L’invasione russa dell’Ucraina avvenuta il 24 febbraio 2022 ha impresso una svolta tragica nella vita quotidiana degli ucraini e ha mandato in frantumi la coesistenza pacifica tra l’Occidente europeo e il grande vicino russo, considerata un traguardo positivo e duraturo. Ci si è dunque accorti che la pace non è scontata: è un bene fragile, che va curato, difeso (talora riconquistato) in modo attivo, con vigore e lungimiranza. L’aggressione russa ha riproposto gli interrogativi drammatici rispetto alla guerra: arrendersi o combattere (usando la spietata logica della guerra finalizzata alla distruzione e alla morte)? Resistere alla violenza (usandola in modo simmetrico e possibilmente vincente) o subirla (nell’intento di limitarne i danni)? Usare il legittimo diritto all’autodifesa, ma in che modo e a quale prezzo? Interrogativi morali e pratici con conseguenze stringenti, al di là delle proprie preferenze e dei propri propositi. Questi dilemmi assumono significati differenti se affrontati in tempo di pace o di guerra. L’articolo considera queste due circostanze, mettendo a confronto gli orientamenti espressi dagli italiani durante un lungo periodo di pace (dal 1981 al 2018) e alcune opinioni recenti sulla guerra in Ucraina e il riarmo europeo, svolgendo alcune considerazioni sulla asimmetria tra “guerra di invasione” e “guerra di difesa” in corso da quasi quattro anni in Ucraina.

  1. La disponibilità a combattere per il proprio Paese

Nella quinta edizione dell’indagine EVS (European Values Study), realizzata nel 2018 in 37 Paesi aderenti al Consiglio d’Europa,[1] è stata reinserita la domanda sulla disponibilità (verbale) a combattere per il proprio Paese in caso di guerra: una domanda considerata indicativa del senso di appartenenza al proprio Paese di origine (nel caso di cittadini nati in altri Paesi), al pari della domanda sul senso di orgoglio nazionale.[2] In quel momento nessuno poteva prevedere che nel 2022 la Russia avrebbe invaso militarmente l’Ucraina e che dunque sarebbe scoppiata una guerra ai confini dell’Unione europea, con effetti devastanti per il popolo ucraino e pesanti conseguenze economiche e militari per tutti i Paesi aderenti all’UE e alla Nato.[3] Sullo sfondo della questione proposta agli intervistati (rappresentativi della popolazione adulta di ciascun Paese partecipante) stava (e sta), da tempo, il dibattito sulla leva militare obbligatoria (per uomini e donne) e sulla costituzione di un esercito europeo, per definizione multinazionale, mobilitabile, all’occorrenza, al di fuori dei confini dove avviene il reclutamento.

Nel 2018 quasi metà degli italiani con 18 anni e più si è dichiarata disponibile a combattere per il proprio Paese in caso di guerra (45,5%). La disponibilità è risultata maggiore tra gli uomini (57,3%) ma ha riguardato anche una quota importante di donne (37,3%). Nell’indagine EVS del 1981 erano della stessa opinione il 35,7% di tutti gli intervistati, in quella del 1990 il 31,3%, mentre nel 1999 la disponibilità era salita al 60,1%.[4] Una possibile spiegazione congiunturale di quel picco favorevole è attribuibile alla fine della guerra nei Balcani (1991-1995) e all’aumento dell’immagine positiva delle forze armate italiane impegnate in missioni di peacekeeping in Bosnia, Kosovo e Libano. La fiducia nelle forze armate veniva espressa dal 51,6% della popolazione adulta nel 1999 e dal 76,1% nel 2018. Gli autori del saggio commentano in proposito che la disponibilità (verbale) a combattere per il proprio Paese «potrebbe riflettere le nuove finalità che le forze armate hanno assunto in diversi Stati: da strumento di difesa della nazione a strumento di difesa dei valori civili e di pace»[5], anche se questa ipotesi, notano ancora gli autori del saggio, non spiega il persistente divario registrato per quattro decenni tra i cittadini italiani e quelli di altri Paesi europei più propensi al combattimento. Nell’indagine EVS, la disponibilità degli italiani a “combattere per la patria” varia in modo significativo in base alle coorti generazionali che hanno sperimentato il servizio militare obbligatorio (considerato dall’art. 52 della nostra Costituzione un “dovere del cittadino”) e le coorti che ne sono diventate progressivamente esenti per via della sua sospensione avvenuta nel 2005.[6] Questo mutamento istituzionale a livello italiano e europeo ha ulteriormente confermato il passaggio da un’idea di Stato nazionale orientato alla guerra a un’idea di Stato demilitarizzato, orientato agli scopi “civili”, senza trascurare il fatto che la progressiva sostituzione della leva obbligatoria con eserciti professionali ha allentato il coinvolgimento emotivo e pratico della popolazione con le azioni belliche di varia natura (da quelle offensive a quelle di peacekeeping).

È il caso di notare che, nell’ambito dei 37 Paesi che nel 2018 hanno partecipato alla quinta indagine EVS, la propensione a combattere per la propria patria risulta più elevata in Finlandia (82%), Bielorussia (81%), Polonia (79%), Russia (77%), Estonia (71%), Ucraina (70%).

Spetterà alla VI indagine EVS, programmata per il 2026, esplorare se e quanto siano cambiati gli orientamenti e le tendenze fin qui emerse, ma è prevedibile che (quasi) quattro anni di guerra in Ucraina, insieme alla carneficina consumatasi durante l’ennesima ripresa del conflitto israelo-palestinese incideranno fortemente sui sentimenti e i giudizi di valore degli europei.

2. Dalle rappresentazioni di lungo periodo alle reazioni contingenti

Anche se non direttamente comparabili per contenuto e periodo, merita a questo punto considerare gli esiti complessivi dei sondaggi d’opinione realizzati in questo anno nel nostro Paese attorno alla questione della guerra in Ucraina e dell’esercito europeo. Questi risultati offrono spunti concreti per verificare la differenza tra orientamenti di lungo periodo – esaminati dalle indagini EVS – e i sentimenti contingenti espressi sotto l’incalzare degli eventi, ovvero delle decisioni governative, del dibattito tra i partiti politici e gli opinion makers, dei resoconti mediatici.

Riprendendo dalla rete i punti principali dei sondaggi emerge che:

  • gli italiani sono emotivamente stanchi della guerra e la maggior parte desidera un accordo, anche a costo di concessioni territoriali,
  • le sanzioni contro la Russia sono viste come un potenziale strumento di pressione per risolvere il conflitto, ma restano alti i dubbi e le preoccupazioni per le conseguenze economiche,
  • la maggioranza della popolazione italiana non è favorevole all’invio di militari italiani in Ucraina, in linea con gli orientamenti governativi,
  • vi è forte opposizione all’ipotesi di un intervento della Nato,
  • cresce la preoccupazione per il rischio di un’escalation nucleare,
  • c’è una sostanziale freddezza verso l’idea di aumentare le spese militari, anche per il timore di dover ridurre le spese per il welfare.

Con sintesi efficace, non priva di preoccupanti controindicazioni la rivista “Limes” titola una sua recente analisi Gli italiani vogliono che la guerra li lasci in pace.[7] Un mix di pacifismo a buon mercato, indifferenza, egoismo, fuga dalla realtà.

La maggior parte delle persone preferisce evidentemente la pace alla guerra, che in tutti i casi rappresenta una sconfitta per gli effetti tragici che provoca sulle persone inermi, ancor più che sulle persone in armi. La sanguinosa guerra che si combatte in Ucraina lascia tuttavia aperti molti drammatici interrogativi su quanto sta accadendo, sulle sue conseguenze geo-politiche, sulle possibilità di raggiungere una “pace giusta” per l’aggredito, che è intesa ovviamente in modo opposto dall’aggressore. Merita dunque accennare qualche riflessione su ciò che questo conflitto sta insegnando.

  1. Guerra di invasione e guerra di difesa in Ucraina

Con lo scoppio della guerra in Ucraina, ai confini dell’Unione europea, sono andate in crisi le speranze degli europei di vivere in pace anche nei prossimi decenni e di estendere questa condizione a un numero crescente di Paesi vicini e lontani, di pari passo con l’estensione delle libertà democratiche. È caduta, in particolare, l’illusione di poter affidare alla sola forza dell’economia la deterrenza contro la forza delle armi: una scommessa ragionevole nei confronti di Stati, Governi, popoli desiderosi di aumentare il loro benessere mediante lo sviluppo economico, ma molto meno efficace nei confronti di regimi politici e Governi dispotici, guidati dalla logica di potenza, come nel caso della Russia, potenza nucleare, con risorse energetiche sconfinate, vitali per l’Europa. Abbiamo in pratica sottovalutato la possibilità che la ricerca del benessere venga soppiantata dalla ricerca del dominio mediante la forza militare.

Con l’eccezione dei nati tra le due guerre mondiali del secolo scorso (in pratica gli ultra novantenni), l’invasione dell’Ucraina ha costretto tutte le generazioni più recenti a guardare in faccia i disastri della guerra, resi immediatamente tangibili dai milioni di esuli dall’Ucraina accolti nelle case di altrettanti cittadini europei. Le immagini drammatiche della guerra “vicina” sono entrate a far parte della nostra quotidianità, insieme alle riflessioni e ai dibattiti su che cosa si dovrebbe fare. Aiutare gli aggrediti a difendersi, dissuadere gli aggressori con sanzioni di vario genere, realizzare accordi con Paesi terzi in grado di fornire approvvigionamenti energetici, affidare alle super potenze mondiali degli Stati Uniti e della Cina il ruolo di dissuasori e di pacieri? Strategie e vicende tuttora in corso con esiti (finora) non conformi alle aspettative. La guerra continua a provocare distruzioni e migliaia di vittime, mentre la pace resta lontana, affidata, paradossalmente, alla forza delle armi piuttosto che alla forza del diritto e della diplomazia.

Nel conflitto militare russo-ucraino in atto da quasi quattro anni ritroviamo tutti gli elementi distintivi delle guerre moderno-contemporanee: tecnologiche, ibride, non convenzionali. Persino il termine “guerra” è stato ipocritamente sostituito dagli invasori russi con l’espressione “missione militare speciale”, come se fosse un’operazione di polizia interna. Una questione apparentemente nominalistica che però traduce l’ideologia putiniana (storicamente e politicamente insostenibile) secondo cui l’Ucraina (e il popolo ucraino) non esisterebbero come entità autonoma, essendo solo una propaggine dell’unico Stato-nazione russo.

La guerra è un fatto sociale totale, che coinvolge tutti gli aspetti della vita quotidiana così come delle decisioni politiche e economiche. In modo tragico, la guerra trae il suo carattere distintivo nel fatto di rendere legittima l’uccisione dell’altro, con l’avallo degli Stati e delle collettività che la praticano. A differenza di altre azioni basate sulla violenza, le guerre restano, in via principale, conflitti armati tra Stati, detentori a loro volta del monopolio della violenza legittima. Assistiamo però in varie parti del mondo al diffondersi delle cosiddette “nuove guerre”, “irregolari”, “ibride” perché combattute da attori non statali,[8] come nel caso del multiforme fenomeno dell’Isis, delle lotte tra bande etnico-razziali nel continente africano, delle lotte sostenute da appartenenti a “nazioni senza stati” (come nel caso dei kurdi). Molte azioni belliche non sono peraltro riconducibili a controversie legate ai confini statuali, come nel caso delle “guerre al terrorismo” o delle “guerre alla droga” che comportano localizzazioni ed estensioni nel tempo e nello spazio imprevedibili, discrezionali, non controllabili a-priori.

Nella guerra in Ucraina condotta dai russi sono entrati in azione diversi tipi di combattenti: accanto ai militari di leva – che i russi hanno reclutato nelle aree più periferiche della loro Federazione – hanno un ruolo determinante “milizie private” aggregate per l’occasione all’esercito regolare,[9] mercenari reclutati tra reduci di guerre esterne (come i soldati ceceni),[10] membri di eserciti stranieri inviati da Governi alleati.[11] Si tratta di aspetti ricorrenti nelle guerre contemporanee che consentono di violare i vincoli previsti dalle convenzioni internazionali per gli eserciti regolari, rendendo “più barbara” la violenza sui “nemici”, a cominciare dai civili, e più efferati i crimini di guerra.

Rispetto all’antica metafora del “duello” (applicata alla guerra dal suo massimo teorico, Carl Clausewitz) – che rimanda all’idea della simmetria tra contendenti – risulta sempre più pertinente la metafora della guerra come “caccia”, che indica una strutturale asimmetria tra un cacciatore (orientato all’uccisione e alla distruzione) e un “cacciato”, destinato ad essere “preda” suo malgrado. Una palese asimmetria tra chi vuole la guerra e chi vuole vivere in pace, con l’evidente rischio di soccombere ingiustamente.

Tanto più grande è l’asimmetria delle forze in campo, tanto più necessario è l’intervento di chi è in grado di difendere il più debole, auspicabilmente con il ruolo di “arbitro” e di “paciere” piuttosto che di belligerante aggiuntivo. L’intervento di una parte “terza” diventa condizione necessaria per raggiungere una tregua, per avviare trattative, per definire una roadmap verso la pace. Alla forza degli armamenti va sostituita la forza del diritto e della diplomazia, ma è precisamente questo che – almeno finora – manca per porre fine alla guerra “di invasione” della Russia e di “difesa” dell’Ucraina.


[1] La European Values Study (EVS) è un’indagine internazionale su larga scala, ripetuta ogni 9 anni mediante una rilevazione compiuta in ciascun paese coinvolto, finalizzata allo studio dei valori umani. Produce approfondimenti sulle idee, le credenze, le preferenze, gli atteggiamenti, i valori e le opinioni dei cittadini residenti in tutta Europa. EVS considera un’ampia gamma di valori umani. I temi principali riguardano la famiglia, il lavoro, l’ambiente, la percezione della vita quotidiana, la relazione tra politica e società, la religione e la moralità, l’identità nazionale. Cfr. https://europeanvaluesstudy.eu/.

[2]  Si rinvia a Segatti P., Guglielmi S. (2020), Pro Patria mori? in Biolcati F., Rovati G., Segatti P., Come cambiano gli italiani. Valori e atteggiamenti dagli Ottanta a oggi, il Mulino, Bologna, pp. 215-240.

[3] Si deve notare che all’indagine EVS avevano partecipato anche équipes di ricercatori russi e ucraini, accomunati dall’interesse di conoscere gli orientamenti di valore nei rispettivi paesi e di effettuare analisi comparative. I contatti tra queste équipe sono peraltro proseguiti anche durante la guerra, in occasione dei meeting EVS destinati alla preparazione del VI indagine che si svolgerà nel 2026.

[4] Nel 2009 il quesito non era stato incluso.

[5] Segatti P., Guglielmi S. (2020), cit., p. 220.

[6] La sospensione della leva obbligatoria era già avvenuta in Francia (1998), Spagna (2002), e Portogallo (2004), e sarebbe stata poi introdotta anche in Germania (2011).

[7] https://www.limesonline.com/rivista/gli-italiani-contro-la-guerra-dati-numeri-statistiche-censis-2025-19626535/.

[8] Sull’approfondimento di queste questioni si rinvia a Guareschi M. (2018), I confini della guerra. La costruzione sociale e istituzionale del fatto bellico in SCIENZA & POLITICA, vol. XXX, no. 59, pp. 179-199.

[9] Vedi la Compagnia militare privata Wagner, guidata da Evgenij Prigožin.

[10] Vedi le truppe cecene guidate da Adam e Sharip Delimkhanov.

[11]I soldati nordcoreani inviati direttamente dal Presidente della Corea del Nord, Kim Jong-un.