiero della morte, della fine. Come afferma Edgar Morin,[4] la vocazione dell’uomo è allungare progressivamente e, aggiungerei, ostinatamente, la vita umana.
Il nostro atteggiamento di fronte alla morte è cambiato rispetto ai secoli passati.
“È evidente che l’uomo non è preparato a vivere con familiarità qualcosa che crede di poter rimandare”.[5]
Con Socrate, nell’antica Grecia (V secolo a.C.), la filosofia “sfida” la morte, non considerandola, ma restandole indifferente. Non sapendo niente della morte, non potendo rappresentarcela, temerla equivarrebbe a presumere di saperne.
Per Epicuro (vissuto tra il IV e il III secolo a.C.), non incontrando mai la morte non ha senso averne paura.
Per il cristianesimo la morte è un passaggio, non una fine, conduce anzi ad una ri-nascita; ciò che ne rende più abitabile e sopportabile il pensiero oscuro. Pensiero che, nella società contemporanea, è sempre meno presente nelle persone e che ha subito una “rimozione coatta” – per usare le parole di Morin.
Peraltro, siamo immersi nel paradosso di non riuscire neppure a nominare ciò che viene spettacolarizzato quotidianamente sulle TV, i giornali, attraverso immagini orrende, di morti violente, di distruzione, alle quali siamo ormai assuefatti. Siamo assuefatti a tutto ciò che è riconducibile alla “morte alla terza persona”, la morte di coloro che non riguardano il nostro ambito familiare e relazionale.[6]
In Pensare la morte Jankélévitch sostiene che una delle vie per dare un senso alla vita può essere rintracciata proprio nell’accogliere l’idea della morte, della fine, perché “[…] il fatto di non poter dire dove vado – perché in effetti non vado da nessuna parte – fa sì che la mia vita mi appia infinitamente preziosa, la rende miracolosa e profondamente carica di mistero”.
[1] Vittorino Andreoli, Lettera a un vecchio (da parte di un vecchio), Solferino, Milano 2023. Interessante, nel testo, un paragrafo sulla morte in cui, coerentemente con il resto dello scritto, la vecchiaia è chiamata con il suo nome ed è rappresentata come “un capitolo nuovo dell’esistenza”; non è esorcizzata, né contrapposta alla vita, ma piuttosto – in chiave freudiana – diventa un tutt’uno con essa. “Credo proprio che la meditatio mortis serva a dare alla condizione umana un senso profondo tenendo insieme termini, vita e morte, che sembrano invece contrapposti”.
[2] È quanto scrive Gabriella Caramore in Età grande. Riflessioni sulla vecchiaia, Garzanti, Milano 2023.
[3] Vladimir Jankélévitch, Pensare la morte, Raffaello Cortina Editore, Milano 1995.
[4] Sociologo e filosofo per l’appunto longevo, morto nel maggio del 2026 all’età di 104 anni. Scrive della morte e della mortalità, ne ripercorre ciò che nei secoli se ne è pensato, detto e scritto; con l’intento non solo esplorativo ma anche di andare oltre quel processo di rimozione dell’idea della morte che è pura illusione. Il testo di riferimento è Edgar Morin, L’uomo e la morte, Il Margine, Trento 2021 (prima edizione del 1951).
[5] In Vladimir Jankélévitch, Pensare…, cit.
[6] Il filosofo Jankélévitch declina l’approccio alla morte alla prima, alla seconda e alla terza persona, a seconda che riguardi: la propria morte – della quale evidentemente non è possibile parlare; la morte di un proprio caro, che risveglia bruscamente il pensiero e la “verità” della morte, che procura dolore e sofferenza, che ci tocca da vicino; la morte degli “altri”, che è impersonale, è cronaca, evento lontano da noi, è un evento statistico.